CORRUZIONE IN TRIBUNALE | Ecco l’assegno che incastra Petrini e Santoro

Centomila euro usati a garanzia di una assoluzione in un processo per mafia. Lo ha trovato la Guardia di finanza a casa del “faccendiere” di Cosenza. Il (goffo) tentativo di contraffare il nome del beneficiario.
Il giudice racconta ai magistrati che chiese all’amico di «tenerlo in custodia perché lo ritenevo molto pericoloso per me»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO «Dissi a Santoro di trattenere e custodire l’assegno in garanzia anche perché ritenevo molto pericoloso per me custodire questo documento decisamente compromettente». L’assegno in questione, menzionato dal giudice della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, ora sospeso, Marco Petrini è stato ritrovato il 15 gennaio scorso a casa di Emilio Santoro, detto “Mario”. La cifra è grossa – 100mila euro – e se n’è parlato parecchio riguardo alla corruzione alla quale si era prestato il magistrato, convinto di poter aggiustare una sentenza in un processo per mafia. La firma è di uno dei presunti corruttori, l’avvocato Francesco Saraco, figlio di uno degli imputati, Antonio Saraco, condannato in primo grado a 10 anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Quello che si tentava di ottenere era l’assoluzione per Antonio Saraco. Lo stesso assegno – rilevano di finanzieri di Crotone – è collegato al conto corrente di Francesco Saraco. Le indagini del Nucleo di polizia economico- finanziaria non lasciano molto spazio di manovra ai dubbi. Ma ciò che colpisce, osservando meglio l’assegno, è il tentativo di sovrapporre al nome del reale beneficiario, Marco Petrini, quello di Mario Santoro. Un tentativo piuttosto goffo anche perché il vero nome di Santoro è Emilio. Ma tant’è. Oggi sia Santoro che Petrini – parlando con i magistrati di Salerno – hanno ammesso l’esistenza di quel “patto” per tentare di sovvertire una sentenza. Quando la Corte d’Appello confermò la condanna di primo grado per Antonio Saraco, Petrini raccontò a Santoro cosa sarebbe capitato a quel punto. «Io dissi che la sentenza sarebbe stata annullata (dalla Cassazione, ndr) e che pertanto il collegio da me presieduto avrebbe assunto la titolarità del giudizio di rinvio come da tabella vigente». Petrini afferma di conoscere tre magistrati della Corte di Cassazione che prima prestavano le loro funzioni nella Corte d’Appello di Catanzaro ma di non avere mai parlato con nessuno di loro del processo a carico di Antonio Saraco.
LE PAROLE DI PETRINI Il giudice Petrini – che martedì è stato scarcerato dietro istanza presentata al gip – “scagiona” con le proprie dichiarazioni – registrate il 31 gennaio scorso – alcune persone anche se non mancano gli omissis che rivelano l’intenzione degli inquirenti di vederci chiaro. Nel primo interrogatorio le dichiarazioni del magistrato sembrano vertere più che altro in senso autoaccusatorio e coinvolgere coloro che già sono indagati nel procedimento (come nel caso Tursi Prato, per il quale conferma tutti gli episodi che gli vengono contestati, raccontati qui). Ma gli omissis, pure presenti, suggeriscono di affidare al tempo e ai posteri l’ardua sentenza. Riguardo al dissequestro di alcuni beni della famiglia Saraco, per esempio, Petrini ammette di avere «ricevuto e accettato la promessa di una cospicua somma di denaro e successivamente di averla effettivamente ricevuta in cambio della decisione favorevole all’accoglimento della richiesta di dissequestro dei beni della famiglia Saraco. È lo stesso Petrini ad ammettere di avere suggerito ad – omissis – «che l’istanza di restituzione dei beni venisse depositata in periodo feriale in quanto io tabellarmente presiedevo la sezione feriale della Corte d’Appello». A questo proposito, nell’ordinanza di arresto è lo stesso gip ad annotare che l’istanza di revoca della confisca era stata depositata nella cancelleria della Corte d’Appello dall’avvocato Francesco Gambardella (cugino della moglie di Petrini) il 30 luglio 2018. Il dissequestro degli immobili è stato disposto con ordinanza del primo agosto 2018 da parte del collegio presieduto da Petrini. Il gip di Salerno sottolinea «l’estrema rapidità con cui era stata assunta la decisione dalla sezione della Corte di Appello di Catanzaro, in composizione feriale, sull’“istanza di revoca della confisca” presentata dall’avvocato Francesco Gambardella per conto dei propri assistiti». Petrini specifica quella che, dal suo punto di vista, è la posizione del parente acquisito. «Sono perfettamente a conoscenza – dice Petrini ai giudici di Salerno – del fatto che nel processo Saraco l’avvocato Francesco Saraco era difeso dall’avvocato Francesco Gambardella (per la restituzione dei beni, ndr), cugino di mia moglie, che io ben conosco e con il quale io ho buoni rapporti». Rispondendo alle specifiche domande dei pm il giudice afferma di non avere alcun elemento per poter affermare che l’avvocato Gambardella avesse partecipato o fosse stato a conoscenza dell’accordo corruttivo «tra me e – omissis – Francesco Saraco e Mario Santoro. Risponde a verità il fatto che l’avvocato Gambardella abbia pagato come regalo di nozze a sua cugina la metà del banchetto nuziale» e il fatto che lo avesse difeso in un procedimento disciplinare dal quale fu prosciolto.
IL RAPPORTO CON LA TASSONE Il giudice “proscioglie” anche Maria Tassone, detta “Marzia” con la quale intratteneva una relazione sentimentale. Per quanto riguarda i procedimenti per i quali, secondo l’accusa, l’avrebbe favorita, Petrini afferma di avere «applicato la giurisprudenza». E aggiunge che con la Tassone utilizzava un’utenza telefonica intestata alla madre di lei «per sentirci con più tranquillità». (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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