«Perché diciamo no al gigante della Nutella»

Intervista al presidente del Consorzio della Nocciola Giuseppe Rotiroti. «Lieti della crescita della Ferrero, ma il nostro modello di sviluppo è un altro: viene prima la qualità». I dubbi sulla sostenibilità del progetto. E sui prezzi: «Li farebbe la Turchia, dove il costo del lavoro è molto inferiore a quello italiano»

LAMEZIA TERME «La Ferrero in Calabria? La nostra produzione di nocciole è incompatibile con una logica globalizzata». Giuseppe Rotiroti è il presidente del Consorzio di Valorizzazione e Tutela della Nocciola di Calabria di Torre di Ruggiero. La sua frase è rimbalzata prima sui media locali, poi su quelli nazionali, risuonando come una sua sfida contro il gigante della Nutella. Il Corriere della Calabria lo ha intervistato per capire le ragioni di una scelta che ha fatto rumore.

In questi giorni la notizia sulla volontà espressa da Ferrero di investire nella produzione calabrese di nocciole sta facendo il giro del web e ha avuto una grande risonanza sui mezzi di comunicazione. Il Consorzio che lei presiede ha respinto l’offerta ma in passato vi eravate mostrati possibilisti.
«Approfitto della domanda per ricostruire in dettaglio e con ordine la vicenda. Alcuni anni fa Ferrero Halzenut Company ha lanciato il progetto “Nocciola Italia” con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo del settore corilicolo, stimolare un percorso di filiera e – questa l’intenzione – creare redditività per il comparto agricolo. Abbiamo partecipato a incontri preliminari – conseguentemente ai quali ci siamo dichiarati disponibili a collaborare – e poi, al di là delle intenzioni generiche, abbiamo approfondito il progetto, le modalità di esecuzione, le opportunità economiche ed occupazionali. Una verifica di dettaglio che ci ha portato successivamente a dire: “No grazie!».

Comprenderà però che in molti si chiedono come mai una filiera come la vostra, che non ha grandi numeri, si permette il lusso di rifiutare un’opportunità offerta da un brand global e da una multinazionale con enormi possibilità economiche.
«Comprendo ma non condivido l’osservazione di chi pensa che il brand e le possibilità economiche siano di per sé un’opportunità; intendiamoci, il progetto della Ferrero è assolutamente valido e corrisponde a una precisa strategia aziendale di crescita e consolidamento di una leadership mondiale. La stessa strategia che ha portato Ferrero, nel 2015, a soddisfare il proprio bisogno di materia prima acquisendo il controllo di Oltan, l’operatore leader in Turchia nel mercato della fornitura, lavorazione e vendita di nocciole, divenuta poi Ferrero Findik nel Paese che è il maggiore produttore al mondo di nocciole. Intendiamoci, noi siamo assolutamente lieti della crescita di Ferrero e dei suoi investimenti nel settore corilicolo ma non è il nostro modello di sviluppo e quei percorsi sono inconciliabili con la natura della nostra produzione, con la nostra qualità e anche con la conformazione dei nostri territori».

In che senso?
«Nel senso che è un modello di sviluppo dove la quantità è un elemento essenziale, noi invece preferiamo ricercare ed ottenere grandi numeri nella qualità. In Calabria la nostra cultivar, la tonda calabrese, non corrisponde a questa esigenza e poi non c’è spazio per grandi distese di noccioleti: qui la nostra tradizione produttiva – forgiata dalla storia e dai territori – è incentrata su realtà di piccole e medie dimensioni insediate in una fascia collinare che, a differenza che altrove, non è esattamente agevole. Stiamo meccanizzando la raccolta al massimo delle nostre possibilità ma su molte superfici è impossibile e dunque si procede con una raccolta manuale o semi-manuale con costi di produzione che lievitano e con un prezzo finale che non può essere quello riconosciuto dagli standard di mercato globale. Ma c’è di più, il progetto della Ferrero ha come obiettivo quello di recuperare quantità di prodotto da acquistare e trasferire lì dove poi avviene la trasformazione; il nostro obiettivo è l’opposto e cioè produrre e trasformare qui, solo cosi si strutturano le imprese, se ne aumenta il reddito, si configura una filiera, si determinano livelli occupazionali. Oggi tutti sanno che il valore aggiunto nella produzione agricola è determinato da due fattori interconnessi, la qualità del prodotto e la capacità di trasformarlo e commercializzarlo; è una storia che conosciamo bene in Calabria, pensi a quanto accaduto per il vino e purtroppo ancora accade per l’olio. Vale per le filiere dove abbiamo grandi numeri, si figuri per le poche seppur buonissime nocciole».

E non sarebbe possibile una via di mezzo?
«Teoricamente sì, in pratica però sono insuperabili gli ostacoli legati alle nostre superfici, alla nostra cultivar e, me lo consenta, anche ad una precisa filosofia dello sviluppo agricolo e corilicolo in particolare. Qui a Cardinale, Torre di Ruggiero e Simbario, abbiamo fatto una scelta precisa e abbiamo aderito all’Associazione nazionale “Città della Nocciola” che riunisce i 270 Comuni che conservano la storia, la tradizione o la cultura del frutto avendo scelto di coniugare memoria e ambiente in una formula di valorizzazione che favorisce un turismo eco-compatibile. I nostro borghi, dal regno delle Due Sicilie in poi, sono intimamente legati alle nocciole e qui la necessità non è più solo quella di riconfigurare e strutturare la filiera corilicola ma anche di associarci opportunità di sviluppo per il territorio e le comunità; obiettivi che sono oggettivamente incompatibili con la logica della produzione di massa e standardizzata. E poi le aggiungo qualche dettaglio – diciamo cosi – operativo: per impiantare i nuovi noccioleti le imprese dovrebbero investire circa 10/12mila euro per una produzione che si materializzerà tra 5/7 anni, la contropartita offerta dal progetto della Ferrero è l’impegno ad acquistare le nocciole per 15/20 anni a prezzi di un mercato il 75% del prodotto. Piccolo dettaglio, è vero che dovrebbe essere remunerata in più la qualità ma il prezzo è quello medio di mercato ed a stabilirlo non è l’Italia ma la Turchia dove il costo del lavoro è scandalosamente inferiore a quello italiano».

In questa prospettiva che ruolo gioca la nostra regione nel contesto produttivo nazionale?
«È uno scenario complesso, attualmente la produzione mondiale degli ultimi 5 anni segnala la Turchia come il maggiore produttore al mondo con una quota del 71%, subito dopo c’è l’Italia con l’11%, poi vengono Georgia ed Azerbaijan con il 4%, Stati Uniti con il 3%, Spagna con il 2%. Infine si affacciano sulla scena mondiale altri paesi produttori, Cile, Australia e Sudafrica. La produzione italiana – secondo i dati Istat 2017/18 – è pari a 131.281 tonnellate di nocciole, di cui circa 50mila provenienti dal Centro Italia e altre 49mila dal al Sud, la nostra specificità come Paese è quella di avere marchi europei di qualità e di disporre di una biodiversità nella quale proliferano numerose cultivar, tra cui appunto la nostra Tonda Calabrese che è in costante crescita nell’apprezzamento di tutti. I nostri numeri sono bassi sebbene negli ultimi 50 anni la produzione sia raddoppiata e oggi siamo – di media – a poco meno di 9.000 quintali, una crescita di cui è protagonista la Valle dell’Ancinale tra le provincie di Catanzaro e Vibo dove all’abbandono dei decenni scorsi fa da contraltare un rinnovato entusiasmo, con decine di aziende che credono a uno sviluppo organico, strutturato ma ambientalmente compatibile e con numerosi imprenditori che stanno procedendo a recuperare o ad impiantare noccioleti». (dm)







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