La Calabria (anche) ai padani. Il vero progetto di Salvini

Dalla narrazione del leader leghista emerge l’idea di un governo “accompagnato” dai presidenti delle regioni settentrionali. Una prospettiva che spaventa pure gli alleati. Il monologo sui migranti a Riace davanti a una piazza semivuota

di Pablo Petrasso
CATANZARO
I migranti sono dei «turisti che non pagano», anzi «vengono pagati». Lui è come Gratteri, perché riceve tante minacce. La sinistra faceva i soldi con l’accoglienza, poi quando sono finiti i denari, ha smesso «perché sono buoni, mica fessi». Nella giornata della narrazione salviniana, alla fine al leader della Lega scappa la verità. Perché va bene che vengono prima i calabresi, ma per il governo della prossima Regione, il leader del Carroccio immagina una task force di consulenti formata da Zaia (governatore del Veneto), Fedriga (Friuli), Fontana (Lombardia), Solinas (Sardegna), Tesei (Umbria) e Bergonzoni (aspirante presidente dell’Emilia Romagna). La Calabria ai calabresi, ma un po’ anche ai padani (e non solo), che non si sa mai. «Vedremo di avere una squadra, la forza è che gli amministratori della Lega fanno parte di una squadra. Quindi la Calabria non sarà sola». In questa squadra, però, i governatori del Nord e quelli del Sud sono portatori di interessi diversi. Decidere sul regionalismo differenziato e sul contrasto all’emigrazione sanitaria non è una scelta indipendente dalla latitudine. E le spinte leghiste sulla riforma della Costituzione sarebbero, secondo molti osservatori, un requiem per il Mezzogiorno. Un governo calabrese soft sui grandi temi di interesse settentrionale è il meglio che Salvini possa aspettarsi.
I risultati dell’istituzione di questa task force si vedono in Umbria, dove l’assessore alla Sanità si chiama Luca Coletto e ha un curriculum tutto made in Veneto. Consigliere comunale a Verona, vicepresidente della Provincia di Verona, assessore alla Salute nella Regione Veneto dal 2010 al 2018.
Lo hanno capito anche nella coalizione di Salvini che c’è qualche aspetto da chiarire. «L’evoluzione della Lega non è convincente: non mi risulta che abbiano mai fatto un congresso in cui hanno detto di abiurare le vecchie teorie sul Meridione, e poi io vengo dai partiti e, se vado a vedere, si chiama Lega Salvini, si legge Lega Nord». Non è il manifesto delle Sardine: parla Domenico Tallini, consigliere regionale di Forza Italia.
Il problema c’è, anche se è rimasto sotto traccia per tutta la (breve) campagna elettorale: pure gli alleati temono un governo regionale a trazione leghista e la tendenza di Salvini ad “allargarsi”. Giorgia Meloni ha alzato la voce sulle pretese del Carroccio sull’Agricoltura, Jole Santelli l’ha seguita a ruota. Ma tutti – tra i mugugni – danno più o meno per scontato che l’assessorato si colorerà di verde. Veni, vidi, vici: Salvini arriva in Calabria, chiede e ottiene.

Fascino del potere e di una narrazione che attinge dagli algoritmi e si rivela efficiente come l’Istituto Luce. Prendiamo le immagini della diretta del comizio da Riace. Il Capitano sul palco nella piazzetta della Marina e, davanti a sé, la folla osannante dei leghisti reggini. Peccato che chiamarla folla sia un po’ eccessivo. Le immagini da un’altra prospettiva (foto sopra) rivelano un’affluenza tutt’altro che leggendaria per il monologo anti migranti e anti Lucano: la piazza che sente Salvini riproporre il must della chiusura dei porti è semivuota. Questione di prospettiva. L’ultima, l’unica attendibile, uscirà fuori dalle urne. E spaventa anche gli alleati della Lega. (p.petrasso@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto