Frode al fisco da 90 milioni

Veri e propri “prenditori”, venuti dal profondo nord per intercettare i milioni di euro dell`emergenza rifiuti in Calabria. Qui hanno trovato inaspettate sponde istituzionali. Risultato: il problema della spazzatura è…

Veri e propri “prenditori”, venuti dal profondo nord per intercettare i milioni di euro dell`emergenza rifiuti in Calabria. Qui hanno trovato inaspettate sponde istituzionali. Risultato: il problema della spazzatura è ben lontano dall`essere risolto e la guardia di finanza ha accertato una frode al fisco da 90 milioni di euro, che ieri mattina sono stati sequestrati. È quanto emerge dall`indagine “Pecunia non olet” condotta dal nucleo tributario delle Fiamme gialle di Catanzaro e coordinata dal sostituto procuratore Carlo Villani. Al centro dell`inchiesta la gestione dell`impianto di trattamento rifiuti e della discarica di Alli, alle porte del capoluogo calabrese. Un quadro di sperpero di denaro pubblico di cui il Corriere della Calabria si era già occupato nel numero 5.
Nel registro degli indagati, con l`accusa di sottrazione fraudolenta di imposte, sono finiti anche l`attuale commissario per l`emergenza ambientale in Calabria, Graziano Melandri e l`assessore regionale all`Ambiente, Francesco Pugliano, in qualità di ex sub commissario. Indagato anche un funzionario dell`Ufficio del commissario, Domenico Richichi. Con le loro condotte avrebbero favorito l`attività illecita degli imprenditori Stefano Gavioli, 64 anni, di Treviso; Loris Zerbin 50 anni, di Campolongo Maggiore (Venezia) e Giovanni Faggiano, 52 anni, di Brindisi. L`inchiesta è partita dopo che la Procura di Napoli ha inviato nel capoluogo calabrese stralci delle indagini che, nel luglio scorso, hanno portato all`arresto di Faggiano. Gli inquirenti hanno così ricostruito l`intero iter partendo dal primo affidamento, nel 1999, della discarica catanzarese alla società Slia spa. Nel contratto era ben specificato, all`articolo 26, che «è assolutamente vietato, sotto pena di immediata risoluzione del contratto e del risarcimento dei danni, la cessione del contratto». Una disposizione rimasta, però, lettera morta. E infatti, ad aprile del 2007 la società Slia cedeva il contratto con la Regione Calabria alla neonata Enerambiente spa. L`ufficio del Commissario si limitava a prendere atto del cambio ed elargiva alla nuova azienda poco meno di 25 milioni di euro. Nel 2010 la storia si ripete. Il gruppo veneto crea la Enertech, società a responsabilità limitata con un capitale sociale di appena 100mila euro e priva dell`autorizzazione integrata ambientale, requisito necessario per operare nel settore dei rifiuti. Ancora una volta l`ufficio del Commissario non batte ciglio e liquida poco più di 6 milioni di euro. Con questo meccanismo i debiti con il fisco restavano sulle spalle delle vecchie società, mentre le nuove continuavano a incassare i denari pubblici. Un sistema che era proseguito anche quando al commissario erano giunte le note di Equitalia in cui veniva evidenziata la pesante situazione debitoria di Enerambiente con il fisco. Durissimo il giudizio del gip di Catanzaro sull`operato dell`Ufficio del commissario. Viene rilevata, tra le altre cose, l`assunzione di un fratello del funzionario Rechichi presso la Enerambiente. Secondo il giudice dirigenti e funzionari dell`Ufficio erano «pienamente a conoscenza dei piani illeciti del Gavioli». E aggiunge: «La condotta dei soggetti pubblici ha apportato un contributo alla consumazione dei reati che è stato determinante». Il Commissario Graziano Melandri e l`ex sub commissario Francesco Pugliano con una nota stampa hanno sostenuto «di aver agito sempre nella massima trasparenza e nel rispetto di ogni norma e con il continuo conforto e supporto dei pareri degli uffici legali, tecnici e finanziari. Tant`è che, malgrado la piena convinzione di aver svolto ogni attività nella massima legalità, all`indomani della notifica dell`avvio di indagine, e` stato chiesto apposito parere sull`operato svolto all`Avvocatura distrettuale dello Stato di Catanzaro».
L`operazione, portata a termine ieri, non è altro che una parte di un`indagine molto più ampia che riguarderebbe l`intera gestione commissariale in Calabria. Gli inquirenti hanno però deciso di intervenire subito perché allarmati dai tentativi dell`imprenditore veneto di vendere molti dei suoi beni immobili. Probabilmente il suo intento era quello di portare all`estero i capitali sfuggendo così alle maglie del fisco. Tra i beni sequestrati una villa a Cortina d`Ampezzo del valore di oltre dieci milioni di euro e una lussuosa barca a vela.

Ordinanza “Pecunia non olet”







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