La vita nei call center “armati” di Scottex e Vetril. «È una cosa che fa paura»

Ai problemi legati alla sicurezza si sono aggiunte le difficoltà economiche dell’azienda Abramo. «Tutti in un open space, con postazioni condivise. Chi può sfrutta malattia e ferie, gli altri al lavoro con molta apprensione»

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME Non sono ancora chiare le intenzioni dietro la strategia che sta attuando la Abramo Customer care, azienda leader in Calabria nel settore dei call center con sedi in tutta la regione. Da un lato l’azienda non cede con la chiusura dei servizi non essenziali, non si interessa ad avviare lo smart working se non per pochissimi casi (a Lamezia lavora da casa il personale non operativo e a Montalto si parla di 21 persone in totale), non si è interessata, se non dopo reiterate proteste (e in barba al decreto Conte), a effettuare un minimo sanificazione e adottare misure precauzionali. Come ciliegina sulla torta, lunedì sera i dipendenti hanno ricevuto comunicazione dalle sigle sindacali delle segreterie nazionali Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, che l’azienda non sarebbe stata in grado di pagare la mensilità di febbraio entro la data stabilita del 25 marzo “dichiarando inoltre di non essere nelle condizioni di fornire una data per il pagamento delle spettanze di febbraio”. Nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda, nessuna spiegazione sul perché la Abramo non possa pagare lo stipendio di febbraio visto che il mese scorso l’azienda ha lavorato regolarmente e il fatturato è stato chiuso in attivo, come testimonia la conta dei cartellini, attraverso i quali si riscontrano le pratiche che sono state chiuse (come ad esempio la chiusura di un contratto) e le presenze in azienda da parte di ogni singolo dipendente.
Dal canto loro i sindacati prendono tempo ma da quando ha avuto inizio la pandemia, ed è stato emanato il decreto Conte, non hanno mai avuto un ruolo decisivo e deciso. Nella mattinata di martedì le sigle sindacali hanno ribadito lo stato di agitazione e minacciato lo sciopero dei siti calabresi «nel caso in cui, nella call conference programmata per oggi pomeriggio, non dovesse esserci la certezza dei pagamenti di tutte le spettanze dovute». In una nota diramata martedì mattina dimostrano di avere preso coscienza della gravità della situazione: «La Abramo customer care, già in ritardo sulla attuazione dei protocolli di sicurezza e sul percorso di remotizzazione, con questa ulteriore unilaterale decisione, conferma una mancanza di senso di responsabilità verso i propri dipendenti e verso tutto il sistema paese già martoriato dalla crisi economica e sanitaria in atto». Ma dopo la call conference del pomeriggio, alla quale hanno partecipato le Rsu e la componente aziendale (composta dal Roberto Ferrari e Matteo Masciale, consulenti risorse umane, il Responsabile del servizio prevenzione e protezione Massimiliano Squillace) tutto resta immutato e immoto: «Vista la posizione unitaria delle parti sociali, l’azienda ha risposto che entro la serata odierna, farà pervenire una data per l’erogazione delle spettanze di febbraio non ancora accreditate. Aggiunge inoltre, che stanno procedendo con la raccolta delle informazioni sulle dotazioni tecnologiche per avviare la fattibilità dello smart working sulle attività che si possono remotizzare. La riunione odierna, è stata quindi posticipata alla data del 27 marzo alle ore 14 per la costituzione del “Gruppo di lavoro bilaterale virtuale Covid-19. In attesa di quanto sopra da noi richiesto, rimane aperto lo stato di agitazione dichiarato ieri e, ribadiamo, che se l’erogazione degli stipendi non avverrà con rispetto per la puntualità e professionalità dimostrata da noi sino ad oggi, ci vedremo costretti ad attuare quelle azioni di forza per avere riconosciuti i nostri inviolabili diritti», recita il comunicato di Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil e l’Rls di Uilcom-Uil.

CHI SONO E COME LAVORANO I DIPENDENTI DEI CALL CENTER Per i non addetti ai lavori c’è da fare una piccola precisazione. Le aziende di call center hanno attività in outbound (quando sono gli operatori che chiamano gli utenti) e in inbound (quando gli operatori ricevono le telefonate dagli utenti che, per esempio, hanno bisogno di assistenza). Gli outbound sono lavoratori a progetto, guadagnano in base alle vendite che chiudono, alle pratiche che effettuano e c’è un minimo fisso sulle ore lavorative. Non hanno orari, non è possibile regolarizzare la loro presenza in reparto. Gli inbound sono dipendenti con un contratto. A marzo chi ha potuto è andato in malattia o ha approfittato di altre forme di congedo. «Chi va al lavoro lo fa con grande sacrificio e a rischio della propria incolumità perché fa paura stare in un open-space con 50 persone», raccontano dalla sede di Montalto, in provincia di Cosenza.

IL PROBLEMA DEI PAGAMENTI Da dicembre l’azienda Abramo ha fatto slittare i pagamenti del mese precedente dal 15 al 25 nel mese successivo, si viene pagati quasi con un mese di ritardo. Da lunedì scorso, a due giorni dal pagamento, la doccia gelata: niente stipendio e non si sa fino a quando slitterà la data. «Il problema è serio – ci racconta un altro lavoratore di Montato – perché qui c’è una percentuale altissima di coppie, due stipendi tutti provenienti dallo stesso datore di lavoro. Così si manda in crisi una famiglia».

PAURA PER LA SICUREZZA Il 13 marzo scorso, un venerdì, il sindaco di Montalto, accompagnato dalle forze dell’ordine, ha visitato la sede della Abramo: a farla da padrone era il vaporizzatore, di una non meglio identificata marca, senza base alcolica o capacità igienizzante. Immediata l’ordinanza di chiusura da parte del primo cittadino, che è rimasta però appesa a un filo. È stata fatta una sanificazione, poi il lunedì gli inbound sono tornati al lavoro regolarmente, con qualche precauzione in più come le postazioni disposte a scacchiera e l’amuchina in bagno. Per guanti e mascherine ognuno provvede da sé. Martedì il sindaco Pietro Caracciolo ha emanato una nuova ordinanza attraverso la quale revoca l’ordinanza del 13 marzo con la quale veniva ingiunta l’immediata sospensione delle attività ad Abramo Customer
Care di Montalto Uffugo e obbliga l’azienda ad attenersi alle disposizioni del decreto Conte, come la sospensione delle attività  dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione, l’assunzione di protocolli di sicurezza anti-contagio, la sanificazione di ambienti, strumenti e scrivanie. Il sindaco dispone, inoltre, controlli da parte di Polizia municipale e Polizia di Stato. C’è da capire se la Abramo, che non ha tenuto conto dell’ordinanza che imponeva la sospensione delle attività, terrà conto di obblighi già presenti nel decreto del presidente del consiglio.
Eppure i lavoratori non si sentono affatto sicuri.
«C’è da considerare – racconta una ragazza – che su ogni postazione, in una giornata, si avvicendano anche quattro persone. Si tratta gestire un mouse, una tastiera e un tavolo in comune. E comunque è un open space nel quale respirano, tossiscono e convivono decine di persone anche per otto ore. È una cosa che fa paura». Ma a Montalto serpeggia da mesi anche un’altra paura: che vi sia da parte dell’azienda l’intenzione di chiudere il sito. A Lamezia la sanificazione dei locali è avvenuta solo il 19 marzo. Solo in quella data è stato chiuso il sito lametino benché una nota circolata la sera prima avesse ipotizzato la chiusura fino al 25 marzo. A Lamezia il lavoro si svolge dalle 7 del mattino a mezzanotte. Anche qui c’è un notevole succedersi di persone in una stessa postazione. «Siamo chiusi in una sala, se c’è un infetto che tossisce non c’è distanza che tenga. Sono stati forniti rotoli di scottex, un prodotto a base alcolica e del Vetril per pulire le postazioni». Anche qui guanti e mascherine sono fai da te. «Le sedie sono di tessuto imbottito, non possono essere disinfettate – raccontano dalla sede nell’ex area industriale –. Prima nello stanzone si soffocava dal caldo, l’aria era viziata. Oggi si tende a tenere la porta e le finestre aperte e si ottiene l’effetto contrario di avere freddo e creare corrente. Ci può sfrutta ferie e malattie, chi non può va al lavoro ma con molta apprensione». Poi arriva la notizia dello stipendio che slitterà non si sa fino a quando. E c’è chi commenta, ricordando il collega infetto nella struttura Datel di Crotone: «Oltre al danno la beffa». (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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