«Jole, Michele, Vincenzo e Cateno»

di Antonella Grippo

L’impavida Sant’Elle, con sprezzo del pericolo, si produce in supplementi di offensiva contro il Governo. Insiste. A dispetto della sentenza del Tar. Nostra Signora della Fontana di Giugno, a tal riguardo, disegna “la terza via al localismo”: quella dei Ciclamini al 123. Un filoncino di pensiero, che trae origine da un’incestuosa relazione extraparlamentare tra il lievito madre della pitta ‘mpigliata ed un capocollo scapestrato. Roba che sbaracca definitivamente l’Internazionalismo di Marx ed Engels. E, volendo, pure il radicchio veneto. Una sorta di primazia del Verbo della Tijeddra su qualsivoglia Pronuncia dei Giudici Amministrativi. La nuova concezione del mondo, del resto, vanta, tra i suoi ispiratori, Francesco Cannizzaro, nato da una burrascosa storia d’amore tra Otello Profazio, Mino Reitano e Natuzza, al tempo delle more. Il Canny al vento, infatti, pur di contrastare gli effetti dell’insidiosissimo imperialismo di Nicola Zingaretti in Calabria, ha telefonato a Stalin, pregandolo di tenere a freno “la follia dei comunisti.” Peccato che Stalin gli abbia risposto: «A me lo dici? Ti ricordo che tutti quelli che si chiamano Nicola (versione italica di Nikita) mi stanno sul cazzo dal ’56! Compreso Fratoianni».
All’ardimentoso azzurro della Piana, a questo punto, non resta che sequestrare Luigi Guglielmelli, ultimo milite della genìa comunista para, pre e post-silana. Un’operazione “geometricamente potente”, che potrebbe avvalersi persino della visione strategico-militare di Gianluca Gallo, altrimenti detto ” Lisa dagli occhi blu”.
Ma non finisce qui.
Pare che anche Peppe Mangialavori, che si chiama così proprio per fare il mazzo (postumo) a Giuseppe Di Vittorio, stia organizzando le truppe vibonesi alla volta di Palazzo Chigi, al grido di battaglia: “C’è un diavolo in me”. Dichiarazione flebile, stante la sua, mai domata, natura da chierichetto.
Non propriamente esultante rispetto al sentire Jolandico, invece, Fausto Orsomarso, nero relativo, generato nel corso di una notte d’amore, da Tiziano Ferro e Galeazzo Ciano.
Di contro, hanno mollato virilmente il colpo Michele Emiliano e Vincenzo De Luca, più scaltri e sgamati. I due, notoriamente cazzuti, non si sono lasciati adescare dalle blandizie di Sant’Elle, la quale aveva immaginato una sorta di alleanza meridiana anti-Conte, immediatamente disattesa.
D’altro canto, come puoi sperare che un pugliese, venuto al mondo grazie all’ovulo di Amedeo Nazzari, impiantato nella tuba di Falloppio di Albano Carrisi, con la partecipazione straordinaria di un gamete di Domenico Modugno, ti venga dietro? Uno di razza ariana, insomma. L’unico a non confondere il federalismo con la promessa “accludo federe”, in uso presso i venditori ambulanti di pezzame lenzuolato, che si aggirano lungo la Cittadella di Germaneto.
Di più: Michele, sovrano incontrastato del Tavoliere, se ne fotte di tre tavolini di ‘sta cippa.
E che dire, poi, di Vicienz, il De Luchissimo di Campania? Stiamo parlando dell’uomo che fece a pezzi quel BindiDio di Rosy, la quale aveva osato annoverarlo tra gli impresentabili, per avere occluso, nottetempo, tutti i tombini di Battipaglia, cittadina incazzosa e per nulla ridente, da sempre in singolare tenzone con la splendida Salerno. Sennonché, la Seconda Sezione Penale del Tribunale di Napoli ebbe a sentenziare: «Il fatto non sussiste!». Alla faccia della Severino!
Da allora, Vincenzo è la prefazione di Dio. Lo sa pure il sindaco di Agropoli. Figurati se si mette a fare il valletto di Jolanda, da non intendersi, nella specie, alla maniera nobile e poetica della Littizzetto.
E, tuttavia, tra le milizie di Jole, resiste Cateno da Messina, figlio dell’insuperata scuola di pensiero, la cui progenie consta, tra gli altri, di Franco e Ciccio. Cateno, proprio lui, l’uomo che, pur di sbaragliare a destra il Dorian Gray di Oscar Wilde, si lascerà morire per la causa santellica, dopo aver fatto dire alla sua immagine riflessa nello specchio: “Vitti ‘na crozza“.





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