La Calabria ai (non) calabresi

Manager “romani” per gestire le risorse della Regione. Un autore (sempre romano) per raccontare le bellezze del territorio. Dal cinema alla burocrazia, Santelli mette da parte la calabresità. Tranne che per i suoi fedelissimi o per “consiglieri” come Nicolai e Mannarino. Un approccio che spazientisce gli alleati esclusi dalle scelte chiave

di Pablo Petrasso
CATANZARO La presidente vuole il meglio per i calabresi. E il meglio sono Gabriele Muccino, Francesco Bevere, Maurizio Borgo. Che non sono calabresi. Il cinema, in questo senso, non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La parafrasi di von Clausewitz sarà anche abusata ma serve a tracciare un filo rosso tra il racconto della regione (territorio) e il governo della Regione (ente). Più legati di quanto non appaia o, forse, di quanto non sia necessario. Gli ambiti sono diversi, l’esito è lo stesso: la Calabria non può essere raccontata da calabresi al pari di quanto non possa essere “governata” da calabresi.

Gli atti raccontano in tre passaggi la storia del corto commissionato a Gabriele Muccino: sollecitato da Jole Santelli, proposto dal regista, approvato dalla giunta regionale. In tempi da burocrazia scandinava (cosa che ha indispettito il Partito democratico), tra l’altro. Muccino porta nelle location un pacchetto completo: casa di produzione romana e maestranze “di fiducia”. Non sarà un «maestro» calabrese a girare (eppure non mancano, basti pensare a Mimmo Calopresti e Gianni Amelio), chissà quanti saranno i calabresi al lavoro nelle riprese. Non è un problema per chi crede che i confini abbiano poco senso. Ma questo non è il caso di una maggioranza di centrodestra che sull’esaltazione della calabresità e delle sue eccellenze ha puntato la propria campagna elettorale. 
Dal cinema alla burocrazia, secondo la massima di von Clausewitz. La Regione ha, finora, assegnato due postazioni burocratiche strategiche. La prima, il segretariato generale, è andata a Maurizio Borgo, grand commis nei Palazzi romani, ex capo di Gabinetto del ministero dei Trasporti, con esperienze di docenza universitaria e una moglie calabrese. Alto profilo. Proprio come quello dell’altro super dirigente nominato dalla giunta Santelli: Francesco Bevere, che arriva da Agenas, l’Agenzia governativa che ha controllato negli ultimi anni i conti della sanità calabrese (sollevando i dubbi di tecnici e politici, ma è un’altra storia), e plana a Catanzaro anche grazie a un maxi bonus da 45mila euro che gli viene riservato per contratto (e per convincerlo ad affrontare la sfida, secondo i maligni).

Di nuovo, un burocrate romano passato anche dalla direzione generale della Programmazione sanitaria. Non c’è da polemizzare: Santelli ha ragione quando dice che «conta il curriculum». Il problema nasce se le scelte della politica mettono nero su bianco che nessun dirigente generale della Cittadella ha le capacità di Borgo e Bevere. Come se non bastasse, uno dei manager regionali ha sollevato in una lettera ufficiale perplessità sull’iter di nomina del nuovo segretario generale. Bene: secondo fonti della Regione sarà trasferito altrove e non si occuperà più della gestione giuridica del Personale. Forse lo spostamento era già previsto per realizzare la (tuttora incompleta) rotazione dei dirigenti, certo è che il tempismo non aiuta a fugare dubbi.
Dubbi che, al di là degli educatissimi e istituzionali comunicati stampa, assillano anche gli alleati di Jole Santelli. Non è un caso che Fratelli d’Italia abbia chiesto più confronto sui grandi temi e che lo stesso abbia fatto la Lega dopo le ordinanze della presidente sui rifiuti. La maggioranza ricorda bene le prime (o giù di lì) parole della governatrice dopo il successo elettorale: «Qui non ci sarà più io, soltanto noi». Si tratta di capire a chi si riferisse quel «noi». Perché, a parte la strettissima cerchia dei suoi fidati collaboratori, Santelli non ha, finora, condiviso granché le proprie scelte. Si è affidata al suo inner circle, allargandolo – quando si è trattato di ricevere consigli sulle misure da prendere nel pieno della crisi Covid – a due tecnici (il primo anche politico) come Maurizio Nicolai e Luca Mannarino. Nicolai – il cui suocero è l’ex parlamentare socialista Cesare Marini, tra i fondatori del Pd –, già direttore generale dell’Arcea anche nell’era Oliverio, si è candidato con Forza Italia alle Regionali nella circoscrizione Nord, dove ha raccolto più di 3mila voti, e sarebbe in lizza per la guida del dipartimento Programmazione. Mannarino ha diretto Fincalabra fino all’avvento del centrosinistra nel 2014: la giunta dell’epoca lo ha scalzato con lo spoils system e lui ha avviato un contenzioso penale che ha portato a un’indagine su Mario Oliverio. A carico di Mannarino c’è, invece, un’inchiesta della Procura di Catanzaro sulla presunta distrazione di fondi di derivazione comunitaria per un ammontare di oltre 46 milioni di euro. Fondi che sarebbero stati utilizzati per operazioni finanziarie considerate ad alto livello di rischio. Non è un segreto che i due siano molto vicini alla presidente. E molto ascoltati. Addirittura più di alcuni assessori. È, il loro, uno dei casi in cui si incarna il «noi» predicato da Santelli. Contano i rapporti, non soltanto il curriculum. Gli alleati, però, pensavano di far parte della cerchia e di partecipare alle decisioni chiave. La legislatura è ancora giovane: riscontri ed eventuali smentite al tenue nervosismo di Fdi e Lega non mancheranno. Ci sono due caselle strategiche da riempire: la presidenza di Sacal e quella della Film Commission. Finora soltanto rumors. Per la prima si è parlato di Annamaria Mancuso, in quota Lega, ma l’ex parlamentare ha declinato l’invito. Per la seconda si fa il nome di Gianni Minoli. Grande curriculum da giornalista, inventore di “Un posto al sole”, la fiction più longeva della tv italiana. E caratteristiche perfette, come da copione: alto profilo e, ça va sans dire, non calabrese. (p.petrasso@corrierecal.it)





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