I trafficanti di rifiuti che avvelenano anche i figli per «il profitto a ogni costo»

Solo in un anno e mezzo sarebbero state sversate nel Lametino 300 tonnellate di materiale smaltito illecitamente. Compresi i medicinali scaduti di un’Azienda ospedaliera di Napoli. Tutto è partito dalla denuncia di un cittadino. Gratteri: «L’inchiesta riguarda la salute di migliaia di persone». Curcio: «Ricorda ciò che accadde nella Terra dei fuochi»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Terra avvelenata quella del Lametino. Inquinate anche le acque, che escono nere durante le analisi dei tecnici dell’Arpacal (guarda il video in basso). Intorno ci sono gli uliveti che caratterizzano il paesaggio e l’economia della Piana di Sant’Eufemia. Si chiama “Rubbish circle” l’operazione che ha dato vita a due distinte ordinanze emesse su richiesta della Dda di Catanzaro (per traffico illecito di rifiuti) e della Procura della Repubblica di Lamezia Terme per inquinamento ambientale (qui nomi e dettagli). Venti le misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati destinati al carcere, ai domiciliari o alla presentazione alla polizia giudiziaria. Si tratta di persone residenti in tutta Italia e raggiunte a Milano, Varese, Como, Torino, Bologna, Salerno, Benevento, Lamezia Terme. In due distinti luoghi (una discarica abusiva in località San Sidero e una cava in località Bagni “Cava dei Parisi”a Lamezia Terme) venivano sversati rifiuti illeciti provenienti da tutta Italia. C’erano anche medicinali scaduti smaltiti da una grossa Azienda ospedaliera di Napoli. Un vero e proprio sistema che, stando alle analisi dei tecnici, andava avanti dal 2004. 
È stata la segnalazione di un cittadino, a giugno 2018, a fare scattare le indagini del commissariato di Polizia di Lamezia Terme, coordinato dal procuratore Salvatore Curcio e dal sostituto Marica Brucci. Intercettazioni telefoniche e indagini ambientali hanno permesso di scoprire un grosso traffico di rifiuti e un terribile danno ambientale. Da giugno 2018 ad oggi sono state smaltite in maniera criminale almeno 300 tonnellate di rifiuti, senza contare quelli sversati negli anni precedenti, per un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro. La «logica del profitto a ogni costo», come l’ha definita il procuratore di Lamezia Terme, Salvatore Curcio, ha fatto sì che gli indagati inquinassero luoghi nei quali essi stessi vivevano coi propri figli.
IL SISTEMA Il sistema criminale era organizzato e diretto da Maurizio Bova, originario di Locri e residente ad Ardore e Angelo Romanello, originario di Siderno e residente a Erba, in provincia di Como. Erano loro che controllavano le società Eco.Lo.Da, con sede a Gizzeria e la Crm con sede a Dozza, in provincia di Bologna.
Sui documenti di trasporto i rifiuti dovevano essere formalmente destinati a essere stoccati in siti autorizzati in tutta Italia. Nella realtà i rifiuti non venivano nemmeno toccati ma buttati “tal quali” nei terreni di proprietà o comunque nella disponibilità dei Paris e dei Liparota, sprovvisti di qualsiasi autorizzazione ad operare nel settore dello stoccaggio e smaltimento dei rifiuti. A finire in carcere sono stati infatti anche Giuseppe Parisi, Giuseppe Liparota, Gianfranco Liparota, Felice Antonio Liparota. Ai domiciliari sono stati destinati Sarina Parisi e Francesco Parisi.
«Questa indagine riguarda la salute di migliaia di persone soprattutto del Lametino», ha detto il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri che ha coordinato le indagini con l’aggiunto Vincenzo Capomolla e i pm Elio Romano e Corrado Cubellotti. Lo scambio informativo e investigativo tra le Procure di Lamezia e Catanzaro è stato costante, come spesso avviene, visto che nella città della Piana di frequente i reati sui quali si indaga rientrano nella sfera di investigazione dell’antimafia. «La tematica ambientale sul territorio di Lamezia Terme ci sta molto a cuore – ha detto il procuratore Curcio –. Non esiste solo la realtà del campo Rom di Scordovillo sul quale siamo più volte intervenuti a causa dei roghi di sostanze inquinanti. Esiste una realtà criminale ben diversa e più allarmante». «Quello che è accaduto a Lamezia richiama quanto è accaduto nella fase prodromica della Terra dei fuochi in Campania che ha preso piede con interramenti illegittimi», afferma Curcio. In questo caso gli indagati non hanno agito in maniera estemporanea e casuale ma secondo un sistema collaudato e con l’appoggio di imprese e imprenditori in tutta Italia.
Di «biechi fini di profitto» parla il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla che spiega come il sistema funzionasse per risparmiare sul costo della gestione dell’attività di azienda. «Ringraziamo il cittadino che ci ha avvertito e ha permesso l’indagine – ha detto il dirigente del commissariato di Lamezia Terme Alessandro Tocco –. Abbiamo potuto constatare come gli indagati non si siano fermati nemmeno quando colti in flagranza di reato, continuavano ad arrivare camion all’una di notte per interrare rifiuti». Dalle intercettazioni, aggiunge il dirigente della Squadra Mobile di Catanzaro Alfonso Iadevaia, «si evince la consapevolezza che gli indagati avevano di commettere un illecito». Sul fronte ambientale, avvertono gli investigatori, le indagini nel Lametino non si fermano qui. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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