Insulti su Facebook, Tansi dovrà risarcire la Cisal per 20mila euro

Il Tribunale di Roma condanna l’ex capo della Protezione civile regionale. Che aveva definito l’organizzazione «il sindacato che vuole perpetrare gli interessi di una vecchia e desueta Calabria». Per i giudici sono ingiurie «disancorate dalla realtà»

ROMA L’ex capo della Protezione civile calabrese Carlo Tansi è stato condannato a risarcire con 20mila il sindacato Cisal, riguardo al quale aveva espresso sui social network una serie di commenti che il Tribunale di Roma ha ritenuto incongrui. Tansi è stato condannato anche al pagamento delle spese legali, che il giudice Vincenzo Vitalone liquida in 3.250 euro.

I POST DI TANSI L’ex manager regionale, il 20 luglio 2016 aveva bollato in un post la Cisal, che è stata difesa dall’avvocato Franco Giampà, come il «sindacato della casta. È il sindacato – scriveva – i cui rappresentanti sono mossi dalla politica e cambiano casacca in tutte le stazioni… è il sindacato in cui la carica dei segretari generali nazionali sembra che da tempo si tramandi di padre in figlio… con dati inconfutabili ala mano». E ancora: «È il sindacato i cui rappresentanti hanno cavalcato varie segreterie politiche della regione, continuando a farlo, cambiando casacca a seconda del vento e delle stagioni… con dati inconfutabili alla mano. È il sindacato che vuole perpetrare gli interessi di una vecchia e desueta Calabria». Precedentemente, Tansi aveva prefigurato l’intervento della magistratura nei confronti di una «cupola del potere gestita dalla ‘ndrangheta e sostenuta da politici collusi con “clan di zingari” e con qualche pseudo sindacato e dalla giungla della burocrazia».

«AFFERMAZIONI DISANCORATE DALLA REALTÀ» Per il giudice, dai messaggi – postati in un breve lasso di tempo – «emergono in maniera incontrovertibile profili di sospetto circa presunti legami tra la Cisal e i suoi dirigenti e la ‘ndrangheta, nonché riguardo alle modalità di conferimento degli incarichi più rilevanti da parte della suddetta organizzazione sindacale». Affermazioni, queste, «gravi e inquietanti», quanto «del tutto disancorate da una realtà verificabile o riscontrabile» che avrebbero determinato «senza alcun dubbio una grave lesione alla reputazione e all’immagine del sindacato Cisal e hanno assunto una intensa portata lesiva poiché provenienti da un soggetto investito di funzioni pubbliche e, quindi, certamente considerato da una parte della collettività una fonte informativa attendibile». La richiesta di risarcimento è stata dunque parzialmente accolta perché Tansi, «nell’esprimere giudizi, pur duramente critici nei confronti del sindacato, aveva comunque l’obbligo di attenersi alla realtà e di non trascendere in affermazioni ingiuriose e denigratorie idonee esclusivamente a instillare l’oscuro, quanto indebito, sospetto di collusioni tra una organizzazione sindacale di rilevanza nazionale e la criminalità mafiosa».

IL COMMENTO DEL SEGRETARIO Francesco Cavallaro, segretario nazionale del sindacato, commenta in una nota la sentenza. «Avremmo potuto e, forse dovuto, scrivere che la campagna diffamatoria portata avanti nel 2016 via “social” dal signor Carlo Tansi, già Capo della Protezione Civile calabrese, contro la nostra Confederazione, era figlia di affermazioni ingiuriose e denigratorie disancorate da una realtà verificabile o riscontrabile, determinando senza alcun dubbio una grave lesione alla reputazione e all’immagine della Cisal – esordisce la nota di Cavallaro –. Ma non lo faremo. Avremmo potuto, e forse anche dovuto, scrivere che quanto affermato via Facebook dal Signor Tansi sulla Cisal, descritta dall’allora dirigente regionale “il sindacato della Casta” ha assunto una grave rilevanza lesiva poiché provenienti da un soggetto investito da funzioni pubbliche e, quindi, certamente ritenuto una fonte informativa attendibile. Ma non lo faremo. Avremmo potuto, e forse anche dovuto, scrivere che quanto affermato dal signor Tansi nel 2016, il quale sosteneva che “la Cisal è il sindacato che vuole perpetrare gli interessi di una vecchia e desueta Calabria” facendo riferimento a fatti gravi fino ad instillare l’oscuro, quanto indebito sospetto, di collusioni tra l’organizzazione sindacale di rilevanza nazionale e la criminalità mafiosa, fosse ed è solo il frutto dell’inquietante e del tutto ingiuriosa immaginazione di un soggetto, grazie alle intuizioni e deduzioni sollevate dal nostro legale Mariarosa Calabretta, ritenuto dalla Repubblica Italiana condannato a risarcire il pagamento di ventimila euro per il reato di diffamazione più gli interessi e le spese legali. Ma non lo faremo. Non è nel nostro stile», continua il segretario. Che spiega il motivo nella chiosa del comunicato stampa. La Cisal non lo fa «perché lo ha fatto il Tribunale di Roma con la sentenza n. 15577/2019 chiudendo una squallida e tristissima vicenda che, tuttavia, ha avuto il merito di portare alla luce e alla vista dei calabresi la vera dimensione di taluni personaggi».







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