Il macellaio pusher, lo chef dei vip e la talpa in Polizia

Dall’inchiesta “Last generation” emerge come anche la cocaina per la Soverato bene arrivasse dal clan di Guardavalle. La “preghiera” dello spacciatore «stanco di questa vita». Il ristoratore che vendeva la droga ai professionisti. I progetti di fuga in Austria. L’«insider» tra le forze dell’ordine che rivelava notizie agli indagati

di Sergio Pelaia
SOVERATO
I pusher a Soverato non erano solo i ragazzi che prendevano le “storie” da spacciare in un bidone nascosto tra le case popolari. Il giro della droga, secondo la Dda di Catanzaro, portava sempre al clan di Guardavalle (ne abbiamo scritto qui), ma i canali ricostruiti nell’inchiesta “Last generation” (qui nomi e altri dettagli) erano diversi. Uno dei più remunerativi per lo spaccio di cocaina passava da una macelleria e da un ristorante molto noto. Oltre alla carne e al pesce fresco, infatti, pare fossero molti i professionisti che usufruivano del servizio offerto, secondo gli inquirenti, dai coniugi Antonio Bressi e Annalisa Tortorelli e dal fratello ristoratore di quest’ultima, Moreno. E i pusher della Soverato bene potevano contare anche su qualcuno che riferiva loro delle indagini che li riguardavano. Informazioni riservate che venivano dal di dentro, da appartenenti alle forze dell’ordine.
COCA A CHILI, SEMPRE DA GUARDAVALLE Stando a quanto emerge dalle intercettazioni confluite nell’inchiesta che ha portato all’esecuzione di 24 fermi, la droga che circolava nella cittadina jonica doveva essere sempre e solo riconducibile al clan Gallace di Guardavalle, che dopo la guerra di mafia con i Sia-Procopio-Tripodi (legati ai Vallelunga di Serra San Bruno) ha evidentemente il predominio su Soverato e dintorni. Così anche nel caso della macelleria Bressi l’approvvigionamento di cocaina porterebbe secondo la Dda a Vincenzo Aloi, nipote 25enne dello storico capoclan “Cenzo” Gallace, e all’omonima cosca di Guardavalle. Lo stesso Aloi, mentre parla con un intermediario che in quel periodo gli sta facendo vendere coca a chili nel Milanese e nel Maceratese, ammette che tutti quei soldi forse gli erano arrivati solo da un altro canale, quello di «Totò», che per gli inquirenti sarebbe appunto Antonio Bressi. Ad aiutare lui e la moglie nello spaccio, stando all’inchiesta, sarebbe stato un loro dipendente, Vincenzo Longo, ma a un certo punto la coppia avrebbe appreso che le forze dell’ordine stavano indagando su di loro e avrebbero così demandato ad altri la vendita al dettaglio della cocaina.
“U FASCISTA” RIFORNITORE ESCLUSIVO Sono diversi gli episodi ricostruiti dalla Dda in cui i clienti della macelleria comprano in realtà cocaina e non carne. C’è, per esempio, un «architetto» che chiama il macellaio perché quella sera ha degli amici ospiti e va «a prendere qualcosa buona» da Bressi. C’è anche «l’anziano» che va sempre di fretta. Arriva la telefonata al macellaio, il dipendente va nello scantinato e prepara la dose, il cliente arriva e la consegna va a buon fine in pochi minuti. A volte si parla di «lombata», altre di «soppressate» ma, secondo gli inquirenti, il riferimento è sempre alla polvere bianca. Ad occuparsi dei rifornimenti sarebbe stato Bressi, la moglie avrebbe invece provveduto a tenere la contabilità, poi la coppia avrebbe a sua volta rifornito altri presunti pusher come Orlando Screnci e Leonida Montagna. La maggiorparte della cocaina venduta dal macellaio arriverebbe secondo gli inquirenti da Francesco Galati, detto “u fascista” e anche lui per la Dda riconducibile al clan di Guardavalle, che in qualche occasione avrebbe fatto valere il «potere di persuasione» derivante «dal contesto criminale in cui è inserito» lasciando intendere a Bressi che avrebbe dovuto rifornirsi solo da lui e che l’altro fornitore, Antonio Grande, avrebbe dovuto fungere solo da suo intermediario.
IL RISTORATORE DELLA SOVERATO BENE Anche Moreno Tortorelli, titolare di uno dei ristoranti più in vista di Soverato, secondo la Procura antimafia avrebbe venduto più volte droga a professionisti e imprenditori. Tra i suoi clienti c’era anche un non meglio identificato «ingegnere» che, una volta, come corrispettivo gli offre l’affitto di un posto barca per sei mesi. 
Appassionato di pesca e di gastronomia, dal 2009 Moreno ha aperto il suo ristorante dove, a pochi passi dal lungomare di Soverato, si possono gustare raffinati piatti a base di pesce fresco. Il rapporto che ha con la sorella e il cognato è ovviamente molto stretto. Abitano in case vicine, perfino comunicanti, ma in un certo periodo i rapporti tra loro vanno in crisi. Moreno mostra risentimento verso il cognato perché – stando a quanto emerge dal decreto di fermo firmato dai sostituti Valerio, Calcagno e Rizza, dall’aggiunto Ruberto e dal procuratore Gratteri – in un’occasione si sente escluso dall’acquisto di una partita di droga da 300 grammi: «Ma quando l’abbiamo presa – dice a Bressi lamentandosi – l’abbiamo presa sempre mezza ciascuno». E proprio da una conversazione dovuta a questi dissidi emerge un certo allarmismo per le indagini di cui, in teoria, non dovevano sapere nulla: «Ci tengono puntati sempre – dice il macellaio al cognato chef – a me e a te». Aggiungendo: «Prima o poi ci inciamperemo».
LA “PREGHIERA” E LA VIA DI FUGA IN AUSTRIA Una preoccupazione crescente, fino al punto che il macellaio, mentre preleva lo stupefacente da dare al cognato, si lascia andare a una sorta di preghiera: «Signore mio ti prego, proteggimi, ti prego, io non riesco più a capire quello che è giusto e quello che è sbagliato, cerco di mettercela tutta, liberami da questo cancro, liberami da questo cancro, da questa cosa… così sto in pace con la famiglia mia e non mi fare vivere sempre con la preoccupazione… metti una mano su di me, liberami, liberami, sono stanco di questa vita, sono stanco, voglio solo che le cose mi vadano bene al lavoro, senza dolori di testa, senza nulla, e che non gli manchi nulla alla mia famiglia, non perché mi voglio arricchire, ti prego Signore mio». Era quest’ansia, forse, a spingere la coppia a cercare uno sbocco, una via di fuga, all’estero: in Austria Annalisa Tortorelli aveva addirittura spostato il suo domicilio nell’abitazione di un loro contatto a Vienna, con cui aveva aperto anche un conto corrente cointestato in una banca austriaca.
LA TALPA IN POLIZIA I coniugi Bressi-Tortorelli e il gruppo che gravita loro attorno «possono contare su fonti di conoscenza privilegiate, veri e propri insider, che ad oggi hanno consentito loro di porre in essere una serie di cautele finalizzate ad eludere le indagini». L’insider, cioè la talpa, non è stato identificato dagli inquirenti, ma la Dda comunque annota che le indagini sono state «in parte pregiudicate da una fuga di notizie» che emerge chiaramente dalle intercettazioni. Dopo aver avuto le informazioni che dovevano restare top secret i presunti pusher cambiano, per esempio, luogo di stoccaggio della cocaina, spostato dalla macelleria alla sede dell’ex azienda di famiglia. Sarebbe stato uno zio di Bressi il canale tra la persona non identificata che ha rivelato il segreto d’ufficio e il macellaio-pusher. Questo zio incontrava un tale Totò, «presumbilmente appartenente alla Polizia di Stato», che gli avrebbe rivelato dell’indagine in corso e lo avrebbe «rassicurato» sul materiale video raccolto nei pressi della macelleria, che aveva tra i clienti anche diversi poliziotti. Bressi avrebbe voluto togliere, utilizzando una gru, le telecamere che erano puntate sulla sua macelleria, ma lo zio gli aveva detto che non erano state rinnovate le autorizzazioni per le riprese. La fonte ignota avrebbe riferito anche di dialoghi con magistrati e avrebbe parlato allo zio di Bressi della possibilità che avvenissero perquisizioni, oltre che a casa, anche alla macelleria e al ristorante. (s.pelaia@corrierecal.it)







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