Il nipote di “Cenzo” Gallace che a 25 anni «ha preso il posto del padre»

L’inchiesta sullo spaccio nel Soveratese e la storia del clan di Guardavalle. Dalla faida degli anni ’70 agli affari sul litorale romano. Secondo gli altri indagati Vincenzo Aloi, «quello che comanda» la rete dei pusher, «alla sua età ha delle responsabilità che noi non abbiamo proprio idea» – VIDEO

di Sergio Pelaia
CATANZARO Nel giro, a Soverato, sanno bene chi sono i pusher che «raccolgono» soldi per loro. «Ecco perché gli altri si spaventano… quando gli chiediamo i soldi sono tutti bravi…». A parlare tra loro sono due dei ragazzi coinvolti nell’inchiesta sullo spaccio che ha portato la Dda di Catanzaro a fermare 24 persone nel Soveratese (qui i nomi e le dichiarazioni degli inquirenti e qui altri dettagli). Quando parlano di «loro», i pusher si riferiscono a «quelli di Guardavalle che contano». A partire da «quello che comanda», che per gli inquirenti sarebbe Vincenzo Aloi, 25 anni, nipote di un capoclan storico e temuto.
L’ODORE DEI SOLDI L’inchiesta inizia a marzo 2017. I carabinieri scoprono che sotto il balcone di una casa popolare a Soverato c’è un bidone ben nascosto e chiuso ermeticamente. Dentro ci sono molte bustine di droga già pronte per essere spacciate. Così piazzano delle telecamere e scoprono che alcuni ragazzi che abitano in zona vanno a rifornirsi a quel bidone. Ne identificano alcuni, poi allargano il raggio investigativo e scoprono che chi spaccia a Soverato “risponde” a Guardavalle. Il capo sarebbe “Cenzo” Aloi, il suo braccio destro il cugino Raffaele Campagna. Gli «anelli di congiunzione» tra loro e i pusher soveratesi sarebbero, secondo la Dda, Pietro Procopio e Giulio Moreno Rizzo. Ma i canali della droga, in questo caso della cocaina, andrebbero ben oltre i confini calabresi grazie all’«intermediario» Giuseppe Notaro. I pusher, oltre alle chat difficilmente tracciabili come Whatsapp, Messenger e Viber, usano schede sim intestate a stranieri o, a volte, senza nessun intestatario («se vanno a fare il tracciamento – dice uno degli indagati – non possono andare a vedere di chi è il numero in quanto non è intestata a nessuno»). E sanno bene per chi lavorano: «Il problema – si dicono – è che noi lavoriamo per lui, se arrestano lui, arrestano anche noi». E anche se «i soldi – chiacchierano intercettati – fanno un odore strano» e forse portano «malattie», il loro odore «è buono».
LA STORIA DEI GALLACE Aloi si chiama proprio come il nonno, “Cenzo” Gallace e, secondo uno degli indagati, «ha preso il posto del padre» Francesco, che prima di essere arrestato era uno dei due reggenti – l’altro era Cosimo Damiano Gallace, figlio del capoclan – della famiglia che da Guardavalle estende i suoi interessi in diverse regioni italiane. La storia e il blasone criminale che “Cenzo” (il nipote) porta sulle spalle è pesante. I Gallace, assieme ai Tedesco, già ai primi anni ’70 furono al centro della faida che nel loro paese li vide avere la meglio sui Vetrano-Randazzo. Poi, negli anni, si allearono con i Ruga-Metastasio e con loro ottennero il predominio sulle attività economiche di una vasta area a cavallo tra le province di Reggio e Catanzaro, una zona che dalla costa jonica arriva fino alla vallata dello Stilaro e alle montagne delle Serre vibonesi. Il “locale” di Guardavalle era guidato in simbiosi, e in posizione paritaria, da “Cenzo” Gallace e da “Nuzzo” (Carmelo) Novella. Ma quest’ultimo, forse approfittando di alcuni periodi in cui il “socio” era bloccato dalle misure cautelari, sarebbe stato troppo intraprendente nel tessere alleanze con altri clan e nell’estendere la sua longa manus in Lombardia, dove avrebbe voluto capeggiare una sorta di “Provincia” ‘ndranghetista autonoma rispetto alla Calabria. Ma proprio in Lombardia, a San Vittore Olona, Novella fu ucciso nel luglio del 2008. Un omicidio pesantissimo, che costituisce uno spartiacque nella storia recente della ‘ndrangheta e che ha avuto ripercussioni pesantissimi nella geografia criminale calabrese.
IL PADRE “QUARTINO” E LO SGARBO DELL’OSTRICA Le indagini antimafia sui Gallace si susseguono fin dai primi anni ’90, a partire da “Assi” (Dda di Catanzaro, 1992) passando per “Appia” (Dda di Roma, 1998) sugli interessi nel litorale romano, per arrivare alle più recenti “Infinito” (Dda di Milano, 2008), “Mithos” e “Itaca Free Boat” (Dda di Catanzaro, 2007-2012). Dai sequestri di persona alla “strage di Guardavalle” del 4 agosto 1991, gli inquirenti tracciano un profilo investigativo articolato del clan di Guardavalle che, comunque, già da molto tempo avrebbe dimostrato un «costante interesse» per il narcotraffico.
In questo contesto Francesco Aloi, padre del 25enne Vincenzo e genero del boss, sarebbe stato «riconosciuto e condannato in qualità di partecipe e dirigente della consorteria mafiosa – unitamente al suocero Vincenzo Gallace di cui è fiduciario assieme al cognato Cosimo Damiano Gallace – titolare di elevata dote ‘ndranghetistica, il “quartino”, rivestendo un ruolo operativo nella pianificazione ed esecuzione di azioni» contro i rivali su Soverato della cosca Sia-Procopio-Tripodi.
E proprio secondo alcuni degli indagati fermati oggi dalla Dda «Cenzo Aloi ha preso il posto del padre… conosce gente… mi ha raccontato tutto…».
Una sera, durante una delle tante cene durante cui alcuni degli indagati si ritrovavano anche in locali costosi e in vista, qualcuno aveva lanciato un’ostrica in maniera poco rispettosa vicino al 25enne. Allora un altro, in un secondo momento, gli aveva fatto notare lo sgarbo: «Cenzo non si è permesso di dire niente, però tu devi capire che quello alla sua età ha delle responsabilità che noi non abbiamo proprio idea. Il padre lo conoscono dappertutto. Il nonno di Vincenzo ha fatto guerre di mafia e gli hanno dato l’ergastolo, gli hanno sequestrato 500mila euro, la casa e due macchina ultimamente. Quindi quando sai che una persona ci tratta bene, è giusto se fai quei gesti». (s.pelaia@corrierecal.it)







Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto