«La casa abusiva non mi riguarda». Ma Aiello nel 1995 si dichiarava «proprietario»

La storia “edilizia” che ha imbarazzato il candidato a governatore del M5S ricostruita attraverso le sentenze. Il Consiglio di Stato chiama in causa il Comune per valutare la «fattibilità» della demolizione e irrogare la sanzione. Ma negli uffici di Carlopoli nulla si è mosso

CARLOPOLI «Sono molto tranquillo su questa questione. Io sono in attesa che il problema giudiziario, di natura amministrativa, venga risolto. Ci sono setto o otto opzioni amministrative per chiudere questa cosa che non mi riguarda personalmente ma è una cosa che risale agli anni Ottanta e che ho ereditato da mio padre. Però sono assolutamente tranquillo, non è villa è una casa, frutto del sudore di quarant’anni di attività di lavoro indipendente di mio padre». Così ai microfono del Corriere della Calabria, Francesco Aiello, interpellato, ai margini di un incontro con i Cinque Stelle – con i quali è candidato alla carica di governatore per le regionali 2020 – sulla questione amministrativa, sì, ma che sta diventando anche politica, circa le sanzioni che pendono ancora sulla casa di famiglia a Carlopoli ritenuta parzialmente abusiva (il piano seminterrato e il secondo).
Aiello afferma che la questione non lo riguarda personalmente, ma nel 1995 ha presentato una richiesta di sanatoria «in qualità di proprietario nonché figlio dei titolari».
All’epoca, però, Aiello non era proprietario del manufatto che, poi, avrebbe ereditato. Il candidato del M5S, infatti, è diventato proprietario nel 2007, dopo la morte della madre.
 La questione ha tenuto banco negli ultimi giorni. Al centro vi sono il candidato governatore del M5S Aiello, la casa (tre piani più un seminterrato) e il Comune di Carlopoli. In sostanza la struttura, fatta costruire negli anni 80 dai genitori di Aiello, è stata oggetto di una sentenza del Tar e di una del Consiglio di Stato perché costruita con una volumetria superiore a quella consentita dall’indice di fabbricabilità del Comune.
C’è da premettere che nel 2009, con ordinanza numero 11, il responsabile dell’ufficio tecnico decise per la demolizione delle opere abusive. La prima ordinanza di demolizione risale al 1989 ad opera del commissario prefettizio Cento. 
Il Consiglio di Stato nel 2013 accoglie parzialmente il ricorso presentato da Francesco e Giuseppe Aiello specificando che restano ferme «l’abusività dei piani seminterrato e secondo e la doverosità dell’irrogazione della sanzione», ma specifica che l’ordinanza del 2009 va annullata «nella sola parte in cui non effettua la valutazione sulla fattibilità della demolizione senza pregiudizio della parte legittimata dal fabbricato». In sostanza, va posto rimedio all’abusivismo ma senza intaccare la parte legittima della villa, cosa che inevitabilmente avverrebbe se si demolissero seminterrato e secondo piano. 
È dovere dell’amministrazione – dicono i giudici – «scegliere quale delle alternative sanzioni applicare nel caso di specie». Inoltre il CdS ordina che «la sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa», ossia dal Comune. Ad oggi tutto tace. Il Comune di Carlopoli, nonostante il Tar si sia pronunciato nel 2015 affinché venisse ottemperata la sentenza del Consiglio di Stato, non si è mosso. «Le soluzioni sono al vaglio dell’ente», fa sapere il sindaco Mario Talarico con una nota. In fondo lo dice lo stesso Aiello: «Ci sono sette o otto opzioni amministrative per chiudere questa cosa…». Ma che la cosa non lo riguardi personalmente, benché risalente agli anni 80, è un altro paio di maniche.







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