La rete di rapporti del “Bolognese”. «Ha avvocati come canali privilegiati. Ed è un massone deviato»

Le parole del pentito Andrea Mantella su Petrini. «Chiede denaro, viaggi o sesso per “ammazzare” processi». Le accuse a Staiano: «È in mano ai Grande Aracri». E la rabbia del legale per le voci sul suo conto – VIDEO

di Pablo Petrasso
CATANZARO Il magistrato aveva bisogno di soldi. Lo dimostrano i suoi conti, perennemente in rosso. E le telefonate in cui chiede «per pietà» al direttore di una filiale Unicredit del Cosentino di andargli incontro evitando di segnalare strani (e cospicui) versamenti in contanti. Soldi, pesce fresco, champagne, vacanze. Debolezze che si mischiano con il ruolo pubblico di Marco Petrini, con la sua influenza sulla Corte d’Appello di Catanzaro e la capacità di “aggiustare” sentenze. I magistrati della Procura di Salerno contano ascoltano gli indagati e monitorano l’iter degli atti giudiziari. Poi, sull’inchiesta, arrivano come uno shock le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Che ha informazioni interessanti su Petrini e non solo. Le parole sul giudice sono «simmetriche e convergenti rispetto alle altre risultanze investigative». L’ex killer della cosca Bonavota riferisce ai magistrati «della propensione del Petrini a ricevere regalie – in denaro, viaggi o altri beni – in cambio dell’adozione, nei giudizi di secondo grado, di “decisioni favorevoli”».

IL «MASSONE DEVIATO» Nel farlo, cita altri avvocati del foro di Catanzaro che sarebbero in contatto con il magistrato. Nessuno di loro è indagato in questo procedimento e le dichiarazioni del pentito vanno, ovviamente, sottoposte agli approfondimenti del caso. Sono parole esplosive. Che partono dal ruolo di Giancarlo Pittelli, altro legale arrestato nell’operazione “Rinascita Scott” e ritenuto dai magistrati il trait d’union tra ‘ndrangheta e massoneria deviata. Per Mantella, «Pittelli, massone deviato, vanta delle amicizie con il presidente Marco Petrini della Corte d’Appello di Catanzaro». Da ambienti criminali – «in particolare da Domenico Bonavota, da Ernesto Grande Aracri, dallo stesso Giovanni Abramo e anche da Nicolino Grande Aracri –, il collaboratore di giustizia avrebbe appreso che lo stesso Petrini «era a sua volta un massone deviato, chiamato in gergo “il bolognese”». Ernesto Grande Aracri e Domenico Bonavota, poi, «mi hanno riferito che vi erano rapporti di amicizia fra l’avvocato Staiano e il dottore Petrini e che quest’ultimo gradiva avere qualche regalo in cambio di ammazzare sentenze, preferibilmente denaro, orologi, comunque beni che non lasciavano traccia».

I RAPPORTI CON GLI AVVOCATI Mantella riferisce anche di altri soprannomi un po’ meno generosi: «Nell’ambiente che ho frequentato lo chiamavano “il bolognese”, “quello con la gonnella” o “il porco”. In merito a quest’ultimo soprannome riferisco che è anche in riferimento alle donne. Ribadisco che Marco Petrini fa parte della congrega sopra descritta e che mangia “come un porco”, accetta soldi cash, auto a noleggio, soggiorni turistici, orologi e piaceri sessuali in genere». Segue l’elenco degli avvocati che sarebbero «canali privilegiati per accedere al dottor Petrini». Mantella cita «Salvatore Staiano, Giancarlo Pittelli, Anselmo Torchia, Nicola Cantafora, Francesco Gambardella». Nessuno è indagato nel procedimento aperto dalla Procura di Salerno. Riguardo a Gambardella, i magistrati notano che «è il cugino della moglie del Petrini».

LA RABBIA DI STAIANO PER LE VOCI SUL SUO CONTO I pm campani si soffermano sulla figura di Salvatore Staiano (indagato in un altro procedimento partito dalle dichiarazioni di Andrea Mantella, come potete leggere qui). E su uno sfogo indirizzato proprio a Petrini e registrato dalle cimici degli inquirenti. È il 5 marzo 2019 e l’avvocato entra nell’ufficio del magistrato. Lì, «con tono assolutamente confidenziale», il legale dice «di essere sottoposto a indagini da parte della Dda di Catanzaro e di conoscere anche il nome del pubblico ministero che stava indagando su di lui, nonché quello del collaboratore di giustizia che lo accusava». Staiano è molto contrariato dalle voci che circolano sul suo conto e su quello di Petrini. «Ma mi sembra un poco strano, ha rapporti strani, con qualche giudice… ed era convinto che io pagavo a Petrini, chiedo scusa (riferito a Petrini, ndr) anni fa…». L’indignazione dell’avvocato aumenta quando dice «che anche negli ambienti carcerari e tra gli stessi ‘ndranghetisti si parlava di lui come persona “assetata” di soldi, autodefinendosi, in tal senso, una “troia”». E poi spiega di non temere i mafiosi «in quanto se si rivolgevano a lui per essere difesi dovevano pagare e, qualora avessero pagato solo in parte, dovevano essere coscienti di essere debitori nei suoi confronti e quindi a sua disposizione». Staiano è scioccato dalle voci che circolano sul suo conto: «Sono andato in Distrettuale “si dice che io paghi un giudice di Corte d’Assise”, “e chi?”, “Petrini”. Poi che “pagammi” un altro giudice… poi che avevo un rapporto intimo con il pubblico ministero, poi che sono cocainomane, poi che gestivo i soldi della mafia reggina… la mafia reggina sì, che li avrei gestiti…».
Anche Mantella – del quale all’epoca si conosceva già la collaborazione con la Dda – chiamava in causa il legale: «Come Mantella che parla male di me – dice Staiano –. Mantella. Ma io ho le lettere dove mi ha minacciato di morte, quindi c’è la causale, perché ce l’ha con me, però io ne ho le palle gonfie, ne ho parlato col presidente, gli ho detto “Presidente ma qua stanno dicendo…”».

LE ACCUSE DI MANTELLA Su una cosa l’avvocato ha ragione: Mantella parla di lui. E i magistrati della Procura di Salerno riportano le dichiarazioni in cui il pentito lo chiama in causa definendolo, in particolare, «come persona “nelle mani di Nicolino Grande Aracri”». Una «delazione» da parte del pentito che il pubblico ministero campagna accompagna con una delle sue dichiarazioni: «Nello studio dell’avvocato Staiano – dice Mantella – lavorava un fratello di Nicolino Grande Aracri e con fiumi di denaro aggiustavano processi. La strategia era quella di far cadere le accuse di maggiore gravità. Ero in cella con Giovanni Abramo e con Ernesto Grande Aracri, dai quali apprendevo che tramite l’avvocato Staiano e l’avvocato Grande Aracri sarebbero riusciti ad aggiustare i processi per i quali erano imputati per omicidio e associazione mafiosa, non so meglio indicare i processi». Secondo Mantella, fu Nicolino Grande Aracri, in carcere, a consigliargli di nominare Staiano nel processo “Nuova Alba”. «Io sono stato scarcerato – prosegue il pentito – attraverso certificati che attestavano la mia malattia; io ho dato 65mila o 70mila euro all’avvocato Staiano, il quale mi disse che servivano per ungere e per farmi ottenere la scarcerazione. Ricordo che in quella vicenda c’erano i magistrati Battaglia e Marchianò; le cose andarono così: io volevo andare via dalla detenzione a Villa Verde: inizialmente proposti all’avvocato Staiano di utilizzare un Porsche di cui avevo la disponibilità; l’avvocato mi chiese se avevo la disponibilità del controvalore dell’auto pari a circa 65mila euro, io dissi che avevo i soldi. L’avvocato Staiano mi disse che con quei soldi sarei stato scarcerato, preciso che glieli diedi dopo la scarcerazione». (p.petrasso@corrierecal.it)





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