«Il Mes per ricostruire la sanità (soprattutto in Calabria»

di Ettore Jorio*

Le dichiarazioni rese sui media, anche molto recentemente, da alcuni importanti esponenti della politica nazionale su come dovrebbero essere spesi i 37 miliardi del Mes per assicurare il rilancio della sanità suscitano non poche perplessità. Non già per come e cosa consigliano di impegnare le risorse bensì per il non accorgersi di confessare così la loro trascorsa e reiterata responsabilità di avere ridotto così il Paese della salute.
Insomma, sono in molti a scoprire l’acqua calda senza accorgersi di provocarsi delle scottature «politiche» di terzo grado, cui neppure il migliore reparto delle grandi ustioni potrebbe porvi rimedio.

Le colpe presentano il conto
Dopo tanti anni di colpevole abbandono della assistenza territoriale – lasciata in mano quasi esclusivamente ai medici di famiglia che, tra l’acquisizione di benefit economici e riorganizzazioni a loro favorevoli, hanno via via ridotto il loro tradizionale impegno professionale, del tipo quello goduto dai nonni di ieri – la quasi totalità dei colpevoli di ieri si straccia infatti le vesti nel pretenderla. Ciò dopo essersi resi responsabili in tal senso delle macerie che ha fatto in Lombardia & Co. il coronavirus.

L’evento favorevole per ricostruire
I quattrini del Mes, nei confronti dei quali sono ancora in tanti a porre dei veti irragionevoli, costituiscono l’occasione finanziaria per consentire di iniziare a costruire l’assistenza territoriale praticamente distrutta in un trentennio di ospedalocentrismo esasperato, rincorrendo le specialistiche a più alto valore aggiunto da insediare sui territori a maggiore vocazione di migrazione attiva. Privilegiando così la spedalità retribuita con i Drg/Rod più pesanti e, dunque, utili a generare consistenti utili aziendali. Una politica «imprenditoriale» che ha fatto economicamente tanto, soprattutto, per gli Irccs (51 dei quali 14 solo in Lombardia) che hanno, comunque, dimostrato, nel corso e contro l’epidemia, di essere la vera colonna portante del servizio nazionale della salute, tanto da renderlo apprezzabile per la migliore offerta di salute del Paese.

Un territorio lacrimante che pretende il riscatto
Una cultura, quella di avere concretizzato per decenni un massiccio ospedalocentrismo pubblico, che ha fatto del «bene» a tanti, a troppi, fatta eccezione all’utenza. Soprattutto a progettisti, ad appaltatori, a fornitori di tecnologia, ai corrotti di qualsivoglia squadra partecipe della relativa «gara», sia essa di ispirazione burocratica che politica.
Una pratica che, di contro, ha fatto tanto male alle collettività che l’hanno subita, soprattutto nel sud, consentendo ivi una «generosa» duplicazione di strutture – molte della quali (in Calabria tutte!) ancora oggi non in possesso dei requisiti minimi per funzionare legittimamente – e mettendo da parte così la ineludibile alternativa al ricovero, costituita dalla assistenza distrettuale.

Come e con chi
Quella specificità assistenziale che dovrebbe (dovrà) vedere riuniti sotto l’unico ombrello della prevenzione e delle cure primarie un consistente segmento del personale sanitario dipendente dei Ssr, i professionisti convenzionati (medici di famiglia, ivi compresi pediatri di libera scelta) e le farmacie, attivamente collaborati da presidi (di diagnostica, assistenza e riabilitazione) distribuiti sul territorio e soprattutto da servizi il più possibile vicino ai cittadini, ivi compresi quelli domiciliari. Meglio, se incrementati – da subito e ricorrendo, in una prima fase, anche a contratti libero professionali – quantomeno degli infermieri di famiglia, assistenti sanitari visitatori e di un sufficiente numero di operatori veterinari occorrenti ad assicurare una alimentazione non contaminata.
Una tipologia di offerta della salute che darebbe peraltro modo di assistere gli anziani a casa loro e, per quelli non autosufficienti, di verificarne costantemente lo stato di salute presso strutture del tipo le RSA che hanno tanto bisogno di essere riscritte nella loro disciplina istitutiva dopo i gravi flop e gli scandali che ne hanno tracciato la loro più recente storia.

L’urgenza di fare e bene
Ebbene, a fronte di decenni di colpa grave nell’avere abbandonato la medicina territoriale, quella vera, ovvero di averla maltrattata imponendo strutture di moda ma inidonee (vedi per esempio, il grande errore di ipotesi delle case della salute, dei nuclei primari di assistenza, delle Aft e delle Uccp, sperando che ciò non accada anche con le Usca!) ispirate a porsi malamente in alternativa ai presidi ospedalieri, troviamo tanti esponenti anche di primo piano osannarne (finalmente) il ricorso.
Nasce, quindi, l’esigenza – anche per cura del bisogno contingente (e si spera non continuativo) dell’assistenza da assicurare agli affetti da Covid-19 – di fare subito, ma bene.
Per farlo occorrono le idee chiare sul da farsi. Cosa e dove farlo e con quali risorse.
Per comprendere meglio cosa sia necessario realizzare e soprattutto dove, si rende necessario:
a) un confronto stretto dei tecnici, privilegiando quelli non appartenenti a quella vecchia scuola che ha riempito il Paese di ospedali e spogliato il territorio;
b) il superamento delle logiche ripartitorie usuali che, proprio perché tali, se messe in relazione con i risultati registrati nell’epidemia hanno dimostrato la loro debolezza. Una logica, quella che sembra ispirare il riparto dei fondi Mes secondo quello annualmente utilizzato per il Fondo sanitario nazionale, che non calza perfettamente né con lo scopo (vincolo) che l’Europa affida alle predette risorse, che è quello di realizzare una riforma radicale dell’offerta assistenziale del Paese, né tampoco con la constatazione dello stato dell’offerta delle singole Regioni, impresentabile in alcune.

Un nuovo e più illuminato approccio tecnico e redistributivo cercasi
Quanto alle risorse da rendere disponibili per un tale radicale cambiamento del sistema della salute nazionale – tanto da renderlo garante ovunque dell’esigibilità dei Lea, con una sensibile accelerazione per quelli che garantiscono la prevenzione e la medicina di prossimità – si renderà necessario uno sforzo, ma anche un diverso impegno delle istituzioni regionali chiamate a realizzare la trasformazione desiderata.
Al celere accesso ai Fondi Mes, ovviamente saggiamente programmati, andranno pertanto ad aggiungersi quelli statali ricavabili nel 2021 dal Recovery Fund nonché quelle ulteriori risorse individuate dalle singole Regioni nei loro bilanci specifici, ivi compresi quelli ricavabili attraverso procedure di dismissione immobiliare e l’utilizzo di risorse da rimpiegare disimpegnandole da quelle opere dal decenni non realizzate, in alcune regioni (la Calabria in primis) rendicontabili in centinaia di milioni di euro.

Il fabbisogno epidemiologico prima di tutti
Concludendo, il problema più importante a che tutto ciò si concretizzi è dunque rappresentato dalla chiarezza sul da farsi.
Prima a livello governativo e poi a livello regionale. O forse viceversa, perché il primo dovrebbe (cominciare finalmente ad) adoperarsi per il soddisfacimento dei fabbisogni epidemiologici regionali, (ahinoi) mai presi in seria considerazione.
Da qui, gli errori della sanità di oggi, cui occorre urgentemente fornire riparo specie nelle zone del Paese nelle quali si fa davvero fatica a riconoscere l’esistenza di un Ssr efficiente ed efficace.
Alle Regioni, dunque, l’onere di acquisire ciò che non hanno saputo sino ad oggi pretendere per assicurare alle loro collettività l’unico diritto riconosciuto come fondamentale dalla Costituzione (art. 32): la tutela della salute da garantire attraverso i Lea non resi esigibili ad alcune latitudini (su tutte, la Calabria).
*docente Unical





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto