La “caccia” di Pittelli all’elenco dei massoni calabresi

L’avvocato in pressing per ottenere la lista in possesso della Commissione parlamentare antimafia. L’intercettazione nell’inchiesta “Rinascita Scott”: «Voglio sapere chi sono i fratelli miei»

di Pablo Petrasso
CATANZARO «Senti… l’elenco dei mafiosi… eh sì… dei mafiosi… dei massoni italiani….». Giancarlo Pittelli si corregge al volo e accenna una risata. L’avvocato che la Dda di Catanzaro considera cerniera tra ‘ndrangheta, massoneria e politica è costantemente alla ricerca di informazioni. Anche nel marzo 2018, quando chiede a Fernando Marascio, altro massone (non indagato nell’inchiesta Rinascita Scott) – lapsus a parte – l’elenco dei “fratelli”, ottenuto mesi prima dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosi Bindi. In effetti l’amico dell’ex parlamentare conferma: «Alla Bindi… alla Bindi devi chiamare».

L’ELENCO SECRETATO DEI MASSONI Il lungo tira e molla per ottenere la lista impegna Bindi nel 2017. Nel mese di dicembre, dopo polemiche e analisi, la relazione finale della Commissione segnala 193 persone indicate dalla Direzione nazionale antimafia come iscritte in procedimenti penali e facenti parte della massoneria. Accanto a questi, Bindi evidenza la posizione di altri soggetti che, pur non indagati, imputati o condannati per delitti di natura mafiosa, avrebbero collegamenti diretti con esponenti della criminalità organizzata. Potenziali anelli di collegamento tra mafia e logge. L’Antimafia non vuole «criminalizzare le obbedienze», tuttavia si chiede se le logge siano «dotate di anticorpi». Anche perché con il sequestro «non è stato possibile venire in possesso degli elenchi effettivi degli iscritti perché presso le sedi ufficiali forse neanche ci sono» e comunque «non consentono di conoscere un’alta percentuale di iscritti, occulti grazie a generalità incomplete, inconsistenti o generiche. Il vincolo di solidarietà tra fratelli consente il dialogo tra esponenti mafiosi e chi amministra la giustizia, legittima richieste di intervento per mutare il corso dei processi e impone il silenzio» come emerge «in un caso di estrema gravità». Gli epicentri del terremoto sono localizzati in Sicilia e Calabria. Qui, segnala la relazione, «da parte delle associazioni massoniche si è registrata una sorta di arrendevolezza nei confronti della mafia» o «una forma di mera tolleranza». Un rapporto, quello tra mafia e massoneria, che avrebbe permeato anche «la stagione delle stragi», con evidenze emerse più di recente nel processo ‘Ndrangheta stragista.

«VOGLIO VEDERE GLI AMICI MIEI» Questo il contesto: il contenuto di quegli elenchi secretati è molto ghiotto. Pittelli insiste per sapere chi ne sia in possesso. E il “fratello” risponde che «non lo abbiamo neanche noi». L’avvocato al quale – come emerge dagli atti dell’inchiesta – non difettano certo i contatti, ha un’esigenza: «Voglio sapere chi sono i fratelli miei». «Allora, io ho un incarico… molto… segreto… ho i massoni calabresi», dice l’amico. «Eh, quello vorrei…», risponde Pittelli. Dopo qualche insistenza, Marascio sembra capitolare: «Vabbè, sì… quello te lo posso dare». E l’ex politico chiarisce meglio i propri intenti: «Voglio dare uno sguardo per vedere gli amici miei, capito?».
Sono i giorni in cui l’ex parlamentare di Forza Italia e del Popolo della libertà – secondo quanto appuntano i magistrati della Dda di Catanzaro – pensa «di lasciare la sua loggia attiva nel Catanzarese, in cui sarebbe inserito anche Pino Torchia per imprecisate diversità di vedute». E trova la massima disponibilità da parte del suo interlocutore: «Allora… ti facciamo entrare noi nel Goi (Grande Oriente d’Italia, ndr)… trentesimo grado». «Trentesimo non è poco?», risponde Pittelli. L’amico accenna una risata e spiega: «Salti salti… 9… 14… 18… 30… quindi… trentesimo… poi ti restano i Sublimi… 31… 32… e 33… Peppe è 33… io 32! mi manca un grado…».

PAURA DEL TROJAN Marascio è lo stesso “fratello” al quale Pittelli si rivolge per confrontarsi sulla presenza di «eventuali virus-captatori informatici, non tanto provenienti da agenti illecitamente presenti sulla rete, quanto dalla “Procura della Repubblica”» di Catanzaro.  L’indagato «preferiva “il Mac” ritenendolo più sicuro per evitare eventuali intercettazioni disposte nei suoi confronti dall’Autorità giudiziaria». E Marascio lo «rassicurava affermando che nonostante tecnicamente fosse possibile un’infezione informatica da parte della “Procura” (“tesoro mio… tutto si può fare… in informatica!”), lui era convinto di poter far predisporre un sistema di blindatura della rete informatica impiegata da Pittelli, rafforzando delle misure di protezione che parevano già in atto (“no! però blindiamo la rete noi… cosa che abbiamo già fatto! blindiamo la rete! cioè non gli diamo la possibilità che entrano in questa rete”)». Il trojan installato dagli investigatori, però, era già attivo. E registrava tutti i movimenti dell’avvocato. Compreso il suo tentativo di mettere le mani sul prezioso elenco degli “amici suoi”. (p.petrasso@corrierecal.it)





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