INFECTIO | Anche la politica umbra (e il riciclaggio) nel mirino dei clan di Cutro – NOMI

Sono 23 le misure cautelari ottenute dalla Dda di Catanzaro. Le cosche fornivano un servizio di false fatture agli imprenditori compiacenti. Truffe ai danni delle banche

CATANZARO L’infezione della ‘ndrangheta si era fatta strada in Umbria, mettendo radici nel sistema economico della regione. Le due operazioni antimafia delle Dda di Catanzaro e Reggio Calabria (coordinate rispettivamente da Nicola Gratteri e Giovanni Bombardieri) hanno portato a 27 provvedimenti restrittivi e al sequestro di beni per un valore di circa 10 milioni di euro disposti dai gip dei rispettivi Tribunali nei confronti di uomini dei clan Trapasso e Mannolo di San Leonardo di Cutro e Commisso di Siderno (qui la notizia).

OPERAZIONE INFECTIO L’operazione della Dda di Catanzaro (coordinata dai pmDomenico Guarascio, Antonio De Bernardo e Paolo Sirleo), denominata Infectio, condotta dal Servizio centrale operativo e dalle Squadre mobili di Perugia e Catanzaro, ha determinato l’emissione da parte del gip Paola Ciriaco di 23 misure cautelari (20 in carcere e 3 ai domiciliari). Le accuse sono, a vario titoli, associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e occultamento di armi clandestine, minacce, violenza privata, associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di una serie di reati di natura contabile o economico-finanziaria strumentali alla realizzazione sistematica di frodi in danno al sistema bancario.

ANCHE LA POLITICA NEL MIRINO L’indagine approfondisce quanto emerso già lo scorso maggio nell’operazione Malapianta. E rivela che le cosche di San Leonardo di Cutro (Mannolo, Zoffreo e Trapazzo), così come la loro proiezione in Umbria, fossero ancora operativi. In Umbria, attraverso stabili collegamenti con la casa madre, avevano impiantato un lucroso traffico di stupefacenti, anche con la complicità di trafficanti albanesi, minato – attraverso le estorsioni – la libera concorrenza nell’esecuzione di lavori edili e si erano attivate anche a favore di soggetti candidati alle elezioni amministrative locali. Tra gli arrestati figura anche lo stretto congiunto di uno dei referenti locali di Casapound.

TRUFFE ALLE BANCHE Il clan aveva inquinato il tessuto economico attraverso la predisposizione di società, spesso intestate a prestanome o soggetto inesistenti, in grado di offrire prodotti illeciti (come fatture per operazioni inesistenti) a favore di imprenditori compiacenti: business, quest’ultimo, che ha visto il coinvolgimento anche di soggetti vicini alla ‘ndrangheta vibonese e che ha consentito al sodalizio di lucrare cospicui guadagni attraverso sofisticate truffe in danno di diversi istituti di credito e complesse operazioni di riciclaggio del denaro sporco. Sequestrate società in Umbria, Lazio e Lombardia.

I NOMI Vanno in carcere: Arapi Sherif, Giuseppe Benincasa, Cali Ilirjan, Mario Cicerone, Fabrizio Conti, Mario De Bonis, Antonio De Franco, Mario Falcone, Luigi Giappichini, Giuseppe Mannolo, Pasquale Nicola, Profiti, Antonio Ribecco, Francesco Ribecco, Natale Ribecco, Francesco Procopio, Giovanni Rizzuto, Emiliano Regni, Pietro Scerbo, Francesco Valentini, Leonardo Zoffreo.
Il gip di Reggio Calabria ha disposto il carcere per Cosimo Commisso, Francesco Commisso, Antonio Rodà, Giuseppe Minnici.
Ai domiciliari: Antonio Costantino, Giuseppe Costantino, Emanuele Regni







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