Dighe, a che punto siamo

L`invaso sul Melito, sull’Esaro, sul Lordo, o del Pettinascura, via via seguitando con i nomi di fiumare e montagne, fino a contarne 36 – tante sono le opere progettate –…

L`invaso sul Melito, sull’Esaro, sul Lordo, o del Pettinascura, via via seguitando con i nomi di fiumare e montagne, fino a contarne 36 – tante sono le opere progettate – un tempo luoghi anche belli, oggi teatro di un vasto cimitero di “dighe fantasma”. Un pozzo senza fondo di denari mai quantificati con precisione, perché le varianti in corso d’opera e il blocco dei cantieri per le indagini della magistratura hanno prodotto costi socio-economici incontrollati. L’inutilizzata diga sul Metramo, vicino a Gioia Tauro, nel 1981 era stata appaltata per 39 miliardi di lire (fine dei lavori prevista sei anni dopo), ma nel 1996, dopo 78 perizie di revisione, erano già stati spesi 390 miliardi. La Corte dei conti aveva stimato in 819 miliardi di lire il danno erariale. Che nessuno ha mai pagato, ovviamente. Come tratto comune di queste programmazioni scellerate che hanno attraversato i decenni, c’è il ripetuto cambio d’uso degli invasi. Opere buone per tutte le stagioni, progettate per l’irrigazione nei campi e successivamente giustificate, dopo la crisi del settore primario, prima con i programmi per l’energia idroelettrica e, solo oggi, con l’incubo della scarsità di acqua potabile. “Dighe purchessia” è stata la tacita parola d’ordine di politici, imprese, progettisti, entrati in ballo e decisi a proseguire anche se c’erano le risorse per cominciare ma non per finire i lavori. Ha fatto il resto la morte della Cassa per il Mezzogiorno, fucina di investimenti improduttivi che, comunque, aveva una regia centralizzata. La sua implosione ha sparpagliato le competenze, lasciando anche a soggetti non attrezzati come i Consorzi di bonifica il compito di reperire i finanziamenti. Alle costanti storiche di flussi di spesa esorbitanti, che hanno ingrassato il meccanismo dei subaffidamenti anche a ditte in odore di mafia, si è aggiunta una novità: l’inefficacia delle spese. Vibo, infatti, ha i rubinetti insozzati dall’acqua che arriva dalla giovane diga dell’Alaco, inquinata già dentro l’invaso. Nell’incerto sistema degli schemi idrici si contano 15 dighe che sono alla fase della progettazione, 10 che sono in esercizio – e di queste, 7 sono impiegate solo per produrre energia elettrica – altre 5 che non sono mai state completate e 6 che sono ultimate ma non erogano acqua perché prive delle opere di distribuzione.
L’incompiuta più famigerata è la diga sul Menta, per la città di Reggio e il suo hinterland, che, progettata nel 1979, potrebbe entrare in funzione nei prossimi mesi sebbene in queste settimane i lavori stiano andando a rilento. L`invaso, completato dopo che fra l`altro gli interessi illeciti della criminalità organizzata avevano portato allo scoppio di una guerra di mafia nel 1985, dovrebbe rendere potabile l`acqua che sgorga dai rubinetti del capoluogo dello Stretto.
I lavori per lo schema idrico del fiume Esaro, nel Cosentino, sono fermi nuovamente dopo che in passato un primo stop era durato 35 anni. Nel cantiere, oggi perfino privo di vigilanza, sono state realizzate solo le opere per la messa in sicurezza del futuro invaso, costate 55 milioni. Manca il progetto esecutivo della diga e mancano anche i fondi per realizzarla. Servono circa 70 milioni per un intervento atteso da decenni dalla città di Cosenza, e l`intenzione annunciata dal governatore Scopelliti è quella di utilizzare le risorse europee dei fondi per le aree sottoutilizzate. Solo che da ottobre ad oggi il Cipe sul punto non si è pronunciato.







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