Pittelli: «Ogni volta che si vota a Catanzaro, tutti i partiti vengono da me»

In un’intercettazione contenuta nel fascicolo di “Rinascita-Scott”, il legale inquisito sottolinea la propria influenza sulla politica del capoluogo: «Per primo arriva il Pd, poi Forza Italia e Lega. E io rispondo “ragazzi, ve ne dovete andare, ve ne dovete scappare”»

di Pablo Petrasso
CATANZARO Ex coordinatore regionale di Forza Italia. Deputato per la Casa delle Libertà nel 2001, eletto nel collegio uninominale di Soverato. Membro della commissione Giustizia della Camera dei deputati. Senatore nel 2006, eletto nelle liste forziste. E poi di nuovo deputato con il Popolo della Libertà nel 2008 (prima di lasciare il partito e approdare al Gruppo misto nel 2011). Ancora prima, negli anni 80, Giancarlo Pittelli è stato consigliere comunale di Catanzaro per la Democrazia cristiana e assessore comunale alla Cultura.
Il rapporto con la politica dell’avvocato arrestato nell’operazione “Rinascita-Scott” della Dda di Catanzaro non è stato casuale né fugace: una relazione consolidata, stabile. Andata avanti fino al 2017, con l’adesione a Fratelli d’Italia, movimento dal quale si è successivamente allontanato. Uomo di centrodestra con rapporti più che trasversali, Pittelli parla delle sue relazioni con la politica catanzarese nell’intercettazione in cui tira in ballo l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti (ve ne abbiamo riferito qui).
È un passaggio che si consuma a pranzo, il 12 maggio 2018. Lo spyware utilizzato dagli uomini del Ros capta la conversazione a partire dalle 13.42. A tavola, il legale e un gruppo di imprenditori. Si trovano al ristorante, discutono dei piatti, di medici e specializzazioni. Fanno qualche battuta sulla figura del sindaco di Roma Virginia Raggi.
A questo punto – forse per alimentare la propria fama di riferimento per una parte del mondo politico del capoluogo, forse no – Pittelli «dice che ogni volta che si vota a Catanzaro, arrivano le delegazioni allo studio». E dice anche quali: «Per primo arriva il Pd – annotano i carabinieri, che sintetizzano la conversazione – che invita Pittelli alla candidatura a sindaco. Successivamente arrivano Forza Italia, Lega eccetera e Pittelli li invita ad andarsene». In effetti Pittelli, nell’audio, spiega che «storicamente» al suo studio «arrivano le delegazioni» ogni volta che ci sono le elezioni. E tutti, «per primo il Pd» («anche il Pd?», chiede uno dei commensali), gli dicono: «Giancarlo, devi candidarti a sindaco». Ma la risposta è sempre la stessa, secondo l’avvocato: «Ragazzi, ve ne dovete andare, ve ne dovete scappare».
Poche righe che – se riscontrate – evidenziano il trasversalismo del personaggio e delle sue relazioni politiche. Che l’avvocato, oggi accusato di essere un massone al servizio del boss Luigi Mancuso e un concorrente esterno della ’ndrangheta di Limbadi, abbia sempre dialogato con tutti è un fatto che emerge dalle (tante) intercettazioni contenute nei brogliacci della maxi inchiesta dell’antimafia catanzarese. E che il suo nome fosse stabilmente “in the conversation” come candidato a sindaco, più o meno politico, più o meno “civico”, è un altro dato di fatto. Alla luce delle ipotesi di accusa e dei rapporti spericolati del legale con uomini delle cosche – Pittelli è considerato il trait d’union tra il mondo di sopra di politici e colletti bianchi e il mondo coperto della ‘ndrangheta e della massoneria deviata –, però, queste frasi suonano sinistre. Perché Pitteli è stato seduto per più di un decennio ai tavoli della politica che conta. Ed ha avuto un peso specifico non trascurabile anche sulle dinamiche locali. (p.petrasso@corrierecal.it)





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