«Si è spaparanzato i soldi della ‘ndrangheta»

Dalle indagini sugli omicidi di Pirillo e Aloisio emergono le intercettazioni dei fratelli Siciliani che commentano i fatti sangue e giudicano il comportamento dei reggenti: «Cenzo è sulla strada che sta sbagliando pure»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
I soldi della bacinella non si possono gestire male. Non c’è ammenda per chi sperpera per se stesso il denaro della cassa comune. Non c’è stata pietà nemmeno per il vecchio capo cosca Nick Aloe (assassinato nel 1987), né per Bruno Natale (ucciso nel 2004) e infine per Vincenzo Pirillo (2007), tutti responsabili nella gestione della bacinella, tutti fatti fuori per ordine dei vertici e fondatori della consorteria Farao-Marincola di Cirò. Una cosca feroce e ramificata quella Farao-Marincola, disarticolata a gennaio 2018 con l’operazione “Stige” condotta dalla Dda di Catanzaro.
Anche la Dda di Milano parte dalle carte dell’inchiesta contro la ‘ndrangheta cirotana, per fare luce sull’omicidio di Cataldo Aloisio, nipote di Pirillo, avvenuto a Legnano nel 2008. Gli omicidi di Vincenzo Pirillo e Cataldo Aloisio (ne abbiamo scritto qui) si inseriscono, come scrivono i pm di Catanzaro Domenico Guarscio e Paolo Sirleo, in una «strategia di sangue intrapresa dai capi storici della locale di Cirò, a quei tempi latitanti e dunque liberi, ossia Silvio Farao e Cataldo Marincola». Una strategia di sangue che parte da lontano e si estende fino alle ‘ndrine subordinate come quella di Belvedere Spinello e di Corigliano.
Degli scialacquamenti, e relativo pollice verso, sarebbero stati a conoscenza non solo gli accoscati ma anche persone ritenute dagli investigatori ben inserite nel raggio di azione del clan. Come la famiglia Siciliani.
Ma procediamo con ordine.

“GALASSIA” E “STIGE” Due sono le grosse inchieste sulla cosca di Cirò: “Galassia”, dei primi anni 2000 e “Stige”, 2018. Mentre la prima racconta quella che è la storia della mafia cirotana che agli inizi degli anni ’70 era punto di riferimento nel nord della Calabria per i vertici della ‘ndrangheta reggina, da cui poi si è affrancata, la seconda ne racconta l’evoluzione, la capacità di inserirsi in tutti i gangli economici del territorio, fino ad acquisirne in alcuni casi il monopolio: l’offerta di pescato proveniente dalla flotta peschereccia di Cariati, i servizio portuali di Cirò e Cariati, i servizi di lavanderia industriale, la distribuzione dei prodotti alimentari, la distribuzione di carta e plastica per alimenti, la raccolta e rigenerazione di plastica e cartone, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, la gestione dei servizi per l’accoglienza migranti (vedi Cara di Isola Capo Rizzuto), la distribuzione dei prodotti vinicoli controllata anche all’estero, soprattutto in Germania, grazie a una cellula distaccata in territorio tedesco, i servizi di onoranze funebri, i prodotti da forno, i semilavorati per pizze, la distribuzione di bevande, le agenzie del gioco on line, gli appalti pubblici e privati del taglio boschivo, gli appalti di servizi e la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina.
Ma per arrivare a un controllo così marcato del territorio i cirotani hanno pagato un prezzo di sangue altissimo.
Il procedimento Stige si trova attualmente in fase dibattimentale e, per quanto riguarda il rito abbreviato, sono state invocate dal pm Domenico Guarascio le richieste di pena e si sta procedendo con le discussioni delle difese.

IL LEGAME CON I SICILIANI Imputati in questo procedimento sono anche i fratelli Roberto, Nevio e Mario Siciliani accusati di essere partecipi delle attività della cosca Farao-Marincola. Secondo la Dda di Catanzaro, «si rendono intestatari di beni immobili, anche attraverso l’impresa “Ionica Immobiliare srl” con sede a Cirò Marina, ed imprese per conto della consorteria, mettendo gli immobili a disposizione della consorteria, che vi installa attività imprenditoriali. Altri immobili mettono a disposizione, quali dimore dei dirigenti, specie se detenuti, e dei loro stretti congiunti. Rappresentano uno dei collanti con l’amministrazione comunale di Cirò e provinciale di Crotone. In particolare Nevio ha goduto dell’appoggio della cosca, che ha profuso a di lui vantaggio, proselitismo ‘ndranghetistico in occasione della competizione amministrativa comunale del 2006, di tal ché ha ricoperto incarico assessorile con deleghe importanti, cosi frustrando l’agire amministrativo-comunale per l’interesse della consorteria. Roberto Siciliani ha goduto del proselitismo ‘ndranghetistico della cosca onde essere eletto sindaco di Cirò Marina nella tornata elettorale del 2011, così piegando l’operato della giunta al perseguimento degli interessi della cosca. Mario Siciliani, del pari, si è colluso con i plenipotenziari della consorteria per determinare l’elezione dei fratelli Nevio e Roberto». Il legame dei Siciliani con i Farao- Marincola, secondo le ricostruzioni investigative, risalirebbe alla fine degli anni ’80 quando il capo della consorteria criminale di Cirò, colui che gestiva la cassa della cosca, era Nick Aloe, socio di un’impresa di costruzioni immobiliari con don Peppe Siciliani, padre di Roberto, Nevio e Mario.

«CENZO STA SBAGLIANDO» Secondo gli inquirenti dalle intercettazioni dei fratelli Siciliani, e in alcuni frangenti anche del padre, don Peppe, emergerebbe il «loro rapporto privilegiato in seno all cosca», spesso gli interlocutori sono gli stessi Giuseppe Farao e Cataldo Marincola, supremi reggenti della consorteria. In una conversazione del 2006 tra Salvatore Varano e Mario Siciliani si parla del fatto che Bruno Natale sia stato ucciso perché curava i propri interessi economici più del bene comune del clan. nelle numerose intercettazioni che i carabinieri ascoltano tra i Siciliani si susseguono i parallelismi tra le morti di Aloe, Bruno e Pirillo. In quel periodo a reggere il gruppo criminale di Cirò c’è Vincenzo Pirillo – visto che Silvio Farao e Cataldo Marincola sono latitanti –. «Meglio Cenzo che Natale», commenta Varano. «Cenzo è sulla strada che sta sbagliando pure», gli fa eco Mario Siciliani. Lo stesso Peppe Siciliani, classe 1927, intercettato nel 2007, sembra a conoscenza di quanto avvenuto a Bruno Natale: «Si è fregato i soldi… che te lo dice tuo padre… – dice al figlio Mario – si è spaparanzato coi cazzi… i soldi della ‘ndrangheta oih». Nel 2007, dopo la morte di Pirillo, Mario Siciliani commenta il fatto che Pirillo avesse «una vita totalmente disordinata», aveva le mani un po’ ovunque «assegni… macchine… finanziarie… cose». Secondo Mario Siciliani – scrivono i pm – «l’errore di Pirillo è stato quello di accompagnarsi a gente comune di cui si serviva per i propri interessi anziché “stare in mezzo ai malavita”, dei quali dunque si era attirato la “gelosia”, come era accaduto in passato a Nicodemo Aloe». (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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