Dino Abbrescia storyteller di se stesso in “Raccondino” al Politeama di Catanzaro

Lo spettacolo andato in scena ha svelato gli aspetti più intimi dell’attore. Dalla sua infanzia ai successi come attore

CATANZARO Il Dino Abbrescia che non ti aspetti, tra il serio e il faceto, storyteller di se stesso in un monologo diretto da Susy Laude, sua compagna nella vita. Comicità e riflessione per uno spaccato che è anche la descrizione attendibile, poco dolce e molto amara, di quanto sia difficile realizzare il sogno di diventare attore, soprattutto a certe latitudini, di come sia impossibile vivere dignitosamente quando non riesci ad incassare l’onorario per le tournee in teatri polverosi, dove reciti e prima ti monti le scenografie. Ma nella vita, spesso a fare la differenza è la determinazione con cui rincorri il sogno, un pizzico di fortuna e quella forza interiore che solo la famiglia può trasmetterti, anche quando hai un padre che ti ricorda in continuazione che se ti cacci nei guai non ha nemmeno intenzione di portarti le arance in carcere. In “Raccondino”, lo spettacolo autobiografico andato in scena ieri sera al teatro Politeama ‘Mario Foglietti’ di Catanzaro, Abbrescia si racconta attraverso i propri personaggi, dalla sua infanzia in cui sembra quasi normale condividere la camera da letto con la nonna, e i valori solidi impartiti dal padre poliziotto, e musica che ha la forma di una tromba artigianale fatta con un tubo e un imbuto. Sullo sfondo del racconto c’è la  vecchia Bari, negli anni 70 e 80, che attraversa il ciclo economico fiorente e poi decadente, come le aspettative di una generazione che guarda al commercio e alla Partita Iva come l’unico futuro possibile. Una quadro che senza volerlo diventa lo spunto per una riflessione sociologica, e si rallegra di quegli esilaranti bozzetti familiari, abitati da mamma e nonna “alimentari” e un papà tosto, che in camera ha appeso al muro il gagliardetto del Milan (che «a quei tempi perdeva sempre per cui il genitore già incazzoso stava sempre nervoso») e il ritratto di Almirante. E se il rapporto più stretto che hai con tuo padre è quello di fargli da telecomando vivente quando in salotto c’era la televisione a due canali, viene facile pensare che il suddetto genitore non sia felicissimo che – quando arriva la cartolina verde, che anche di questi tempi dopo l’abolizione della leva, nella cassetta della posta non preannuncia mai nulla di buono, ironizza Dino – ti sei fatto riformare per un “difetto osseo” come la scoliosi. Da una esperienza lavorativa ad un’altra, partito da uno studio di odontotecnico passando da una azienda di vernice fino ad imbattersi nell’amico Saverio che gli propone di vendere fotocopiatrici, Abbrescia arriva per caso al teatro. Una carriera iniziata fra le quinte di un palco, dove monti e smonti scenografie, e diventa una opportunità quando ti trovi a di sostituire un attore in uno spettacolo: «Da quel momento per me il teatro è diventato un’isola felice; avevo trovato una dimensione meravigliosa». E quindi inizia a fare cinema e televisione proprio grazie al successo de “La Capa Gira”, un film recitato in pugliese e sottotitolato che sfonda al Festival di Berlino.«Mio padre era un poliziotto e quando gli dissi che volevo fare l’attore era preoccupato perché sapeva di non potermi dare una mano in quel campo. E invece, anche se inconsapevolmente, l’ha fatto, se pensate a tutti i film polizieschi che ho interpretato», racconta ancora Abbrescia. A partire da “La Uno bianca” sino a “Distretto di Polizia” e a “Squadra Antimafia”, Abbrescia vanta una lunga, seppur fittizia, carriera nelle forze dell’ordine. Indossare sul set la divisa che suo padre aveva vestito nella vita reale ha significato attingere al proprio vissuto, alla propria infanzia per interpretare un personaggio. Di racconto in racconto, aiutato da musica ed effetti che si proiettano nel fondale scuro, Dino arriva al successo, al rapporto con registi come Garrone e Checco Zalone, nel film “Cado dalle Nubi”, dove con buona pace della mamma un po’ turbata, confusa tra realtà e finzione, si ritrova a vestire i panni del cugino gay. Insomma, con lo spettacolo “Raccondino”, un esperimento piacevole e ben riuscito, Abbrescia torna dove tutto è iniziato: un palcoscenico, dove dimostra di trovarsi ancora a suo agio.







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