Zero burocrazia, soldi subito. Ecco perché il credito ‘ndranghetista è un pericolo

Accesso al denaro «agile e veloce». Canali del circuito bancario «surclassati». E poi «tassi di interesse insostenibili» e imprese cannibalizzate. Vittime che ingeriscono insetticida per la disperazione. L’operazione “Fortezza Libera” mostra la ferocia dei clan. E rilancia l’allarme dei procuratori antimafia sui prestiti “facili” e la crisi Covid

di Pablo Petrasso
REGGIO CALABRIA
L’indagine parte nel 2014 e non si lega direttamente alle emergenze (soprattutto economiche) di questi giorni (anche se alcuni assegni in bianco firmati dalle vittime di usura scadranno nel prossimo mese di agosto). Eppure sembra tradurre in atti un allarme lanciato dai magistrati antimafia di tutta Italia. Perché l’antimafia di Reggio Calabria, analizzando l’erogazione del credito mafioso a Polistena e in altri centri della Piana di Gioia Tauro, evidenzia che la ‘ndrangheta «ha di fatto monopolizzato il settore dell’erogazione del credito: gli ‘ndranghetisti – sottolinea il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – hanno surclassato i soggetti autorizzati a operare nell’ambito del circuito bancario, potendo offrire agli imprenditori e ai singoli, spesso in condizioni di bisogno o di grave difficoltà economica, canali di accesso al credito agili e veloci, a condizioni iniziali apparentemente più vantaggiose, e prescindendo dalla verifica del possesso di quei requisiti, spesso inesigibili, richiesti dalla complesse e prolungate istruttorie imposte dalla burocrazia per la fruizione dei servizi bancari e finanziari». Velocità contro scartoffie, soldi subito contro la burocrazia. In cambio, però, le cosche applicano «tassi di interesse sempre maggiori e insostenibili» e ricorrono «a estorsioni e intimidazioni, funzionali a garantire l’efficienza del sistema e il mantenimento del controllo sulla comunità e sulle attività economiche». Lo scopo finale è «cannibalizzare e acquisire in tutto o in parte la proprietà o il controllo delle attività economiche dei debitori».

L’ALLARME DEI PROCURATORI ANTIMAFIA Un copione fin troppo conosciuto perché possa non destare preoccupazioni mentre l’economia cerca di risollevarsi dopo l’emergenza Covid. Le cosche sono pronte ad approfittarne. «L’improvviso, inaspettato, depauperamento delle risorse economiche a causa delle necessarie restrizioni di contenimento della diffusione della pandemia che incide soprattutto negativamente sul settore del terziario produttivo – commercianti e artigiani soprattutto – è una mina innescata che va inertizzata con assoluta urgenza, minaccia gravissima per la vita delle persone, delle famiglie, capace di far saltare la coesione sociale», diceva a inizio aprile il procuratore della Dda di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri.
Concetti simili sono stati espressi anche dal capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri: «L’usuraio ‘ndranghetista vuole meno garanzie, perché sa che la vera garanzia è la vita del commerciante che, a sua volta, sa benissimo a chi si sta rivolgendo in quel momento. Inizialmente ci saranno interessi più bassi, anche sotto la soglia di quelli delle banche, poi, nell’arco di uno o due anni, inizierà una lenta agonia. Il commerciante sarà strozzato e l’obiettivo dell’usuraio mafioso non è quello di guadagnare sull’usura, ma è quello di rilevare l’attività commerciale che, attraverso un prestanome, diventerà un’azienda per fare riciclaggio».

LA PRESSIONE SULLE VITTIME Il sistema creato a Polistena funzionava proprio così. E poteva fondarsi su «un sistema di potere, di natura economico-sociale, che ben difficilmente può considerarsi reversibile, essendosi strutturato nel tempo quale soggezione di una intera comunità al dictum mafioso imposto dagli indagati». Gli imprenditori in difficoltà finiscono in «una condizione di annientamento (…) con irreversibile perdita della libertà di autodeterminazione imprenditoriale e personale e acquisizione della proprietà e del controllo sulle attività economiche da parte degli associati».
L’organizzazione del clan era «capillare», una filiera efficiente, capace di individuare le potenziali vittime. E accompagnarle in una discesa agli inferi che, per alcune di esse, sarebbe potuta essere fatale. È il caso di un imprenditore agricolo che, spinto dalla disperazione, avrebbe ingerito – nella primavera 2019 – dell’insetticida. Per alcuni, le pressioni si fanno insostenibili. Intimidazioni, minacce nei confronti dei familiari: anche per questo motivo, è necessario, per gli inquirenti, «approntare una tutela tempestiva e immediata delle vittime», alcune delle quali sono state costrette a ricoveri in divisioni psichiatriche ospedaliere.

SISTEMA FEUDALE DA SCARDINARE È un giogo feudale che si rinnova di generazione in generazione. Indagati come Cesare Longordo erano già stati perseguiti in passato per reati simili. E altri, «in giovanissima età», hanno «raccolto il testimone di padri o congiunti (Luigi Versace, Francesco Longo, Vincenzo Rao, Domenico Giardino)». Proseguono, così, «un programma criminoso che affonda le sue radici nel passato e persevera nel controllo del territorio cittadino». I clan controllano «la circolazione delle risorse finanziarie strumentali alle iniziative economiche» e lo fanno «con una programmazione così ad ampio spettro» da pensare che il sistema possa continuare a lungo. Scardinarlo è l’unica strada per liberare l’economia. (p.petrasso@corrierecal.it)





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