«I clan avevano un sistema per corrompere alcuni giudici». Il verbale shock di Mantella

Il pentito racconta il «meccanismo» studiato da Grande Aracri, Giampà e ‘ndrine del Vibonese per aggiustare i processi. «Si danno grosse somme di denaro a un professionista per contattare il magistrato». Il pentito fa i nomi di cinque toghe e diversi avvocati nell’interrogatorio davanti ai pm di Salerno. Ed evoca la massoneria deviata

di Pablo Petrasso
CATANZARO
Killer, capo dell’ala militare del clan Lo Bianco. Ma anche “trequartino”, grado che nella catena di comando della ‘ndrangheta ti inserisce di diritto tra quelli che contano. L’eloquio non è forbito («ho la seconda elementare») ma, nella disorta logica mafiosa, Andrea Mantella è un “pezzo grosso”. Uno per cui la vita (degli altri) valeva poco o nulla. Ha passato buona parte della sua in carcere. E lì ha conosciuto altri “pezzi grossi” come lui. In cella e nell’ora d’aria oppure nei summit per spartirsi qualche fetta di Calabria, i boss parlano. E – stando a uno dei verbali agli atti dell’inchiesta “Genesi”, che ha svelato la corruzione in un pezzo del Tribunale di Catanzaro – si scambiano consigli su come minimizzare i danni dei procedimenti giudiziari.
Mantella ha molte conoscenze nelle cosche: dal suo racconto ai pm campani, pare emergere un sistema collaudato che coinvolge avvocati compiacenti (di quelli che, per dirla con il procuratore Gratteri, non lascerebbero troppo spazio tra sé e il cliente) e magistrati avvicinabili per addolcire qualche verdetto. Al centro ci sono i soldi: una montagna di denaro messa in gioco per comprare o aggiustare verdetti. Data l’importanza e il ruolo delle persone citate dal collaboratore di giustizia, sono in corso approfondimenti. Il contenuto dell’interrogatorio è esplosivo: le parole del pentito, le confessioni del faccendiere Emilio Santoro e le parziali conferme arrivate dal presidente di sezione di Corte d’Appello Marco Petrini disegnano un quadro ben più ampio di quello inizialmente prospettato dall’inchiesta della Dda di Salerno. Che, forse non a caso, si chiama “Genesi”: potrebbe essere, appunto, soltanto l’inizio. Anche perché sono decine le pagine omissate nei verbali di Mantella.
IL METODO DEL GRANDE ARACRI I magistrati campani valutano la vicinanza di Mantella ad alcune cosche del Crotonese. I Mannolo e i Vrenna, il collaboratore li conosce per via della comune frequentazione delle carceri. Conosce ancora meglio Nicolino Grande Aracri e i suoi presunti rapporti con avvocati del foro catanzarese. Alcuni dei fatti narrati da Mantella sono già oggetto di un procedimento giudiziario nell’ambito del quale è già stato chiesto il rinvio a giudizio per avvocati e professionisti, accusati di aver lavorato per garantire false perizie ad alcuni boss tra i quali lo stesso Mantella. Per il pentito, i Grande Aracri «attraverso fiumi di denaro cercavano di aggiustare processi, ci provavano in tutti i sensi».
«La pratica – spiega – era questa: quando c’è un’associazione mafiosa (…) pure che tu rimani in carcere si fa il gioco (…) di farti cadere ad esempio l’accusa di omicidio e ti rimangono i 12 anni dell’associazione mafiosa». Il collaboratore di giustizia non dà riferimenti precisi sui processi che i Grande Aracri erano sicuri di aggiustare. Ma l’inizio del suo racconto serve per introdurre un metodo che, stando ai verbali, sarebbe stato condiviso anche da altri clan (nonché proprio da Mantella, che avrebbe nominato il proprio legale nel processo “Nuova Alba” su suggerimento dei “compari” cutresi).
«SOLDI A UN PROFESSIONISTA»: IL MECCANISMO I pm insistono e Mantella continua. «Il sistema è questo – spiega –: praticamente si impegna una persona distinta, un professionista distinto che si mette a disposizione attraverso diciamo grosse somme di denaro e tocca solo a quell’avvocato, a quel funzionario di mettere a posto quello che si potrebbe mettere a posto». Si tratta di un «meccanismo» che i Grande Aracri consideravano ben oliato: «Loro erano tranquillissimi che la cosa sarebbe andata a buon fine… È come se fosse che già avevano scritta l’assoluzione in mano».
MANTELLA CITA CINQUE MAGISTRATI Mantella non entra sempre nei dettagli. Parla, però, del suo tentativo di uscire da Villa Verde, casa di cura per persone con problemi psichiatrici nella quale stava scontando la pena. Con in ballo grossi affari, l’allora boss del Vibonese credeva di doversi liberare. Per farlo, avrebbe consegnato al proprio legale circa 70mila euro. Lo scopo era sempre lo stesso: addomesticare le decisioni dei giudici. Il nodo, per i magistrati che indagano sui presunti casi di corruzione nel distretto di Catanzaro, sono i nomi dei giudici. Mantella ne fa in tutto cinque (nessuno di loro è indagato nell’inchiesta “Genesi”) per i casi che lo riguardano direttamente. E sempre, per i tentativi di aggiustare i giudizi, fa riferimento a una «spinta in cash», soldi contanti da mettere in circolo per arrivare al risultato sperato. Più nel dettaglio: «Addolcire – dice il pentito – significa che praticamente… di fargli cambiare praticamente un’opinione negativa per il tuo cliente, ecco, allora praticamente cerchi di addolcirla in qualche maniera. La tattica, il sistema è questo: qualche Cartier, qualche Rolex e alla fine… un po’ di pazienza e ce la fai a uscire dal carcere. Tutti i miei episodi – chiarisce – sono stati denaro in contanti».
GIAMPÀ «MASSONE E SOCIO OCCULTO DI UNA TOGA» Mantella ha rapporti di parentela piuttosto stretti con il clan lametino dei Giampà («ero il cognato di Pasquale Giampà, alias “buccaccio”, quello che è stato ucciso»). Ne conosce la forza e i metodi. I pm di Salerno gli chiedono dei collegamenti tra Pasquale Giampà, detto “Tranganiello”, e i magistrati. Su questo punto Mantella entra nello specifico. Spiega che «Tranganiello praticamente era un massone, aveva entrature nella massoneria» e avrebbe avuto un «socio, non lo so se era un socio occulto» che lavorava in magistratura. L’anello di congiunzione tra boss-massone e giudice sarebbe stata un’impresa di costruzioni. Questa presunta amicizia avrebbe aiutato Mantella ad avere una pena più lieve in un processo. «Mio cognato Antonio Franzé – riferisce il pentito – mi ha detto praticamente nel carcere di Siano quando io facevo il colloquio, mi ha detto “stai tranquillo che abbiamo speso un patrimonio”». A fare da ponte, in questo caso, sarebbero stati due avvocati. Il pentito racconta di una strana transazione: in un processo per tentato omicidio in concorso, l’avvocato intermediario gli avrebbe riportato la proposta di un del giudice: “O 24 anni al complice e Mantella lo facciamo uscire per un concorso in tentato omicidio, una cavolata, oppure 12 anni ciascuno”». Questo «sempre» in cambio di «soldi».
I 30MILA EURO «DATI A UN PROFESSIONISTA DI VIBO» E di soldi si parla anche in riferimento a un episodio che Mantella colloca nel settembre 2006. «Ho dovuto dare 30mila euro a Francesco Scrugli (il suo braccio destro all’epoca, ndr) – dice – perché io ero in carcere per l’operazione Asterix». Il tramite, in questa circostanza, sarebbe stato un professionista di Vibo Valentia «anche lui legato a rapporti della massoneria deviata con Pantaleone Mancuso, “Vetrinetta”». Questi soldi sarebbero dovuti andare, anche in quel caso, a un magistrato, in modo da consentire la scarcerazione di Mantella.
I VILLAGGI TURISTICI Il pentito parla diffusamente anche della “fama” del giudice Marco Petrini. Avvicinabile attraverso un gruppo ben definito di avvocati, il presidente di sezione della Corte d’Appello avrebbe accettato, per addomesticare le sentenze, «soldi cash, auto a noleggio, soggiorno turistici, orologi». Ma anche «hostess». E poi ci sono «i villaggi dove passano le vacanze, vada a vedere dove passano le vacanze». È un altro “suggerimento” che il collaboratore rivolge ai magistrati che indagano sullo scandalo della corruzione in Tribunale. O meglio sulla sua “Genesi”. Perché la storia sembra ancora tutta da scrivere. (p.petrasso@corrierecal.it)







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