“Stige”, le attività del cirotano nelle mani della cosca Farao-Marincola

Nelle motivazioni della sentenza emerge il potere di una cosca capace di «vigilare sulle attività economiche del territorio e a condizionarle, sia attraverso le attività estorsive sia gestendo in condizione di monopolio di fatto interi settori imprenditoriali e commerciali»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Numerose sono le fonti che “consentono di ritenere assolutamente provata, al di là di ogni ragionevole dubbio” l’esistenza e la vitalità della cosca Farao-Marincola di Cirò, “non solo sul territorio di origine ma anche su quelli via via colonizzati nel corso degli anni”. E ancora: “… l’associazione si è dedicate a vigilare sulle attività economiche del territorio e a condizionarle, sia attraverso le attività estorsive sia gestendo in condizione di monopolio di fatto interi settori imprenditoriali e commerciali”. Così si esprime il gup Giacinta Santaniello riguardo alla sentenza d’abbreviato del procedimento “Stige” emessa lo scorso 25 settembre contro capi, affiliati e sodali della cosca cirotana (ne abbiamo dato notizia qui). Le motivazioni della decisione del giudice sono espresse in un documento di 1.252 pagine che trattano i vari aspetti del procedimento istruito dalla Dda di Catanzaro. La sentenza è suddivisa in 15 capitoli nei quali vengono analizzati tutti gli argomenti trattati nei capi di imputazione relativi al maxi-processo che nella sola sede di giudizio abbreviato ha visto alla sbarra 104 imputati e che ha contato 66 condanne dai 20 anni agli 8 mesi di reclusione e 38 assoluzioni. La locale di Cirò è una importante articolazione della più vasta “provincia” di Crotone che vede al suo vertice Nicolino Grande Aracri. Una provincia che svolge la sua influenza nel Cosentino e che si estende fino al Catanzarese. Nei 15 capitoli della sentenza di Stige vengono analizzate tutte le attività e i settori economici sui quali i Farao-Marincola avevano messo le mani.

L’AFFARE DEI BOSCHI E LE TURBATIVE D’ASTA Tra queste attività c’è il cosiddetto “affare dei boschi”. Dal litorale ionico all’entroterra silano il territorio “è assoggettato ad un capillare controllo e ad un monopolistico sfruttamento delle sue risorse naturali da parte del locale di Cirò”. “Gli atti confermano pienamente le conclusioni cui è giunto il pm – scrive il gup – che pone al centro di questo scenario la figura di Vincenzo Santoro (condannato a 17 anni, ndr), il quale operava in vari e settori imprenditoriali di tutta l’area, anche mediante imprese che hanno, ‘ndranghetisticamente, assunto posizioni di monopolio”. Lo sfruttamento del territorio silano appare fortemente inquinato e a farne le spese è anche l’ambiente con una spregiudicata deforestazione dovuta a tagli anche di natura fraudolenta. In nome del dio denaro. “… la penetrazione mafiosa si realizza utilizzando moduli partecipativi alle assegnazioni degli appalti boschivi, realizzando forme di acquisizione di controllo di attività economiche del settore forestale, condizionando la libertà di mercato e di iniziativa mediante l’accaparramento di contratti d’opera tra privati, e mediante la turbativa, a proprio vantaggio, delle gare d’appalto riguardanti la vendita del materiale legnoso”. Tra le ditte coinvolte anche quella degli Spadafora imputati nel processo con rito ordinario.

I MONOPOLI E’ stato condannato a 20 anni Salvatore Morrone, detto “il biondo” elemento apicale della cosca di Cirò. L’invasione della ‘ndrangheta nel mercato della vendita del pane ruota intorno alla sua figura. I Carabineri del Ros e del comando provinciale di Crotone hanno ricostruito la creazione di questo monopolio in un arco temporale di 16 anni. Anche le onoranze funebri erano cosa dei Farao-Marincola attraverso la ditta che Morrone aveva intestato al figlio e della quale era cointestatario anche il consigliere comunale Dino Carluccio, ma che, di fatto, scrive il gup, era riconducibile a lui e al sodalizio di appartenenza. Lo stesso boss Giuseppe Farao, dal carcere, si informava spesso di come andassero gli affari legati ai servizi funebri. “… e “il biondo” ne ha fatto morti questo mese?”, chiedeva il boss alla moglie. Concorrenza e minaccia anche per i servizi di lavanderia sono partiti dalle attività della cosca e in particolare da un elemento di spicco, Giuseppe Spagnolo, detto “u bandito”, (condannato a 20 anni di carcere) e Vincenzo Marino (condannato a 2 anni), collaboratore di giustizia dal 2007 il quale “ha riferito che la famiglia Farao aveva allestito una lavanderia industriale che versava i propri proventi nella bacinella della cosca”. Martino Cariati è stato condannato a 15 anni e 4 mesi. Tra i reati contestati c’è anche la gestione occulta di una ditta di prodotti caseari, la Universal Distribution, intestata alla moglie di Martino, Lucia Aloe, i cui proventi, secondo l’accusa, in parte sarebbero confluiti nella bacinella della cosca. Era Cariati il dominus della ditta. “Dalle indagini è emerso – scrive il gup – che Martino Cariati gestiva per conto della cosca, da cui proveniva il denaro investito ed a cui veniva versato parte dei guadagni, alcune attività economiche (nel commercio della carta e della plastica, nella distribuzione di prodotti tipici all’estero) diverse ed ulteriori rispetto alla vendita di prodotti alimentari effettuata dalla Universal Distribution”. Ma secondo il giudice non c’è prova di investimenti di Cariati nella ditta. Il giudice ritiene che la società appartenesse alla moglie che aveva affidato la gestione al marito. Nonostante il giudice non ravvisi la longa manus della cosca dietro la Universal Distribution, e assolva per questo capo di imputazione Cariati e Aloe, dispone comunque la confisca della società perché Cariati è stato condannato per appartenenza al locale di Cirò e si rileva la pericolosità che attraverso la gestione della ditta “l’imputato possa accrescere la propria potenza criminale ed economica”.

COSCA E POLITICA Sono stati condannati a otto anni di reclusione i fratelli Roberto e Nevio Siciliani. Il reato nei loro confronti è stato derubricato da associazione mafiosa in concorso esterno. Secondo l’accusa rappresentano uno dei collanti tra il malaffare e l’amministrazione comunale di Cirò e provinciale di Crotone. Il gup ripercorre la storia della famiglia partendo dal padre Giuseppe. “I Siciliani, facoltosi imprenditori cirotani, hanno, in diversi modi, favorito gli ‘ndranghetisti ottenendo in cambio protezione e voti durante le tornate elettorali che hanno visto interessati i vari rappresentanti della famiglia”. Secondo il giudice la società “Ionica immobiliare” «era lo strumento attraverso il quale la famiglia Siciliani metteva a disposizione degli esponenti del locale di Cirà il proprio ingente patrimonio immobiliare”. Ai vertici della cosca non mancavano gli immobili. Dall’appartamento al boss Giuseppe Farao ai terreni ceduti a Salvatore Morrone in località Vurghe. E non solo.
Secondo il giudice, alla luce delle indagini, la cosca Farao- Marincola sarebbe riuscita a condizionare le scelte politiche di tre amministrazioni del Comune di Cirò Marina, dal 2006 al giugno 2016, sia per quanto riguarda i candidati a sindaco che a consigliere comunale. Emerge l’alternanza tra il sindaco Nicodemo Parrilla (eletto nel 2006 e 2016) e Roberto Siciliani (2011). «L’infiltrazione degli esponenti del locale di Cirò, attraverso la presenza dei loro emissari in consiglio comunale si tramutava in una serie di condotte a beneficio dell’organizzazione con l’acquisizione di appalti pubblici e licenze rilasciate e/o assegnate ad imprese rientranti nella sfera di controllo degli ‘ndranghetisti cirotani”. 
Secondo il gup “non residuano fondati dubbi sull’esistenza di un accordo al fine di garantire il sostegno elettorale di Roberto Siciliani per candidatura nelle competizioni 2011”. Nè vi sono dubbi sul fatto che Roberto Siciliani fosse consapevole della caratura criminale dei suoi interlocutori, vista anche la cessione di immobili realizzata mediante negozi giuridici fittizi. A Siciliani viene esclusa l’associazione mafiosa – sostituita dal concorso esterno – essendosi egli rifiutato di ricevere il sostegno elettorale della consorteria nelle competizioni elettorali del 2016. Lo stesso dovrebbe evincersi dal fatto che nelle loro conversazioni gli esponenti della cosca lo identificano come entità separata. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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