REVENTINUM | Pagliuso sapeva di essere su una “lista nera”

Il legale assassinato nell’agosto 2016 aveva raccontato le sue angosce ai collaboratori. «Dopo un omicidio a Soveria Mannelli disse che “il cerchio si stava chiudendo”, si sentiva in pericolo»

LAMEZIA TERME Nelle carte dell’operazione Reventinum lo chiamano «l’episodio del bosco». Una scena da film: l’avvocato Francesco Pagliuso immobilizzato davanti a una fossa scavata con una pala meccanica. Una minaccia tremenda, quella del clan Scalise. Che il legale ha raccontato in più circostanze, a collaboratori e colleghi. Più che un presagio: quasi la notifica di una condanna a morte. L’avvocato ne aveva parlato anche nel suo studio, in termini inquietanti. Gli inquirenti hanno sentito molti colleghi del legale assassinato nell’agosto 2016. Uno di questi contribuisce a ricostruire il quadro fosco delle preoccupazioni che aleggiavano in uno degli studi legali più in vista di Lamezia Terme. L’avvocato sentito dagli investigatori della Dda ha un vecchio rapporto – sia professionale che di amicizia – con Pagliuso. E ricorda che «durante una riunione tenutasi di mattina nello studio», lo stesso Pagliuso «riferì (…) di un omicidio occorso il giorno prima o quella mattina stessa nelle zone di Saveria Mannelli e della consequenziale presenza di una lista nera in cui riteneva di essere inserito».
L’omicidio era, secondo quanto riferito nell’ordinanza “Reventinum”, quello di Luigi Aiello, detto “sceriffo”, uno dei tanti che hanno segnato la faida della “Montagna” (qui l’elenco degli omicidi che, secondo la Dda, fanno parte della faida). In occasione della riunione, Pagliuso appariva «visibilmente preoccupato per la propria incolumità» e «disse testualmente “il cerchio si sta chiudendo”, lasciando chiaramente intendere di sentirsi in serio pericolo poiché tutti coloro che erano presenti nella lista nera sarebbero stati uccisi uno dopo l’altro». Troppi omicidi in un tempo così breve: il tributo di sangue chiesto dallo scontro tra gli Scalise e i Mezzatesta correva veloce verso uno dei legali più in vista di Lamezia. Al punto da renderlo «visibilmente turbato e agitato (…) per ciò che stava accadendo nella zona di Soveria Mannelli, perché non capiva il senso di tutti questi omicidi che si stavano susseguendo nel tempo e in maniera così ravvicinata».
 Ad alimentare le angosce di Pagliuso c’era l’episodio del bosco, ma anche uno dei suoi più fragorosi successi processuali. La sorella Antonella, sempre secondo il racconto di questo collaboratore, era «molto preoccupata per il risultato che aveva ottenuto il fratello con la sentenza della Cassazione che aveva escluso la premeditazione di Domenico e Giovanni Mezzatesta nel duplice omicidio avvenuto a Decollatura», nel quale furono uccisi Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo. Una vittoria che il clan contrapposto ai Mezzatesta aveva preso come un affronto. Altra rabbia destinata a esplodere e alimentare uno scontro feroce.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it





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