«Nessun favore a “Villa Torano”. Ho portato tamponi anche ad altre case di cura, siamo in emergenza»

Parla il il dg della Sanità Antonio Belcastro. «Lo rifarei, la politica non c’entra nulla. Ho seguito la stessa logica per Chiaravalle e Cinquefrondi». Ecco cosa è successo nella Rsa a Pasquetta. E perché i test sono stati processati a Catanzaro. La corsa contro il Coronavirus e la “battaglia” per i materiali. «Ora va meglio, ma poco tempo fa la Prociv ci ha requisito 10mila test»

di Pablo Petrasso
CATANZARO
«Diciamo che per ora va abbastanza bene». Chi conosce Antonio Belcastro sa che non si sbilancia facilmente. Figuriamoci nel bel mezzo di un’emergenza mondiale. L’«abbastanza bene» è riferito ai riscontri che arrivano dai briefing quotidiani con l’Istituto superiore di sanità. Che individua nella strategia di fermare subito il contagio nei potenziali focolai (come avviene da settimane in Calabria) una buona strada per tirarsi fuori dall’incubo del Coronavirus. È la via maestra indicata dai virologi. E la Calabria la segue dopo aver incrementato i posti letto di terapia intensiva, ma anche di malattie infettive e pneumologia, lavorando a tamponi e isolamenti. Sono state create 15 zone rosse per isolare i focolai e ridurre la circolazione. Un modello attuabile perché la regione è formata da tanti piccoli Comuni; attivare il cosiddetto cordone sanitario ed applicare misure più restrittive è stato più semplice. «I nuovi contagi sono riferibili quasi esclusivamente a quelli di natura intrafamiliare e nelle case di cura, situazioni da tenere sotto stretta osservazione non solo in Calabria ma in tutta Italia. Qui ci siamo mossi per tempo, bloccando le visite e chiedendo di attuare misure di sicurezza stringenti», spiega il direttore generale del dipartimento Tutela della Salute, che guida l’unità di crisi regionale assieme al “collega” della Protezione civile Fortunato Varone.
A Torano c’è una Rsa che è finita sotto la luce dei riflettori. È la terza divenuta un focolaio dopo quelle di Chiaravalle e Bocchigliero.
 Il numero dei contagiati è schizzato in tutte le direzioni per giorni. Come fosse una pallina, tra dati ufficiali e numeri buoni (forse) da giocare al Lotto. Tra Pasqua e Pasquetta, 67 infetti a “Villa Torano”: una macchia rossa sulla mappa dei contagi. Dati messi subito in dubbio, il giorno successivo: pareva impossibile che fossero quasi tutti asintomatici. Tant’è che, dall’Asp di Cosenza, si è arrivati a ipotizzare che i prelievi fossero stati effettuati in maniera errata, inquinando gli esami. Alla fine ci si è dovuti arrendere all’evidenza: il contagio c’è e i dati degli esami ripetuti al Policlinico “Mater Domini” – tra martedì e giovedì scorsi – «sono sovrapponibili» (il virgolettato è della Regione) ai primi arrivati dal “Pugliese Ciaccio”. Aumentando il campione, i numeri sono addirittura cresciuti: 78 positivi nella struttura tra ospiti e dipendenti, dato aggiornato al bollettino ufficiale di sabato pomeriggio. Finita la prima digressione sul tema, ecco arrivare la seconda: chi ha dato i tamponi alla casa di cura bypassando l’Asp di Cosenza? Il dg Antonio Belcastro. Questione da chiarire, certo. Magari non prioritaria rispetto alle cure da riservare ai pazienti, alla ricostruzione dei contatti tra i positivi e i loro familiari. A queste storie, centrali nel tentativo di frenare l’espansione del contagio, si è iniziato a pensare soltanto tra giovedì e venerdì. La conta finale dei positivi dirà se si sia perso tempo pensando ad altro o se i danni siano stati contenuti.

La casa di cura “Villa Torano”

Belcastro, ci racconta cosa è successo sull’asse Catanzaro-“Villa Torano” tra Pasqua e Pasquetta?
«Il lunedì di Pasquetta, il legale rappresentante di “Villa Torano” ha dato notizia del ricovero di una paziente, ospite nella struttura, all’ospedale di Cosenza per un’insufficienza respiratoria. Ho chiesto conferma ai sanitari dell’Annunziata che mi hanno detto del ricovero in Terapia intensiva e dell’esecuzione del tampone al pre-triage. Quest’ultimo era stato invitato a recarsi nella sede della Protezione civile per ritirare i dispositivi di protezione individuale necessari, oltre a 200 tamponi al fine di effettuare lo screening di tutti i pazienti e di tutti gli operatori sanitari. Avuta conferma dell’esito positivo del primo tampone ho avvertito il direttore del dipartimento di Prevenzione e il legale rappresentante della struttura».

Quindi conferma: è stato lei a fornire i tamponi direttamente alla casa di cura?
«Non si trattava di un caso di poco conto ma di un’emergenza. Lo rifarei. Fra l’altro l’ordinanza numero 20 del 27 marzo 2020 prevede espressamente che sia la direzione sanitaria della struttura a eseguire i tamponi. In effetti quello che si verifica è proprio questo: la struttura sanitaria acquisisce i tamponi presso l’Asp, effettua i tamponi e li riconsegna. All’Asp i tamponi vengono distribuiti dalla Protezione Civile, ma era lunedì di Pasquetta e avremmo dovuto aspettare il giorno dopo».

Dopo l’esecuzione dei test, gli esami sono stati svolti a Catanzaro e non a Cosenza. Perché?
«In Calabria sono stati individuati, dalla Regione, e accreditati presso il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità cinque laboratori di Virologia, tutti pubblici (uno a Cosenza, due a Catanzaro e due a Reggio Calabria); si tratta, pertanto, di laboratori regionali e non delle singole aziende. Il laboratorio di Cosenza non tratta più di 160 tamponi al giorni e poi non lavora di notte. L’attività di screening è terminata la sera intorno alle 21. Al “Mater Domini” i reagenti erano finiti, quindi abbiamo consegnato i campioni all’Unità operativa di Microbiologia del “Pugliese Ciaccio”, che per tutta la notte ha processato i primi tamponi. I primi risultati sono arrivati la mattina del 14 aprile e hanno restituito 5 pazienti e 17 operatori sanitari contagiati, su 37 test effettuati. Erano dati importanti, mostravano un’incidenza significativa in rapporto al contesto e alla rapida evoluzione della malattia. Ho sentito in serata il capo del dipartimento Prevenzione dell’Asp di Cosenza: mi ha detto che sarebbe andato a “Villa Torano” la mattina successiva».

Perché è stato messo in dubbio il primo esame?
«Credo che i dubbi siano sorti per via dell’alto numero di asintomatici tra i 67 trovati positivi al Coronavirus. È sembrata un’anomalia. Si è pensato – lo ha detto chi era qualificato a fare ipotesi e anche chi lo era un po’ meno – che ci si trovasse davanti a un caso di immunità di gregge o a un errore negli esami».

Il commissario straordinario dell’Asp di Cosenza Giuseppe Zuccatelli

Crede che si sia perso tempo?
«Se c’erano dei dubbi era giusto cancellarli. Ma di certo non abbiamo guadagnato tempo. A me è sembrato che si volesse spostare l’attenzione dal problema, che era individuare rapidamente i pazienti positivi, in modo da isolarli da coloro che erano risultati negativi per evitarne il contagio, mentre gli operatori sarebbero stati posti subito in quarantena, magari di coorte, e isolati così come per i loro contatti. Invece, si è perso del tempo prezioso andando dietro a fantasiose ricostruzioni che hanno portato alla ripetizione dei tamponi e dei relativi test. Questo non ha consentito di isolare immediatamente i casi positivi, né ci ha permesso di capire da quali comuni provenissero, per eventuali misure da prendere».

Se la proprietà della struttura non avesse rapporti diretti con un big del centrodestra regionale come Claudio Parente si sarebbe comportato nello stesso modo?
«Certo. Le dirò di più: prima del caso “Villa Torano” mi ero già mosso per portare direttamente i tamponi nelle strutture che si sono trovate in condizioni critiche. L’ho fatto quando mi è stato segnalato un contagio a “Villa Elisa”, poi per fortuna risoltosi senza conseguenza alcuna: ho preso il materiale dalla sede della Protezione civile e l’ho consegnato personalmente. E anche nel caso della prima paziente infetta nella casa di cura di Chiaravalle. Quando abbiamo avuto i risultati del test dal laboratorio di Microbiologia del Pugliese Ciaccio ho requisito i tamponi e li ho mandati, insieme a una “squadra” di infermieri, nella Rsa per completare le analisi. Proviamo a rispondere prima possibile, siamo in una situazione di emergenza e trattiamo tutti allo stesso modo. A Chiaravalle abbiamo inviato personale del Policlinico perché l’ordinanza in vigore all’epoca (era il 25 marzo, ndr) non consentiva alle direzioni sanitarie delle Rsa di effettuare gli esami in autonomia. Dal 27 marzo, invece, è possibile farlo, per velocizzare le procedure e intervenire nell’immediato: è per questo che a “Villa Torano” ha proceduto la direzione sanitaria».

La casa di cura “Domus Aurea” di Chiaravalle

Differenze tra “Villa Torano” e “Domus Aurea”: quest’ultima è stata chiusa, la prima no. È un altro aspetto che ha alimentato retroscena sul confine tra politica e sanità, che in Calabria è molto labile.
«Devo chiarire anche in questo caso. Partiamo dalla “Domus Aurea”. Dopo l’esplosione dei contagi e i primi decessi, arrivati in struttura, la situazione è precipitata molto velocemente. Ci siamo mossi per cercare una soluzione e garantire il trasferimento dei pazienti negativi al Coronavirus. Per Chiaravalle, è stata l’Asp di Catanzaro – dopo una relazione di un sanitario che riferiva di una situazione critica – a chiederci di adottare la sospensione o la revoca dell’accreditamento il 31 marzo scorso. Io, a dire il vero, per non dover formulare un provvedimento che fosse “debole” dal punto di vista amministrativo, ho suggerito di procedere a una sospensione del contratto, e non una revoca dell’accreditamento, nelle more della verifica dei requisiti. A valle della verifica, se fosse risultato tutto nella norma, si sarebbe potuta riprendere la convenzione».

La Rsa di Torano, invece, resta aperta.
«Anche questa è una decisione dell’Asp (di Cosenza, ndr). Io avevo proposto lo spostamento dei pazienti. Nel dettaglio, avrei mandato i Covid negativi in un’altra struttura (a Mottafollone, ndr), per escluderne l’eventuale contagio. L’Azienda sanitaria di Cosenza, invece, ha scelto di tenerli a Torano e ha messo in campo una squadra di specialisti per gestire la situazione. A me va benissimo così. Se scelgono di tenere lì i pazienti è perché, evidentemente, ritengono che la struttura offra garanzie soddisfacenti. In questa fase c’è una task force che si è sostituita alla struttura».

Tra Regioni e governo centrale è stata ingaggiata, fin dai primi giorni della crisi, una “guerra” sui materiali distribuiti. E anche la presidente Santelli ha alzato la voce in più di una occasione per i ritardi negli arrivi dei macchinari, mentre le strutture sanitarie si lamentano spesso per la mancanza dei dispositivi di protezione. Com’è la situazione adesso?
«Credo che, con una certa fatica e qualche scontro inevitabile, si sia raggiunto finalmente un equilibrio. All’inizio la distribuzione del materiale avveniva sulla base della percentuale dei contagiati, dunque era molto sbilanciata verso le regioni più colpite. Ora c’è una quota fissa calcolata sulla popolazione. Il materiale arriva, ma ci siamo organizzati anche noi. Sui tamponi, ad esempio, ci eravamo organizzati con un ordine di 80mila da ricevere in forniture da 10mila a settimana. Una delle spedizioni è stata requisita e redistribuita sul territorio nazionale dalla Protezione civile. Ma poi abbiamo “recuperato”, adesso il problema con i tamponi sembra risolto».
Certo, non è semplice. È una corsa a mettere toppe tutti i giorni. Sabato mattina il 118 di Reggio Calabria ha minacciato di fermarsi perché le tute arrivate dalla Protezione civile non erano adatte al contenimento del rischio biologico. «Ho chiamato a Catanzaro e chiesto quante ce ne fossero rimaste. Erano 35: ho disposto di inviarne 30 a Reggio e ci siamo attrezzati per comprarne altre. Gliel’ho detto, lavoriamo in emergenza. Non possiamo fare diversamente». (p.petrasso@corrierecal.it)





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