Testimone di un processo a Catanzaro morto per Coronavirus

Il decesso dell’uomo è avvenuto lo scorso 26 marzo. Al banco dei testimoni si era accomodato nell’udienza del 21 febbraio. La procura generale, appena informato ha inoltrato tutti i dettagli al presidente Jole Santelli e al dipartimento regionale della salute

CATANZARO Era comparso come testimone dinnanzi alla prima sezione penale della corte d’appello di Catanzaro lo scorso 21 febbraio, ma sulla scrivania del procuratore generale non è arrivata la trascrizione della deposizione bensì una comunicazione siglata in calce dai familiari in cui si comunicava che quel testimone (di professione avvocato) era deceduto lo scorso 26 marzo a causa del Coronavirus. La stessa missiva è arrivata al presidente della corte d’appello che insieme al procuratore generale facente funzione ha inoltrato tutto al presidente Jole Santelli e al direttore del dipartimento della salute della regione Calabria. Tutti i dettagli dell’udienza che si è svolta dinnanzi alla prima sezione della corte d’appello sono finiti nella comunicazione, dal numero dei partecipanti all’annotazione che nessuno dei presenti in aula avesse delle sintomatologie tipiche di quelle indicate dall’infezione da Coronavirus. Sono il Pg Beniamino Calabrese e il presidente della corte Domenico Intorcaso a farsi carico di ricostruire i contatti avuti dall’avvocato nel corso dell’udienza. Nella loro comunicazione è riferito che una volta accomodatosi al banco dei testimoni sia stata rispettata la distanza superiore ad un metro rispetto alla postazione del collegio così come viene riportato che nessuno, ad eccezione del sostituto procuratore che ha stretto la mano al testimone,  abbia avuto nel corso dell’udienza,  interazione con l’avvocato. In aula, quel giorno erano presenti oltre ai componenti del collegio giudicante anche due tecnici della fonoregistrazione e alcuni congiunti dall’imputato. Prima del lungo calvario che lo ha portato alla morte, l’avvocato ha iniziato ad accusare i primi sintomi tipici del Covid-19 in prossimità dei primi giorni di marzo, dunque una settimana dopo la celebrazione dell’udienza. L’uomo si sarebbe potuto infettare, dunque, anche in un momento successivo a quello in cui si riferisce la testimonianza. (mi.pr.)







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