DIRITTO DI SATIRA | «Jole, Romina Power e il “celomollismo”»

di Antonella Grippo

Chi scrive non ha mai nutrito soverchio entusiasmo per il cosiddetto “valore aggiunto” delle donne in politica. Non è che, se hai in comune con la Thatcher e con Golda Meir la titolarità della patonza, puoi pensare di intrattenere una qualche consuetudine con il loro talento. Inoltre, il fatto di essere intestataria di bernarda non lascia necessariamente presagire un futuro da Statista. Winston Churchill fece senza. Il femminismo risulta essere altro: assalto al cielo, non al controsoffitto del tinello. Men che meno, assedio ritorsivo della tettoia pelvica di un capocantiere di Battipaglia.
L’appartenenza di genere non rileva nell’arte del Potere, così come la peculiarità degli ovociti. Purtuttavia, talvolta, il “femminino” compie prodigi. A maggior ragione, nel tempo storico che registra il tramonto del testosterone. Guardiamo, ad esempio, in casa nostra.
Ho come il vago sentore che a noi ragazze spetti, in questo momento, un moto di compassionevole solidarietà nei confronti di quel maschiume ammaccato, che si aggira inutilmente nel retrobottega della politicanza regionale. Infatti, del turgido vigore virile (metaforicamente inteso), ostentato in campagna elettorale da destra a sinistra, non si rinviene traccia. L’ impressione è che Sant’Elle tenga tutti per le palle. In principio toccò a Mario e Roberto Occhiuto: la scheggia di un orecchino lampadario, a bordo di una nuvola di cipria, si incaricò di farli fuori in men che non si dica. Una sorte simile hanno esperito, più recentemente, Pinuzzo e Tonino, noti tenutari del Casatiello delle Libertà. I due, altrimenti detti Cocco e i suoi fratelli, si sono estinti, dopo aver inalato un micidiale gas nervino, travestito da spray lisciante per capelli dispettosi, che Jolanda usa custodire sul fondo di una borsetta. Sublime, deliziosa perfidia di donna! Nel frattempo, il governo di Calabria si è andato via via precisando per la sua forte trazione santellica. In quel di Germaneto, ad esempio, la Lega, un tempo nerboruta e tosta, non conta una mazza. Altro che Alberto da Giussano! Il Carroccio, contrariamente a ciò che si ritiene, sembra essere prossimo all’evanescenza. Il salvinismo, che doveva fare la rivoluzione bolscevica, dopo aver armato le sue falangi da Roggiano Gravina a Melito Porto Salvo, non tocca palla. Se non per dedicare struggenti elegie a Sant’Elle, vergate personalmente da Matteo, improvvisamente sprovvisto di elmo vichingo: «Jole ha fatto meglio del governo nazionale».
Roba loffia, al cui confronto persino le litanie di Romina Power sembrano maschie randellate alla Charles Bronson. Tutto ciò mentre le truppe leghiste di Calabria si squagliano come il cerone di Gloria Swanson in Viale del tramonto. Ci si aspettava la presa del Palazzo d’inverno o, in subordine, la rivolta di Kiev, con Abramo alla testa di camionisti ucraini e catanzaresi uniti nella lotta. Si confidava nell’avvento di Mao Tse-Tung, alle prese con la bonifica “culturale” della sanità dalle fauci dei comparielli predatori. Anche se, giova ricordarlo, la rivoluzione non è un pranzo di Gallera. Avevano promesso l’entrata in scena di Molinaro, inteso come Pietro, alla testa di broccolirapati, cicorie bolsceviche e zucchine da impanare per la definitiva emancipazione di tutti i carciofari coriglianesi. E, invece, il massimo dello sballo eversivo è Tilde Minasi con i suoi volantini di trucchi dell’Avon, il cui pezzo forte resta il mascara a grumi, resistenti persino alla morsa infernale della fonderia di Montalto Uffugo. Alla faccia del celodurismo! Dal suo canto, lo stesso Filippo Mancuso conta al pari del due di coppa quando la briscola è a bastone. Per non parlare del Fratellismo Italico, ormai allegramente scamiciato, orfano, cioè, del testosteronico impulso delle ardimentose Camicie Nere e delle Primavere di bellezza. A meno che l’Orso non decida di farsi riprogrammare il genoma a Salò, con tanto di ovulo gentilmente offerto, per l’occasione, da donna Assunta Almirante. La Meloni, del resto, si era portata avanti in tempi non sospetti, grazie ad una procreazione assistita a cura de Er pecora e di Rita Pavone. Che dire poi di Ultimo, il Capitano Ultimo! Il Nostro ha lo stesso mordente virile di una trasmissione di Lorena Bianchetti, all’ora di pranzo su Rai Uno. Nulla di più distante dal cazzuto e tenebroso militare che catturò Riina. Le cose non vanno meglio per i ragazzi d’opposizione a Palazzo Campanella. Ecco, lì l’evirazione può dirsi definitivamente compiuta. Mimmo Bevacqua, da non confondersi con il liquido santo che Gesù Cristo, Giucas Casella e Tony Binarelli trasformarono in vino, prova ogni tanto a dire timidamente la sua, prestando attenzione a non urtare più di tanto la suscettibilità di Sant’Elle. Lo fa con il medesimo piglio assertivo di Gemma di Uomini e donne della De Filippi. I suoi interventi hanno la stessa potenza muscolare degli addominali di Gianni Cuperlo. Sprigionano l’identico boato di Franco, il baffo dei Ricchi e Poveri, che non si capisce che cazzo lo tengano a fare ancora nel terzetto. Non ci resta che sperare in Peppino Aieta, frutto di una relazione proibita tra Al Pacino, Filippo Turati e Gianni Nazzaro. L’Aietino, se si incazza, fa cagare sotto pure il ragioniere Fracchia e tutti i barellieri dell’ospedale di Paola. Del resto, è uno dei tre dem a sapere che Donat Cattin non è un francesismo. Intanto, avanza inesorabilmente il Celomollismo. Da Pontida a Verbicaro. Siamo alla disfatta dell’omerico Achille. Al disarmo di D’Annunzio e di Franco Califano. Alla pudicizia tremula verso la Femmina Matria. Sacralità temuta, ab inizio, da ciascuno. Compreso Nicola Irto.





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