REVENTINUM | Le paure di Pagliuso e i (troppi) silenzi di Lamezia

Le confidenze alla sorella Antonia, la paura raccontata al direttivo della Camera penale, la rabbia e il proposito (abbandonato) di far aprire il procedimento disciplinare nei confronti del collega Larussa. L’odio crescente degli Scalise. Dietro le quinte di un delitto eccellente

CATANZARO Fin dalle prime ore dopo l’omicidio di suo fratello, Antonia Assunta Pagliuso ha cominciato a raccontare agli investigatori tutto quello che sapeva sulla vita e sull’attività da avvocato di Francesco Pagliuso col quale lei stessa collaborava in più procedimenti. Quel fratello minore che le confidava molte cose le aveva lasciato parecchie tracce che in seguito lei ha riferito ai magistrati della Dda di Catanzaro e ai carabinieri. Le aveva raccontato di essere finito in una “lista nera” vergata dalla cosca Scalise di Decollatura, di avere aveva avuto paura quando era stato prelevato e portato in un bosco, sempre dagli Scalise, di essersi adirato quella volta in cui era andato nello studio dell’avvocato Antonio Larussa e vi aveva trovato il latitante Daniele Scalise (poi ucciso nel giugno 2014), all’epoca suo cliente, e se ne era andato via imprecando. E poi le aveva raccontato di una volta in cui Pino Scalise, padre di Daniele e tra i vertici della cosca di Decollatura, era andato nel suo studio dicendogli che “loro, quelli di là” (riferendosi a quelli di Lamezia Terme e in particolare di Sambiase) li stavano seguendo e controllando convinti che i Pagliuso andassero nei boschi in cui era latitante il loro rivale storico (Domenico Mezzatesta), ricercato per il duplice omicidio di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio. È una vicenda lunga e complessa quella che, tassello dopo tassello, gli investigatori hanno fin qui ricostruito, cercando riscontri oggettivi agli elementi forniti da Antonia Pagliuso. Una matassa che si dipana intorno ai paesi arroccati sul monte Reventino (Soveria Mannelli, Decoolatura, Platania, Serrastretta) e che ha inizio con i lavori per la costruzione di una strada, la superstrada del Medio-Savuto, che avrebbe dovuto portare benessere e agevolare i collegamenti tra la la Sila Catanzarese e il Cosentino e ha invece ingoiato soldi per 30 anni e creato una faida sanguinosa tra le famiglie Sacalise e Mezzatesta, prima unite nel gruppo storico della montagna.
Ma procediamo con ordine.

L’INCONTRO DALL’AVVOCATO I dissidi con la famiglia Scalise avrebbero avuto inizio con la latitanza di Daniele Scalise (durata dalla primavera del 2012 a quella del 2013) che era difeso dall’avvocato Pagliuso. In una occasione Francesco avrebbe riferito alla sorella Antonia di essere stato contattato dal collega Antonio Larussa (l’avvocato Larussa non è indagato in questo procedimento, nei suoi confronti vi è stata una chiusura indagini a settembre scorso, in un separato procedimento, per favoreggiamento della latitanza di Daniele Scalise e violenza privata nei confronti di Francesco Pagliuso, ndr) e qui vi avrebbe trovato Pino e Daniele Scalise. «Mio fratello ha immediatamente manifestato un netto disaccordo circa le modalità di quell’incontro, riferendo espressamente di non voler procedere ad incontri di quel tipo, andando via con qualche imprecazione», racconta Antonia Pagliuso agli inquirenti. Qualche tempo dopo l’avvocato «era stato condotto da Pino Scalise ad un incontro in cui aveva trovato sia Daniele Scalise che Vescio e Iannazzo (Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo, entrambi uccisi da Domenico Mezzatesta a gennaio 2013, ndr)». «Ricordo che Francesco mi disse che non sapeva dove si trovava il luogo in cui era stato condotto da Pino Scalise; non so dire se fosse stato condotto in quel luogo bendato in quanto di ciò non ho ricordo, preciso però essendone certa che mi disse che non sapeva indicare il luogo dove era avvenuto questo incontro; ricordo che disse che durante il tragitto aveva avuto molta paura perché non sì rendeva conto di dove fosse e dove stessero andando e poi era stato condotto in un’abitazione, di cui non aveva alcuna contezza». Quell’incontro voluto con forza dagli Scalise e che ha portato a una accusa di sequestro nei confronti di Pino Scalise per avere «in concorso con i deceduti Scalise Daniele, Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, privato della libertà personale, l’avvocato Francesco Pagliuso, conducendolo contro la sua volontà, incappucciato durante il percorso, da Lamezia Terme in un bosco sito nella zona montana del Reventino, ove lo costringevano per apprezzabile lasso di tempo a stare, legato ed impossibilitato a muoversi liberamente, in attesa delle loro determinazioni dinnanzi ad una buca scavata nel terreno con un mezzo meccanico».

L’EPISODIO DEL BOSCO CHE TANTISSIMI CONOSCEVANO Credeva di non rivedere più suo figlio l’avvocato Francesco Pagliuso, legato davanti a una buca al cospetto di Pino e Daniele Scalise, Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo, in attesa di una loro mossa. Aveva dovuto ascoltare le “accuse” di non vere curato bene i loro affari. «Ricordo – racconta Antonia Pagliuso – che gli veniva rimproverato anche di non avere presentato tempestivamente un’istanza di dissequestro per un immobile intestato alla mamma di Daniele Scalise, secondo quanto lo stesso Daniele diceva essergli stato detto dall’avvocato Larussa. Francesco mi disse che a tale proposito era intervenuto lo stesso Pino Scalise che aveva rimproverato il figlio dicendo che non era vero niente perché lui stesso aveva concordato con Francesco di attendere gli esiti della relazione tecnica che era stata commissionata proprio per avanzare l’istanza di dissequestro: peraltro successivamente gli stessi tecnici ebbero anche contatti con l’avvocato Larussa». In più al penalista sarebbe stato rimproverato «l’atteggiamento avuto nel corso del primo incontro quando era andato via imprecando, nonché la scarsa attenzione che prestava nelle difese di Daniele Scalise». Dell’episodio del bosco in molti erano a conoscenza. Scosso, provato, l’avvocato Pagliuso nell’estate del 2012 aveva raccontato il fatto a diversi colleghi, collaboratori di studio e anche nel corso di una riunione del direttivo della Camera penale di Lamezia Terme di cui era segretario. Gli avvocati sentiti come persone informate sui fatti confermano quella riunione e i suoi contenuti. In molti conoscevano quell’episodio ma uno solo, annotano i magistrati di Catanzaro, Nicola Gratteri e Elio Romano, si è presentato spontaneamente a raccontare quello che sapeva.
«Egli ci disse che doveva riferirci di un episodio gravissimo che gli era accaduto qualche giorno prima e che era necessario che fosse portato all’attenzione di tutti gli appartenenti alla Camera penale; in sostanza ci riferì che era stato letteralmente sequestrato da alcuni soggetti, di cui non fece i nomi, i quali lo avevano incappucciato e condotto in un bosco che egli non ha saputo meglio collocare, era stato malmenato e trascinato di fronte ad una buca scavata con un mezzo meccanico, il tutto accompagnato dalla minaccia di essere scaraventato all’interno di quella buca in modo che il corpo non sarebbe più stato ritrovato; egli era letteralmente terrorizzato anche al solo rievocare il ricordo di quell’accadimento e aggiunse che quando ormai aveva perso ogni speranza di rivedere il proprio figliuolo, a suo dire fu salvato dall’intervento del più anziano dei soggetti che lo avevano sequestrato; egli attribuiva la responsabilità di tale episodio, con certezza, all’avvocato Antonio Larussa, che per come avevano parlato gli stessi soggetti che lo avevano sequestrato, aveva insinuato nelle menti di questi ultimi il convincimento che l’avvocato Francesco Pagliuso avesse commesso un grave errore in un procedimento che vedeva coinvolti i soggetti che lo avevano sequestrato ovvero alcuno di essi». In quell’occasione Pagliuso non volle verbalizzare quanto raccontato. Si riservava «di trasmettere una sorta di denuncia scritta in seguito per far aprire il procedimento disciplinare nei confronti dell’avvocato Antonio Larussa». Ma anche questo procedimento non verrà mai aperto, probabilmente perché «egli temeva che la denuncia formale di quanto avvenuto avrebbe potuto pregiudicare la sua immagine professionale anche nella considerazione di altri clienti e in definitiva minarne l’affidabilità come avvocato, per quanto concerne il profilo della riservatezza». Da quello che il penalista aveva raccontato un collega di studio emergono altri particolari. Nell’estate 2012 Pagliuso, molto preoccupato aveva avvisato un collega «che si sarebbe allontanato qualche ora e che se non fosse rientrato avrei dovuto avvisare i Carabinieri». Poi rientrò dopo tre ore visibilmente turbato. Al collega che gli chiedeva cosa fosse accaduto l’avvocato avrebbe rivelato «di aver avuto un incontro con il latitante Daniele Scalise e precisamente di essersi recato nell’area di servizio denominata Martinika, sita in Lamezia Terme in via del Progresso, di aver incontrato in loco i predetti Vescio e Iannazzo, i quali dopo averlo bendato lo avevano trasportato in auto percorrendo anche strade sterrate – cosa che Francesco Pagliuso aveva percepito sebbene bendato – alla presenza del Daniele, in una casa/casolare ove lo stesso si stava nascondendo poiché latitante».

ATTENTI A “QUELLI DI LA’” L’episodio del bosco avveniva nell’estate 2012. A gennaio 2013, in un bar di Decollatura vengono uccisi Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio. Le telecamere del bar riprendono Domenico Mezzatesta e suo figlio Giovanni. Giovanni viene arrestato, il padre resterà latitante per più di un anno. Pagliuso prenderà le difese dei due Mezzatesta. I rapporti professionali con gli Scalise erano ormai chiusi ma questi giudicano un affronto la difesa dei Mezzatesta, tanto più che sono convinti che l’avvocato copra la loro latitanza. Poco dopo il duplice omicidio di Decollatura, Pino Scalise, racconta Antonia Pagliuso, si reca nello studio legale dei Pagliuso a Soveria Mannelli. «… posso riferire che io stessa ebbi a sentire, come peraltro confermatomi successivamente da mio fratello, che lo Scalise dopo avere detto a Francesco che sbagliava a difendere Mezzatesta per quel fatto omicidiario, gli disse con termini paternalistici, ma in modo di vero e proprio avvertimento, che doveva stare attento a “quelli di là” indicazione interpretata sia da me che da mio fratello come le famiglie di Lamezia dei due deceduti, e che già la stessa sera dell’omicidio erano saliti in trenta persone a Decollatura a cercare i Mezzatesta, evidentemente per vendetta; con un riferimento anche minaccioso agli incontri che lui avrebbe avuto con Domenico Mezzatesta».

LA LISTA NERA Fu lo stesso Domenico Mezzatesta a riferire a Francesco Pagliuso e a sua sorella Antonia dell’esistenza di una “lista nera” in fondo alla quale vi sarebbe stato il nome dell’avvocato. «Questa circostanza mi è stata riferita direttamente e personalmente da Mezzatesta Domenico un paio di giorni prima del suo matrimonio in carcere; ma già io avevo saputo di questo elenco dì nomi di persone che dovevano essere uccise, in quanto il Mezzatesta stesso ne aveva parlato anche con mio fratello». Di questo Francesco aveva paura, aveva paura e ogni tanto lo esternava con finto sarcasmo: «Arriveranno in fondo alla lista».

«REVOCA IL MANDATO O NON AVRAI PROTEZIONE» L’astio per l’avvocato Pagliuso era tale che Daniele Scalise, in carcere, avrebbe intimato a un cliente del penalista «di revocare il mandato a mio fratello – racconta Antonia Pagliuso – sollecitandolo anche a parlare male dello stesso, e aggiungendo che in carcere comandava lui e che se non avesse fatto come chiedeva non avrebbe goduto della sua protezione in carcere». Il cliente non aderì e avvertì l’avvocato di stare attento.

QUELLA CONSAPEVOLEZZA TRA LA GENTE Il 7 marzo scorso l’avvocato Antonia Pagliuso ha chiesto di parlare con il capitano Fabio Vincelli, comandante del Nucleo investigativo. Dalle annotazioni dell’incontro da parte del militare emergerà un ulteriore elemento di interesse, ossia la «pressione mafiosa esercitata dagli Scalise sulla popolazione del loro territorio di influenza, a tal punto che la cittadinanza evitava di intrattenere conversazioni con la Pagliuso per paura di ritorsioni dalla citata famiglia. Ciò testimoniava come, in un piccolo centro quale quello di Soveria Mannelli, la cosca Scalise avesse oramai creato un clima di terrore a tal punto da condizionare anche i normali rapporti di vita quotidiana, influenzando le scelte della popolazione».

Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it





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