Dodici coltellate per cancellare le angherie, parabola (ancora aperta) di un omicidio

La Procura generale impugna la sentenza e ricorre in Cassazione contro la sentenza che condanna Nicholas Sia a 12 anni di reclusione. Le vessazioni subite dall’assassino da parte della comitiva: “gli facevano mangiare le formiche”. Un colloquio in carcere tra i disperati consigli dei genitori e il proposito «voglio tornare per farne un altro». Il pg: «Non si è pentito»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
Lo ha accoltellato con 12 fendenti, con un coltello da 8 centimetri. Lo ha colpito al collo, al torace, fino alla coscia destra. L’omicidio di Marco Gentile è avvenuto il 24 ottobre 2015 in un quartiere del centro storico di Catanzaro. Reo confesso di quel delitto, avvenuto all’aperto e davanti a due coetanei che hanno cercato di trattenerlo, è Nicholas Sia, all’epoca dei fatti poco più che 19enne. In primo grado Sia era stato condannato a 17 anni. In secondo grado vi era stata una prima sentenza, il 13 giugno 2018, che lo condannava a 16 anni. La Corte di Cassazione, la scorsa estate aveva, però annullato la sentenza limitatamente all’attenuante della provocazione (ritenendo che l’imputato avesse subito «vero e proprio bullismo prolungato», tra gli altri anche da parte della vittima) e al trattamento sanzionatorio e aveva rinviato per un nuovo giudizio su tali punti ad un’altra sezione della Corte di Assise d’Appello di Catanzaro. Quest’ultima si è espressa il 26 novembre 2019 rideterminando la condanna a 12 anni di reclusione. Ora il sostituto procuratore generale Raffela Sforza ha impugnato la sentenza presentando ricorso per Cassazione.
SCHERNO E UMILIAZIONI Oggetto di scherno e umiliazioni da parte di un gruppo di altri ragazzi, sarebbe venuto fuori, divenendo parte della mitigazione della pena, che Nicholas Sia ha ricevuto seri atti di bullismo e prevaricazione. Soprannominato “Scary” (spaventoso), nome nato da una nota serie cinematografica americana, la sorella di Nicholas ha raccontato diversi episodi che avrebbero innescato l’odio e il proposito di vendetta contro Marco Gentile. Consumatore di marijuana, che comprava dalla vittima, e con un debito di 150 euro, Sia sarebbe stato privato della Play Station da parte di Gentile, poi recuperata dalla compagna del padre. Deriso perché si era rivolto alla “mammina”, Sia avrebbe subito minacce vocali tramite whatsapp. La sorella ha raccontato del motorino trovato distrutto vicino all’abitazione di un amico di Gentile, di un video in cui veniva filmato dopo avergli abbassato le mutande, di formiche ingoiate a forza, del fatto che lo facevano fumare e ridevano alle sue spalle, che gli caricavano la bici su un albero. Secondo il pg l’imputato subiva atti di prevaricazione da parte di tutto il gruppo, non soltanto della vittima, protagonista del “sequestro” della play station.
«NON SI E’ PENTITO» Il magistrato, nell’impugnare la sentenza, sottolinea come alcuni testi lo indicassero come un ragazzo chiuso che spesso ai giardini si isolava rispetto alle altre comitive. Il magistrato riferisce di amici che riportano racconti di prevaricazioni ma risalenti nel tempo, altri che raccontano di prevaricazioni e dileggi ma senza fare i nomi in particolare. Il pg parla di “acquisizioni generiche” che, a parte l’episodio della Play Station, non indicano, in particolare, «i soggetti che erano soliti burlarsi dei comportamenti del Sia e le condotte da ciascuno di essi poste in essere». Un aspetto, questo della comitiva che vessava Sia, che è rimasto del tutto inesplorato visto che il giudice non ha concesso la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. Il pg Sforza carica il ricorso anche sull’assenza di un fattore scatenante che «giustifichi l’esplosione» ed esclude la carica di dolore e sofferenza che si potrebbe essere accumulata nel tempo. «… l’omicidio appare una reazione del tutto sproporzionata, eccessiva e del tutto inadeguata rispetto all’ultimo episodio dal quale trae origine, da fare escludere la sussistenza di un nesso causale tra offesa, sia pure potenziata dall’accumulo, e reazione…». Marco Gentile e il suo gruppo non avevano dato peso alle parole di Nicholas che li aveva avvertiti, una settimana prima dell’omicidio, di avere acquistato un coltello. Quando Gentile vede avvicinarsi Sia gli chiede se è vero che vuole ucciderlo. Sia, sottolinea il pg, non torna sui propri passi e realizza «un proposito covato a lungo inveendo contro il Gentile, che in quel momento era disarmato, indifeso ed incredulo, colpendolo ripetutamente alla gola, senza lasciargli alcuna possibilità di salvezza». Dopo l’omicidio Nicholas Sia, secondo il pg, non avrebbe manifestato ravvedimento sul proprio gesto e durante un colloqui in carcere, il 23 dicembre 2015, avrebbe confidato ai familiari di essere pronto a tornare a Catanzaro «per farne un altro».
IL COLLOQUIO IN CARCERE Il 23 dicembre 2015 nel carcere di Castrovillari Nicholas Sia parla con la madre, il padre e la sorella. I familiari sono ancora increduli. Nelle loro parole traspare dolore, incredulità. Non si capacitano del perché il figlio non abbia raccontato loro quello che stava subendo dalla comitiva che frequentava. Più volte gli chiedono: «Ma perché non me lo hai raccontato?». Nicholas è nervoso, si tocca spesso il viso, il collo… i suoi lo trovano ingrassato, forse a causa delle medicine che prende e che sono a base di cortisone. Lo psicologo del carcere lo ha fatto mettere in cella con un ragazzo gentile che lo tratta bene. Nicholas dice che gli altri lo guardano male perché «sono un assassino, hai ammazzato». «Tu non ti litigare mai, dici sempre di sì a tutti, fregatene di loro…», gli raccomanda la madre. La soluzione, convergono il padre e la madre, è quella di disintossicarsi. “Con il cervello pulito, bello ordinato, ragioni meglio, ti tolgono le paure che hai addosso, a questo serve l’ospedale, non ti pensare a che serve», gli dice il padre. Parlano di futuro di aprire un’attività: «Ti apro un’attività – gli dice il padre – te la coordini tu bello pulito e ordinato… con la fortuna di trovarti una ragazza per poterti sposare».
«Tu non la vuoi una fidanzata?», gli chiede la madre.
Sia fa cenno di sì con la testa, “Prima mi devo curare io», dice.
«Bravo, bravissimo, amore», dice la madre che gli raccomanda di andare in chiesa e chiedere perdono al Signore per quello che gli è accaduto.
«Ma te li hanno fatti commettere… perché ti hanno stressato la vita – dice il padre – Tu l’unica cosa che dovevi dirmi, non mi hai mai detto nulla… Perché sarei intervenuto io a difenderti».
Sia sta con la testa bassa, solo una volta bofonchia «eh… vabbò che faccio… il bambino».
Parlano di farsi una vita lontano da Catanzaro, anche all’estero, hanno paura di una vendetta da parte della famiglia della vittima. Raccomandano al figlio di comportarsi bene perché così può godere di sconti di pena, di non reagire alle provocazioni, di raccontare le angherie che ha subito all’avvocato.
«Mi minacciava ma non si faceva né vedere… né trovare… era un mafioso… che gli devo dire…».
Ancora torna il discorso del perché Nicholas non avesse parlato prima.
«Ma pure che ve lo dicevo voi non facevate niente!», risponde Sia.
«Adesso ti sei rovinato la vita, per cosa? Per non avere parlato prima con noi, quando ti sputavano, ti insultavano, ti davano schiaffi…», lo rimprovera la madre.
«FARNE UN ALTRO» «Per questo poi voglio tornare a Catanzaro, per farne un altro», dice il ragazzo.
Parole che scatenano la reazione dei genitori: «Ma tu sei sce… tu non sei normale allora – reagisce la madre – … non esci se dici queste cose… ti devi pentire di quello che hai fatto».
A testa bassa Nicholas dice: «Mi pento… mi pento».
La famiglia insiste perché racconti all’avvocato tutto quello che ha subito ma Sia dice che nomi non ne vuole fare «che è peggio». La famiglia non si capacita, insistono perché parli.
«Ti faranno stare a vita eterna qua se non fai i nomi – gli dice la madre – il giudice dice “Questo qua è pazzo!… e lo teniamo dentro!”».
A rappresentare la famiglia della vittima gli avvocati Antonio Lomonaco, Arturo Bova, Antonio Ludovico e Alessio Spadafora.
La difesa è rappresentata dagli avvocati Fabrizio Costarella e Giovanni Merante. (a.truzzolillo@corrierecal.it)







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