La sinistra in Calabria è senza programmi né identità

Nel Pd una gran bella contesa ideologica. C’è chi si chiama a governare comunque, passando per una legge elettorale dall’inaspettato consenso tridimensionale, in parte utile a sfoltirsi del peggio. C’è…

Nel Pd una gran bella contesa ideologica. C’è chi si chiama a governare comunque, passando per una legge elettorale dall’inaspettato consenso tridimensionale, in parte utile a sfoltirsi del peggio. C’è chi è rimasto nel Pd a fare la guardia agli ideali, quali si vedranno poi. C’è chi si vota a formare, unitamente al bravo Pisapia, una sinistra nel centrosinistra, con qualche dubbio al seguito, considerati gli stantii e rovinosi riferimenti.
Al di là dei disegni di collocazione politica e di occupazione della rappresentanza che fu del PCI & Co., c’è una corsa a proporsi agli elettori, mai così allo sbando come oggi.
Tuttavia, in questo bailamme nessuno propone le regole del proprio cambiamento, riferibile ai programmi e alla squadra. Ognuno tenta di ricandidarsi con le stesse «effigie» appena spolverate, con la speranza di farle passare per nuove e più adeguate al percorso che il Paese deve affrontare per risalire la china del baratro ove è sprofondato.
In Calabria non ne parliamo proprio. Né programmi. Né squadra. Un po’ come la Juventus del secondo tempo contro il Real Madrid. Praticamente inesistente, con undici fantasmi in campo a strisce bianconere.
Il cambiamento è in Calabria l’unica ricetta, quella vitale. Per proporlo e renderlo credibile ci vuole tanto lavoro, ma soprattutto una scelta seria in tal senso. 
Ciò in una terra ove la determinazione delle opzioni è rimessa esclusivamente ai predatori della politica, non solo a quelli avvezzi ad azzannare il pasto che i decisori, nazionali e non, sogliono servire loro, bensì a quelli che considerano i seggi istituzionali la preda da cacciare nel recinto dei partiti.
Per effettuare il giro di boa e imboccare la strada del progresso civile e sociale necessita che la politica cominci a sentire, obiettivamente, l’aria che c’è in giro. A tenere nella corretta considerazione gli umori e i giudizi dei cittadini arrivati al punto del non ritorno. Senza lavoro, senza soldi, senza la sanità, senza tutto!
Sono divenute insopportabili le solite presenze, quelle che hanno fatto, tra l’altro (intendendo per tale il bottino privato!), il buono (poco) e il cattivo (molto) tempo. Gli attori della (brutta) storia della nostra regione, quelle registrata dentro e fuori i palazzi delle istituzioni.
Tutto questo, che rappresenta una irrinunciabile precondizione per ricominciare a credere, deve necessariamente coincidere con il progetto da portare avanti, che rappresenta la ineludibile precondizione per riprendere a «tifare» e spingere al voto, diversamente sempre di più disertato.
Un risultato, quest’ultimo, che deve salutare il ritorno alla buona politica, quella che fu in Calabria, ad opera dei big di un tempo collaborati in terra nostrana da «gregari», a suo tempo rimasti tali solo perché comparati con i loro riferimenti, nomi altisonanti nel panorama nazionale ed europeo.
Quanto ai programmi, occorre imparare a scriverli perché gli altri li possano leggere e di conseguenza decidere. Le idee, di ciò che si intende per la Calabria del domani, vanno pertanto scandite. Così come gli itinerari concreti da seguire. 
Insomma, è necessario che la politica proponga ai calabresi increduli un contratto (non certo quello di berlusconiana memoria) che abbia una precisa causa, dal contenuto complesso ma proposto nel linguaggio più semplice. 
In esso, dovrà essere rappresentato l’impegno a candidare candidabili doc che, al minimo sospetto, tornino a fare ciò che facevano. Non solo. Cosa si intende fare con i fondi comunitari dispersi al vento per costante incapacità a programmarne la spesa e a rendicontarla, attesa la evanescenza dei progetti relativi.
Va detto come esaltare le ricchezze calabresi, ivi compresi i suoi giovani, riconosciuti campioni ovunque, tanto da trovare buone occasioni lavorative nei più importati siti internazionali.
 Va scritto tutto ciò che occorre per concretizzare i sogni, semplici, dei calabresi, che pretendono solo ciò che conta nella vita: l’esigibilità dei diritti di cittadinanza, senza che i figli siano costretti a ricercarli altrove. 
A tal uopo, necessitano buone leggi, stando bene attenti ad ossequiare il «lessico» costituzionale, attraverso le quali conseguire i progressivi traguardi che separano il nulla da una normalità goduta, sino a raggiungere quell’efficienza della pubblica amministrazione indispensabile per realizzare la crescita, di casa in alcune regioni del Mezzogiorno. Quelle che, come la Basilicata e la Puglia, l’hanno voluta! 
Basta imitare, con l’onere di cambiare gli interlocutori istituzionali.
Non saremmo più invasi dagli inutili commissari governativi e conseguiremmo la libertà di decidere, bene, il futuro delle nuove generazioni!

*Docente Unical





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