«Medici dal Nord qui per arruolare pazienti e aumentare la migrazione sanitaria»

La denuncia dei tre direttori delle Cardiochirurgie calabresi. «Workshop a Cirò Marina monopolizzato l’Irccs Policlinico San Donato di San Donato Milanese. Servono soluzioni per frenare la “fuga” dalla sanità calabrese»

CATANZARO La denuncia arriva dai direttori delle tre Cardiochirurgie calabresi: Pasquale Mastroroberto (“Mater Domini” di Catanzaro); Daniele Maselli (Sant’Anna hospital di Catanzaro) e Pasquale Fratto (Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria). Ed è destinata a far discutere nell’ambiente medico, perché contiene un’accusa precisa ai colleghi che arrivano dal Nord: quella di scendere in Calabria per farsi pubblicità, portare pazienti al Nord e aumentare la migrazione sanitaria (già caratterizzata da numeri drammatici: circa 300 milioni all’anno).

«DA SAN DONATO IN CERCA DI PAZIENTI CALABRESI» Lo spunto per accendere i fari sul problema è un convegno che è stato organizzario il 13 dicembre a Cirò Marina: si è trattato del 1° workshop “Incontri Calabresi di aggiornamento in Cardiologia 2019”. «Niente di particolarmente strano – scrivono i tre primari – se non fosse che sia il direttore del Corso che tutti i relatori provengono da una istituzione lombarda e più precisamente l’Irccs Policlinico San Donato di San Donato Milanese, senza il coinvolgimento di cardiologi e men che meno dei direttori delle tre cardiochirurgie calabresi». Ovviamente, non è in un discussione la «libera determinazione di medici e pazienti e nemmeno della possibilità di organizzare un evento scientifico ma risulta difficile considerare tutto questo solo con finalità di divulgazione del sapere mentre appare chiaro che gli obiettivi sono strettamente correlati a fini di tipo clinico e, diciamolo chiaramente, a incentivare l’arruolamento di pazienti che devono essere sottoposti ad una procedura cardiochirurgica».

«NO AD AZIONI PUBBLICITARIE» Si tratta di cifre notevoli. Un singolo intervento cardiochirurgico può arrivare a costare decine di migliaia di euro, e la concorrenza – tra le grandi strutture sanitarie – porta a una deriva: la sanità diventa business. E la Calabria finisce nel mirino della voracità delle strutture settentrionali nonostante le strutture nel settore cardiochirurgico vantino prestazioni di tutto rispetto. «Ribadiamo – scrivono i primari – che, quotidianamente, le strutture da noi dirette cercano di porre un freno alla “migrazione cardiochirurgica” con risultati di eccellenza come evidenziato dagli ultimi dati diffusi dal “Programma Nazionale Esiti” di Agenas, per cui risulta intollerabile la totale assenza di “educazione” da parte di colleghi che tra l’altro provengono da una istituzione blasonata e prestigiosa. Non è più ammissibile assistere passivamente ad azioni di tipo pubblicitario da parte di soggetti di cui non mettiamo in dubbio le qualità professionali e scientifiche ma la metodologia con cui mascherano il vero fine che è quello di incentivare pazienti e famiglie della nostra regione ad affrontare lunghi viaggi per sottoporsi non solo ad interventi chirurgici ma anche a normali esami diagnostici che potrebbero tranquillamente effettuare “in loco” in centri di eccellenza».

«IL DANNO ECONOMICO PER LA CALABRIA» «È banale ma utile – continua la lettera – ripetere che tutto ciò comporta un costo notevole e di conseguenza un danno economico per una sanità già gravata da enormi problemi per cui ci rivolgiamo agli organi competenti, Commissario ad Acta per il piano di rientro e dirigente generale del Dipartimento Tutela della Salute e Politiche Sanitarie della regione Calabria, affinché trovino rapidamente le soluzioni per porre un freno a questa costante e immotivata “fuga” dalla sanità calabrese. Non ci permettiamo di suggerire eventuali azioni ma, ad esempio, la possibilità di dimezzare il rimborso ad altre Regioni potrebbe essere, se praticabile, un eventuale rimedio».

SANITÀ BUSINESS: I BONUS PER I MEDICI CALABRESI La denuncia di Mastroroberto, Maselli e Fratto dà una nuova dimensione a un fenomeno di cui il Corriere della Calabria si è occupato nelle scorse settimane raccontando la storia di Giuseppe Minutolo, medico di Gioia Tauro che ha detto “no” a un contratto con una struttura lombarda che prevedeva dei bonus per ogni paziente calabrese “trasferito” al Nord, sulla base del tipo di intervento previsto. «Non sono un commerciante di carne umana», ha scritto il cardiochirurgo in una comunicazione medico-paziente affissa nella bacheca del Centro cuore. Dopo la sua scelte, il Corriere della Calabria ha cercato di ricostruire i contorni di un sistema che vale, in teoria, diversi milioni di euro e, secondo quanto è stato possibile apprendere, coinvolge diversi consulenti anche in Calabria, terra di conquista per strutture settentrionali. Lo dimostra anche la denuncia dei tre primari delle Cardiochirurgie calabresi.





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