La banda del caveau incastrata dalla cuoca

Un colpo studiato fin nei più piccoli dettagli. La caccia degli inquirenti e i primi indizi. La compagna del capo che decide di collaborare «con il cuore diviso in due». Gratteri e Luberto: «Grande lavoro tecnico. I rom sono ormai aggregati alle cosche»

CATANZARO La rapina con il bottino più ricco mai eseguita in Calabria. Otto milioni di euro portati via, in pochi minuti, da un commando armato e organizzato militarmente composto da elementi calabresi e foggiani. Nel caveau della Sicurtransport di Germaneto c’erano 100 milioni di euro ma i banditi hanno i tempi contingentati, devono restare solo pochi secondi nel bunker che custodiva il denaro. 
La mente organizzativa del colpo, secondo la Dda di Catanzaro, è Giovanni Passalacqua, rom appartenente alla criminalità di Catanzaro che riunisce intorno a sé tutte le forze necessarie al colpo. Ancora una volta, com’è già accaduto con le operazioni Kyterion e Jonny, un’indagine dimostra che il territorio di Catanzaro è sotto il controllo delle cosche crotonesi. Anche l’operazione Keleos mette in evidenza come la criminalità del capoluogo non potesse agire senza ottenere il benestare delle cosche crotonesi, ossia gli isolitani, i cutresi, i mesorachesi e i petilini. In cambio di una parte del bottino le cosche danno il loro placet al piano. «Le rapine ai portavalori sono, da sempre, un salvadanaio per le cosche», ha spiegato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto. «Questa indagine è stata un prototipo di lavoro tecnico» ha affermato il procuratore capo Nicola Gratteri. Partiti da zero indizi, i poliziotti della squadra mobile di Catanzaro si sono rivolti ai colleghi di Foggia, memori della fama dei foggiani, dei cerignolesi in particolare, nel realizzare rapine d’assalto in tutta Italia. «Ricordo, nel giorno della rapina, a dicembre 2016, la telefonata che fece il dirigente della Squadra di mobile di Catanzaro Nino De Santis alla Squadra mobile di Foggia», racconta il dirigente pugliese Umberto Petitto. 
I poliziotti pugliesi controllarono i soggetti da loro monitorati scoprendo che alcuni si erano spostati spesso in Calabria. La caccia inizia da qui, mettendo in campo una attività tecnica a tutto campo: intercettazioni telefoniche, ambientali, «tante intercettazioni anche in carcere», sottolinea il procuratore Gratteri. Tante anche le perquisizioni nel corso delle quali vengono trovate un’arma, una banconota che porta il timbro della Sicurtransport e una parte del bottino: 120mila euro.

LA SVOLTA DEFINITIVA A dare un’accelerata alle indagini e una conferma alle risultanze di indagine, racconta il questore di Catanzaro, Amalia Di Ruocco, è Annamaria Cerminara. Si presenta in questura spaventata e confusa, ha paura che il compagno, Giovanni Passalacqua, voglia ucciderla perché l’accusa di avere portato via una parte del bottino. Teme per sé e per i propri familiari. È indecisa, reticente, «ha il cuore diviso in due», racconta Gratteri. Accanto a lei – oggi la donna si trova in una località protetta – i pm Domenico Assumma, Paolo Sirleo e Debora Rizza la rassicurano e fanno opera di maieutica fino a che la donna decide di raccontare tutto. E Annamaria Cerminara di cose ne sa perché alla rapina ha partecipato attivamente: faceva la cuoca per la banda e anche l’autista per gli spostamenti dei pugliesi.

LA FUGA E IL PRECEDENTE «Dopo avere blindato l’intera area e bloccato ogni strada che conduceva al caveau la banda scappa attraverso il letto del fiume Corace per poi sbucare a Caraffa nei pressi del distributore Esso», De Santis. Undici le macchine utilizzate come enormi torce per impedire l’accesso alle forze dell’ordine. I poliziotti, avvertiti dalla telefonata di un abitante della zona, grazie anche all’uso delle telecamere, verificano la presenza di 15 uomini equipaggiati con armi pesanti. C’era un precedente che aveva messo in allarme gli investigatori: alla questura di Reggio Calabria era arrivata mesi prima una telefonata anonima che avvisava dell’imminente attacco a un caveau, senza specificare però dove e da parte di chi. Semplicemente l’anonimo diceva che il colpo sarebbe avvenuto in Calabria.

LA FAMA DEI CERIGNOLESI La fama dei cerignolesi nel mettere a segno rapine complesse, organizzate nel tempo ma messe a segno in pochi minuti, con armi pesanti e attrezzature come jammer per isolare ogni comunicazione, ha travalicato anche i confini italiani, ha spiegato Eugenio Masimo dello Sco. Famoso, per esempio, l’assalto ad un blindato sulla Piacenza-Lodi, nel 2014, nel corso del quale venne bloccata l’autostrada. «Sono criminali efferati – dice Petitto – gente che non molla fino a che non porta a compimento il colpo, che deve durare solo 11 minuti. E lasciano i cellulari a casa per non essere tracciati».

IL BASISTA Passalacqua, dopo avere ottenuto il benestare delle cosche, riesce a convincere i cerignolesi a organizzare il colpo. Dice loro che ha un basista, un infiltrato. E non è uno qualunque: è Massimiliano Tassone, responsabile della Sicurtransport nella provincia di Catanzaro, che forniva ai complici tutte le notizie riservate volte a consentire l’accesso nei locali eludendo e prevenendo i controlli. «Questa organizzazione – spiega Luberto – indica come i rom non costituiscano una criminalità dedita solo a reati di piccolo calibro, e ci dice come siano ormai aggregati alle cosche e loro coesi».



I COMPLICI I rapinatori hanno avuto più complici, che ora sono sotto indagine da parte della magistratura. Il cingolato usato per sfondare il muro del caveau, per esempio, non è stato rubato: è stata pagata una somma ad un imprenditore di Rossano, Nilo Urso (tratto in arresto), il quale su indicazione dei rapinatori ha aspettato un mesetto prima di denunciare, affermando che non si era accorto della sparizione del grosso mezzo «di cospicuo valore economico, peraltro utilizzato ordinariamente nei cantieri della società», scrivono gli investigatori che non se la bevono e controllano i tabulati telefonici di Urso dai quali risultano frequenti contatti con Passalacqua. Ci sono poi i complici cosentini che hanno rubato le auto e i furgoni usati per il colpo. E anche coloro che hanno fornito il capannone usato come base logistica a Catanzaro. È Annamaria Cerminara a raccontarlo agli inquirenti: «Contemporaneamente al reperimento del capannone di Rotundo, Giovanni aveva interessato gli zingari di Cosenza per procurare alcune autovetture che servivano per la realizzazione della rapina – spiega –. Il suo contatto era uno zingaro rom di Cosenza di eccezionale stazza che andammo insieme a trovare nella sua casa alla periferia della città, non so dire in che strada. Lui fu incaricato di trovare una decina di auto per il compenso di tremila euro. Lo zingaro – racconta la donna – se ne fece carico e pretese un anticipo di duemila euro che Giovanni gli diede in quella occasione. Mi consta che più avanti che alla stessa persona venne richiesto anche di procurare un furgone per il quale il rom volle quattromila euro. Man mano che le auto venivano rubate a Cosenza il figlio ed il genero dello zingaro le portavano qui a Catanzaro o nei pressi e Leonardo Passalacqua, alias Nanà, si incaricava, tramite un tal Graziano del quale non conosco il cognome, di recuperarle e ricoverarle nel capannone in uso a Pietro Procopio in viale Magna Grecia di fronte a Mantella». Tutto studiato fin nei minimi dettagli. Know-how calabrese e tecniche foggiane, però, non hanno evitato che il cerchio degli investigatori si chiudesse intorno alla banda del caveau.

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it







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