Delitto Rosso, l’odio tra due famiglie prima dell’omicidio

I primi contrasti nel 1999. Poi un tentato omicidio nel 2003 prima dell’esecuzione in macelleria a Simeri Crichi. Fondamentale il pentimento di uno degli esecutori. I magistrati di Catanzaro: «È il quadro degradante di una comunità sfaldata»

CATANZARO Un odio profondo tra le famiglie Rosso e Russo, antichi rancori legati a questioni di confini e liti velenose, una delle quali, quella avvenuta nel 1999 aveva visto il capofamiglia dei Rosso, Antonio, aggredire i Russo. Questo aveva scatenato la sete di vendetta di Evangelista Russo, 70 anni, sfociata già nel 2003 nel tentato omicidio del rivale. Ma la macchina della vendetta non si era fermata ed Evangelista Russo aveva deciso di togliere a quel vicino di terreno il suo affetto più caro, l’amore di suo figlio. Questa è la ricostruzione del movente, effettuata dai magistrati delle Procura di Catanzaro e dai carabinieri della compagnia di Sellia, riguardo all’omicidio del 35enne Francesco Rosso avvenuto il 14 aprile 2015, in pieno giorno, all’interno della macelleria di famiglia a Simeri Crichi.
Il capitolo sull’omicidio del macellaio Francesco Rosso è stato chiuso «in maniera granitica», come ha affermato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, con l’arresto dei mandanti dell’omicidio. Si tratta di Evangelista Russo, 70 anni, imprenditore nel settore ferramenta e Francesco Mauro, 41, suo assistente.

Lo scorso 21 settembre erano state arrestate quattro persone con l’accusa di essere gli esecutori materiali del delitto: Danilo Monti, Gregorio Procopio, Antonio Procopio e Vincenzo Sculco. Il quadro indiziario a disposizione dei carabinieri della Compagnia di Sellia, guidata dal comandante Alberico De Francesco, conduceva già da tempo ai due presunti mandanti ma mancavano alcuni tasselli. A dare una forte spinta alle indagini dei militari e della Procura – il fascicolo è coordinato dall’aggiunto Vincenzo Capomolla e dal sostituto Alessandro Prontera – sono state anche le dichiarazioni di Danilo Monti che ha cominciato a parlare dopo l’arresto e ha fornito al quadro accusatorio gli elementi mancanti per ricostruire un quadro indiziario grave anche nei confronti dei mandanti. Nelle sue dichiarazioni, infatti, Monti fa esplicitamente il nome di Russo e Mauro. «Quello che è venuto fuori è un quadro degradante – ha affermato l’aggiunto Capomolla –: una parte della comunità appare sfaldata».
«Nelle pieghe della comunità ci sono dei rapporti che sono improntati all’odio profondo che hanno portato a dare sfogo a queste azioni veramente inquietanti di un omicidio su mandato e a pagamento (circa 30mila euro: ve lo raccontiamo qui) consumato in pieno giorno», ha spiegato l’aggiunto.
«A monte di questa indagine c’è un lungo lavoro fatto dai carabinieri che hanno studiato e incrociato i dati delle telecamere, ricostruendo i movimenti degli esecutori fino ad arrivare al risultato di oggi». Come ha spiegato il tenente Pierantonio Tarantino sono stati tre anni di indagini nel corso dei quali sono state analizzate 180mila intercettazioni telefoniche. «Un dovere morale», come ha detto anche il comandante De Francesco, quello di capire chi avesse ucciso a colpi di pistola un giovane col lo scopo preciso di sottrarlo all’amore della famiglia.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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