Orrico: «Nel Parco di Sibari è successo di tutto. Ma lo faremo rinascere. Il modello? Paestum»

L’assenza di un sistema di videosorveglianza. I reperti sepolti sotto il fango e i fondi spesi (male?) per liberarli. Intervista al sottosegretario calabrese che crede nella sfida: «Il sito può trainare tutta l’area». Il nodo dei 90 milioni per il centro storico di Cosenza («tempi stretti per non perderli»). E i “guai” del M5s: «Da Morra attacchi irrispettosi per i candidati»

di Pablo Petrasso
COSENZA
«Nel Parco archeologico di Sibari è successo di tutto e di più». La sottosegretaria al ministero dei Beni culturali Anna Laura Orrico raccoglie e rilancia la «sfida» di cui ha parlato ieri il ministro Dario Franceschini nel presentare il nuovo bando internazionale per 13 nuovi istituti autonomi. Fa un passo in più. E spera che «qualche calabrese voglia candidarsi» per progettare il futuro di un sito che è una summa dei paradossi calabri. Un tesoro dimenticato per anni, alla ricerca di una normalità che sembra impossibile.

Il Parco è sepolto dalle conseguenze di un’alluvione che non si riesce, nonostante tutto, ad archiviare. Da dove si inizia?
«Dalle basi. Dovremo capire se il malfunzionamento delle trincee drenanti sia dovuto a un cattivo investimento o a una cattiva manutenzione. Il Parco deve essere liberato dalle conseguenze dell’alluvione e dal fango che non permette di riportare alla luce i reperti dell’area. Poi passeremo a valutare alcuni investimenti che derivano dai lavori di compensazione dovuti all’apertura dei cantieri per la realizzazione del terzo megalotto della Statale 106. Chiederò di incontrare il viceministro alle Infrastrutture, Giancarlo Cancellieri, per capire su quali direttrici lavorare facendo affidamento a questi fondi».

In che senso dice che a Sibari è successo di tutto e di più?
«Mi riferisco al fatto che il Parco non ha mai avuto un sistema di videosorveglianza e questo ha permesso a chiunque di aggirarsi liberamente nell’area, magari trafugando reperti. Sarà quello il primo investimento. Non esiste una stima precisa dei danni dovuti a questa mancanza tecnica, ma ho già chiesto una relazione puntuale al segretario generale del MiBact Salvatore Patamia».

Sembra impossibile.
«Sì, è un’altra prova dell’assenza dello Stato da questi territori. L’area è fruibile ma non si può fare quasi nulla e non si vede quasi niente. La direttrice del museo sta facendo un buon lavoro, il Parco, invece, è stato lasciato alla mercé di quanto accadeva in una terra complicata, che registra anche forti infiltrazioni mafiose. Quando arrivi, neanche si capisce che è il Parco archeologico di Sibari. Non ci sono indicazioni stradali, non c’è un sistema di trasporto tra la stazione e il sito».

Qual è il primo passo della “sfida”?
«La mia idea, in attesa dell’arrivo del nuovo direttore, è fare chiarezza su come siano stati spesi i fondi arrivati finora, cercare di capire perché non siano stati realizzati alcuni interventi e poi farli partire. Si tratta di capire come canalizzare i finanziamenti per migliorare la situazione. Il primo passo sarà la videosorveglianza, poi con il nuovo direttore e il Comitato tecnico-scientifico si deciderà la strategia di rilancio».

Ha pensato a un modello?
«Penso a Paestum, per fare un esempio. Lì, il Parco è risorto grazie al direttore Gabriel Zuchtriegel e non soltanto in termini, per così dire, estetici: questo “risveglio” ha anche permesso di valorizzare l’area circostante. L’idea, per Sibari, è la stessa: partire dal sito archeologico per far rinascere tutta la zona circostante, ricchissima di reperti e tesori, non soltanto culturali. Penso al turismo e all’agroalimentare. Per questo a Sibari serve un profilo che abbia una visione sulla tutela e la valorizzazione dei beni culturali ma anche capacità di collocare la struttura nel contesto per contribuire allo sviluppo dell’area».

Tra le sue deleghe ce n’è una strategica e molto spinosa. Il centro storico di Cosenza aspetta i 90 milioni di euro destinati dal Contratto istituzionale di sviluppo per sopravvivere. Ma i tempi si allungano e, al tavolo, la litigiosità è a livelli preoccupanti.
«Anche in questo caso c’è bisogno di chiarire le regole prima di partire con gli interventi. Serve uno studio per ottenere tutti i chiarimenti e poi procedere a un confronto lineare e trasparente con le istituzioni locali e le associazioni. Lavoreremo alla costruzione del Cis e poi negozieremo – non uso il termine a caso, visto che si tratta di un contratto – con gli enti locali. Ma non possiamo non pensare anche a chi vive e resiste nel centro storico, sentiremo anche le loro voci».

I tempi?
«Sono già stretti. Bisogna chiudere l’accordo entro la seconda metà del 2020 e impegnare i fondi entro la fine del 2021 altrimenti perderemo una grande opportunità».

L’accordo, però, non sembra dietro l’angolo. La distanza tra la parte istituzionale e quella sociale sembra notevole.
«Spesso, in questi percorsi, ci si fissa su cose non fattibili e si finisce per perdere tempo. Io credo che sia importante prevedere un metodo di lavoro basato sulla trasparenza e coinvolgere le parti nelle decisioni. Certo, poi queste decisioni vanno pur prese. Ma si deve negoziare. E dal negoziato non si può non tenere conto delle ragioni e dei desideri delle comunità locali».

A proposito di trattative e di litigiosità, le ultime elezioni Regionali dimostrano che i Cinquestelle sono dei campioni in questa disciplina.
«Nel Movimento, a mio parere, c’è mancanza di fiducia tra una parte della base e i portavoce. Dalla mia piccola esperienza, devo dire che, nella percezioni di alcuni, il sacrosanto principio di condivisione delle decisioni è un po’ estremizzato».

In che senso?
«Alcuni pensano che tutte le decisioni vadano prese all’unanimità. Invece è necessario fare delle scelte. E poi, ovviamente, assumersene le responsabilità. Allo stesso modo, chi non condivide una decisione presa dalla maggioranza poi, se ha a cuore il Movimento, deve accettarla. Altrimenti, da attivisti, ci si trasforma in “cattivisti”. Anch’io non ero d’accordo sulla scelta per le Regionali…».

Non le piaceva Aiello come candidato?
«No, assolutamente. Per me è stato un ottimo candidato. Ero in disaccordo sulla scelta di correre da soli, c’era la possibilità di creare un polo che ci avrebbe, forse, permesso di battere queste destre. Sarebbe stato utile ragionare su un’aggregazione più ampia. Però, detto questo, una volta che si è deciso di andare avanti mi sono spesa al massimo per dare una mano. Il senatore Morra, invece…»

Invece?
«Non ha condiviso le scelte ma avrei preferito che le rispettasse comunque in silenzio. Trovo che il suo comportamento non sia stato corretto nei confronti del Movimento Cinquestelle e dei candidati che ci hanno messo passione. E lo hanno fatto in una terra che non ti perdona nulla». (p.petrasso@corrierecal.it)





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