Viscomi: «Maggioranza “costretta” a togliere il blocco delle assunzioni»

Intervista al deputato del Pd Viscomi dopo la discussione sul Decreto Calabria. «Senza un’opposizione serrata avremmo ancora davanti un emendamento inutile. Ma nel Dl ci sono ancora errori. I Cinquestelle? Alcuni vogliono davvero il cambiamento, ma non si può fare con norme incostituzionali»

CATANZARO Nel Decreto Calabria non c’è più lo stop alle assunzioni che avrebbe, probabilmente, dato il colpo di grazia alla sanità. Dopo due giorni di serrata discussione in Commissione Affari sociali, e di scontri tra opposizione e maggioranza, il dl ha una faccia meno “cattiva”. Ma non per questo, per il deputato del Pd Antonio Viscomi, i suoi potenziali effetti negativi sono stati cancellati.

Il blocco del turnover pare scongiurato. E, dopo la discussione in Commissione, è partita la corsa a intestarsi i meriti. Lei ha partecipato alla tesissima due giorni sul Dl Calabria: com’è andata?

«In poche parole: gli argomenti svolti e le proposte presentate in Commissione da tutti i gruppi di opposizione hanno convinto il governo a ritirare la proposta originaria, presentata dalla Relatrice, che si limitava a introdurre una pianificazione triennale dei fabbisogni, e a sostituirla invece con l’abrogazione della norma che stabilisce il blocco automatico del turnover per tutte le regioni in Piano di rientro. Credo che diversi fattori abbiano giocato a favore del cambiamento di indirizzo del governo: la presenza di una posizione compatta di tutti i parlamentari calabresi di opposizione; l’evidente effetto negativo del blocco sul raggiungimento del Lea; la chiarezza tecnica delle nostre argomentazioni; l’aver ricordato più volte che questo decreto non riguarda solo la Calabria ma introduce modelli generali di regolazione tra Stato e Regioni. Senza una serrata e tecnicamente attrezzata opposizione avremmo ancora davanti l’inutile emendamento formulato inizialmente dalla Relatrice, poi modificato tenendo conto delle richieste dell’opposizione. Come nel calcio, anche in politica, vince sempre il gioco di squadra. In ogni caso, vorrei ricordare che i resoconti delle sedute di commissione e di aula sono liberamente consultabili da ciascuno sul sito camera.it».

Il mancato stop alle assunzioni sembra aver rasserenato il clima attorno al decreto. Crede che la norma contenga altri pericoli per la sanità calabrese?

«Chi si dice sereno non ha letto il decreto. Penso per esempio alla questione degli appalti. Ho detto in commissione che la corruzione non si vince cambiando la sede delle stazioni appaltanti, ma con la scelta di commissari onesti e competenti, con l’introduzione di procedure trasparenti e l’adozione di controlli severi. Tutte cose delle quali il decreto non dice nulla. Penso ancora alle norme su dissesto finanziario. Anche su questo versante ho segnalato gli errore tecnici a partire dalla esigenza di definire la soglia oltre la quale il debito si trasforma in disavanzo strutturale non sanabile e dalla necessità di individuare gli strumenti per venire fuori dallo stato di dissesto, anche perché altrimenti la nomina di un commissario straordinario per la liquidazione rischia di essere solo di facciata. Ma su questo argomento non abbiamo avuto risposta».

Uno degli emendamenti che ha presentato prevedeva di subordinare l’erogazione del bonus da 70mila euro ai commissari a una valutazione della loro attività. Perché crede che sia stato bocciato?

«Hanno addotto due motivazioni. Entrambe risibili. La prima è che i risultati si valutano solo alla fine. Ma il decreto prevede che il commissario ad acta valuti i commissari straordinari da lui stesso nominati ogni sei mesi. Dunque è possibile una valutazione in itinere e non soltanto una valutazione finale. Il secondo argomento è che quei soldi servono come incentivo perché nessuno vuole venire a lavorare nella sanità calabrese. Ho provato molta amarezza nel sentire queste parole. L’immagine che della Calabria c’è nel paese è veramente pesante. E temo che spesso all’origine di questa immagine ci siamo noi stessi. È questa la vera sfida da vincere: non con le parole, che servono a nulla, ma con i fatti, che sono sempre ostinati, e con il merito, senza mai nascondere errori e negatività sotto il tappeto».

Come legge lo scontro tra M5S e Lega sulla nomina dei direttori generali? L’impostazione dei Cinquestelle metterà davvero fine alla “sanità dei raccomandati”?

«Io dialogo molto con i colleghi cinquestelle e credo veramente che in molti di loro ci sia la volontà reale di cambiare le cose. Ma credo anche che spesso il loro sistema di comunicazione centralizzato prevalga su tutto il resto. Come in questo caso in cui si parla di norme contro i raccomandati. Ora, tutti vogliamo che la sanità sia gestita da persone capaci e non già dagli incapaci amici, o amici degli amici. Ma la soluzione proposta da loro è una soluzione che serve a poco perché incostituzionale: modifica unilateralmente una regola formulata in modo condiviso con la conferenza delle regioni perché così impone la costituzione. Per questo come gruppo del Pd abbiamo votato contro l’emendamento del Movimento e contro l’ancora peggiore subemendamento della Lega. Ma siamo pronti a discutere e a confrontarci su quali siano i modi migliori per individuare le professionalità a cui affidare la sanità pubblica. E non è nemmeno così difficile».

Come prosegue ora in Parlamento?

«Dopo la Commissione, il testo modificato arriva in aula. La settimana scorsa ho discusso in aula io stesso la questione pregiudiziale di costituzionalità, respinta dalla maggioranza. Dunque da lunedì 28, salvo rinvii, si va direttamente in aula per la discussione generale, la discussione e votazione degli emendamenti che ripresenteremo, poi il voto finale. Dopo, il decreto andrà al Senato per essere approvato entro i sessanta giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale». (ppp)







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