Giovanni Impastato agli studenti di Catanzaro: «Torniamo alle idee»

Il fratello di Peppino all’Auditorium “Casalinuovo” per la quarta giornata della XVII edizione del Progetto Gutenberg

di Maria Rita Galati
CATANZARO Di ascoltare Giovanni Impastato non ci si stancherebbe mai. Quel suo tono pacato ma deciso nelle pause apre un varco alla ricerca della parola giusta, dell’aggettivo più adatto, per rendere il carico di sofferenza e responsabilità che si porta dietro da una vita con una impronta indelebile: la tensione emotiva di chi, tra rinunce e sacrifici ha dedicato una vita alla lotta alla mafia. Ma lo ha fatto portandosi dietro il vuoto enorme della perdita di un fratello amato, che invece di diventare una icona si è fatto punto di riferimento da cui ripartire ogni giorno per spiegare il coraggio di lottare per quella legalità che va oltre la mera applicazione delle leggi, nella direzione del rispetto della dignità umana. E mentre si ferma per riordinare i pensieri, osserva i tanti giovani delle scuole superiori di Catanzaro che occupano in ogni angolo l’Auditorium “Casalinuovo” per la quarta giornata della edizione numero XVII del Progetto Gutenberg. Giovanni, fratello minore dell’attivista antimafia e giornalista ucciso a Cinisi il 9 maggio 1978, è chiamato a confrontarsi con i ragazzi e a rispondere alle loro domande sul libro “Oltre i cento passi”, libro del 2017 edito da Piemme arricchito dalle illustrazioni di Vauro. Giovanni i giovani li guarda sempre quasi commosso, anche quando li riprende se palesano disattenzione – cosa che non capita spesso nelle oltre tre ore di conferenza – e poi li richiama a seguirlo, soprattutto perché per lui non è mai facile tirare fuori quella commissione di tensione, rabbia, dolore, che diventa un macigno, fedele compagno di una vita. Ma li guarda con l’affetto di un fratello, di un padre e di un nonno, perché, spiega, in quegli occhi, anche quando restano incollati sullo schermo del telefonino, si può cogliere lo stesso sguardo luminoso e carico di voglia di lottare di Peppino. Introdotto dalla professoressa Rossella Molè del liceo Classico “Galluppi”, affiancato dal presidente dell’associazione Gutenberg Calabria, Armando Vitale e dalla vice presidente nazionale di Avviso Pubblico, Maria Antonietta Sacco, Giovanni Impastato si concede generosamente ai ragazzi: rispondendo alle domande sul libro aiuta a sfogliare, sviscerandole, pagine di storia del Paese che si incrociano alla vita vissuta, quella di Peppino, che è diventata patrimonio di tutti, proprio grazie a Giovanni. E a sua mamma Felicia, una donna di straordinaria sensibilità ed intelligenza che, «nonostante fosse innamorata del marito e affascinata dal potere, che era potere mafioso, ha avuto il coraggio di rompere con il passato ed abbracciare le lotte, il coraggio e le idee del figlio che aveva rivoluzionato il rapporto sociale e culturale con la mafia». E se oggi, a tenere insieme i pezzi della storia di Peppino c’è la Casa Memoria “Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi, Palermo, divenuto luogo pubblico, il merito è di Felicia che si è sempre preoccupata di voler lasciare una “traccia della memoria”.
LA CASA DELLA MEMORIA Un luogo fisico dove toccare la realtà è necessario. Come avremmo potuto raccontare dell’Olocausto se l’Armata rossa avesse tardato di qualche giorno nel liberare il campo di Auschwitz e non ci fosse rimasta traccia di quell’orrore? «Oggi avremmo dovuto subire le lezioni ci chi vuole raccontare che i campi di concentramento ce li siamo inventati – dice ancora Giovanni –. Per questo è stato importante anche far visitare la casa di Badalamenti: quei muri sono testimoni della progettazioni di stragi e omicidi, compreso quello di Peppino. Dopo il funerale mia madre ci disse: voi siete i miei figli e dovete raccontare come sono andate le cose. Peppino non era un eroe ma il suo messaggio vuol dire tanto, è un messaggio educativo e di impegno civile che deve andare avanti». E così è stato per tutta la vita. «Mia madre è stata sempre presente e dopo la sua morte nel 2004, raccogliendo le sue volontà abbiamo poi aperto la Casa facendola divenire luogo pubblico quale è ancora oggi».
CHI ERA PEPPINO Giovanni “presenta” suo fratello agli studenti come un ragazzo normalissimo, animato da una grande voglia di giustizia, molto sensibile e un po’ spregiudicato, in senso positivo, perché veniva da una cultura rivoluzionaria, di impegno civile, di lotta, sempre in prima linea contro le ingiustizie. «Peppino era anche uno che studiava molto, era un intellettuale ma non faceva pesare la sua grande preparazione culturale e politica nei confronti di chi magari non aveva mai aperto un libro. Ecco – dice – Peppino era questo: umile e sempre al fianco delle persone che avevano bisogno». E Peppino non è mai stato dimenticato. «Subito dopo la sua morte abbiamo portato avanti azioni di impegno civile, lotta, di tutto. Nonostante ciò, in 22 anni non siamo riusciti ad ottenere quello che il film ha ottenuto in 48 ore. Siamo quindi grati al film, ma ora dobbiamo andare oltre. Non vogliamo che Peppino diventi un eroe o un mito irraggiungibile altrimenti potrebbe scattare un meccanismo paralizzante nelle persone che non sentendosi all’altezza finirebbero con il non fare nulla. Ecco perché dobbiamo “toccare” Peppino, dobbiamo percepirlo come esempio e punto di riferimento per tutti noi». «Vogliamo ricordare Peppino attraverso tutte le cose che è riuscito a fare in quegli anni trasmettendo lo spirito che lo muoveva ai giovani che oggi – tra l’altro – hanno tutta una serie di strumenti che Peppino non poteva nemmeno immaginare. Peppino usava dei mezzi di comunicazione dei tempi: radio, fotografie, volantini. Oggi abbiamo i social, internet, gli smartphone – continua ancora Giovanni – pensiamo a cosa avrebbe potuto fare Peppino con i mezzi di oggi! Ecco perché abbiamo la responsabilità di accompagnare i giovani e far loro toccare con mano la storia, sia quella positiva che quella negativa».
QUANDO INIZIA LA STORIA DI PEPPINO Ma quando inizia la storia di Peppino Impastato? «Quando io e Peppino eravamo bambini, la mafia era la naturale regola dell’Universo. Quindi il periodo più spensierato e più bello della nostra vita lo abbiamo vissuto con la mafia e la natura. Tutti le persone che giravano attorno a noi – spiega ancora – erano mafiose: lo zio e altri parenti erano mafiosi. Le cose cambiarono con la morte dello zio Cesare Manzella, capomafia ucciso nel 1963». Quando Peppino e Giovanni, insieme ad altri ragazzini, si recano sul luogo dell’attentato e trovano una deflagrazione completa. Peppino, traumatizzato da quello spettacolo, dice: «E questa è la mafia? Se questa è la mafia allora io la combatterò per il resto della mia vita». E così ha fatto. Il primo passo è stato rompere col padre, ovvero ripudiare il suo codice comportamentale. Giovanni parla di una rottura storico-culturale, non un semplice diverbio padre-figlio. Una rottura che è prima di tutto esistenziale, un rifiuto ostinato e totale della violenza e dello stesso prestigio mafioso. Degli anni dell’infanzia Giovanni ricorda che andava a catturare le lucertole e le rane, per poi liberarle, e ricorda con molto affetto le lucciole, che toglievano la paura della notte: «Quelle lucciole, di punto in bianco, sono scomparse. Dieci anni dopo, nel 1975, ricordo di aver letto sul Corriere della Sera un articolo di Pasolini che divide la storia politica italiana in tre grandi gruppi: prima, durante e dopo la scomparsa delle lucciole. Ed è in quest’ultima fase che si è creato un vuoto di potere che la mafia ha occupato».
«TORNIAMO ALLE IDEE» Ma come si può continuare la battaglia di Peppino? «Le battaglie di Peppino vanno politicizzate, non strumentalizzate – dice ancora travolto da innumerevoli domande -. Non ci possiamo permettere di perdere di concedere spazio a chi dice che le idee non servono più, che bisogna guardare solo alle persone, questo alimenta l’antipolitica. Torniamo alle idee. Serve una linea guida da seguire, un progetto non solo culturale ma anche politico unitario, evitando a tutti i costi di creare un mito della mafia. «Ogni storia, così come ha un inizio, ha una fine», diceva Falcone; e la mafia, proprio perché composta da uomini in carne ed ossa come noi, può essere sconfitta. Viene da chiedersi: se è così facile, perché ancora non l’abbiamo sconfitta? «Normalmente si considera la mafia come un Antistato. Questo è un errore. Il brigantaggio, per esempio, era un Antistato; le Brigate Rosse erano un Antistato. E sono state entrambe sconfitte – dice ancora -. La mafia, invece, è dentro lo Stato. Ha occupato quel vuoto di potere creatosi dopo la “scomparsa delle lucciole” e ha operato indisturbata». La risposta sta in quella legalità ancora da rincorrere, «la legalità – dice ancora – è il rispetto dell’uomo in quanto tale. Se al centro di una legge, o di uno Stato, non c’è l’uomo, quella legge e quello Stato vanno cambiati. Quindi la parola d’ordine diventa disobbedienza civile». E lo dice senza risparmiare frecciatine tanto al ministro Salvini, che a Grillo, venendo nell’applicazione della Costituzione e nel contrasto a razzismo, fascismo la vera sconfitta nella mafia.
LETTURA STRUMENTO PER ESSERE LIBERI Il merito del progetto Gutenberg, che Maria Antonietta Sacco definisce «unico» e forte testimonianza di come ci si può impegnare per la Calabria, sta proprio nella possibilità di raccogliere queste testimonianze che possono essere amplificate in intensità visitando i luoghi della memoria, proprio come Cinisi. L’invito, poi raccolto proprio dal presidente Vitale, è quello di permettere ad una delegazione di studenti di ricordare in quei luoghi Peppino nel giorno in cui si ricorda la sua uccisione, il 9 maggio. «Attenzione a quegli amministratori che delegittimano la politica portando avanti i propri interessi a discapito di quelli della comunità – ammonisce la Sacco -. La politica è fatta di idee, che permettono di capire e decidere». Le parole d’ordine per il vicepresidente di Avviso Pubblico sono tre: formarsi, impegnarsi e mettersi in rete. Ma il comune denominatore sta nei libri. «I telefonini sostituiscono la vita, non fatevi distruggere dalla tecnologia, ma governatela – aggiunge invece Vitale -. L’intelligenza si coltiva, attraverso la lettura: i libri sono uno strumento per riflettere, conoscere la realtà, essere liberi. La lettura non è una aristocrazia dello spirito, ma crea i ragazzi della comunità della scuola. Attraverso la virtù della parola si produce il meglio, e si evita il rischio di finire per strada ed essere manovalanza della mafia». (redazione@corrierecal.it)







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