L’inchiesta sulla dirigenza regionale “svelata” da una sentenza della Corte dei conti

La condanna del manager Bruno Zito fa emergere il suo «rinvio a giudizio per abuso d’ufficio». Il dg che si è autovalutato dovrà risarcire 6mila euro alle casse pubbliche. La genesi del provvedimento contabile da «procedimenti penali avviati a carico di alcuni dirigenti apicali della Regione Calabria»

di Pablo Petrasso
CATANZARO Tra panico e imbarazzo, la burocrazia regionale ha appreso  lunedì della condanna – emessa dalla Corte dei conti – di un alto burocrate colpevole di essersi autovalutato (e autopromosso, a pieni voti). Più che per la somma che il manager dovrà versare nelle casse della Regione, poco più di 6mila euro, sono il contenuto e le possibili conseguenze della sentenza ad aver agitato la Cittadella di Germaneto.
La notizia della condanna dello storico dirigente generale è apparsa lunedì mattina sulla Gazzetta del Sud. Il suo nome circolava dal pomeriggio dello stesso giorno ed è stato diffuso da La Nuova Calabria: si tratta di Bruno Zito, manager di lungo corso, transitato – tra reggenze e nomine stabili – tra i dipartimenti Tutela della salute e Personale, solo per stare agli ultimi anni. (Quasi) immune ai cambi di potere politico, Zito è sempre rimasto ai vertici burocratici. La sentenza vergata dai giudici contabili, però, rivela la genesi del procedimento per danno erariale. E apre uno scenario finora inedito, che potrebbe allargarsi anche ad altri pezzi della dirigenza regionale.

LE INDAGINI SULLA DIRIGENZA Si incarica di spiegarlo la premessa della pronuncia. Il procedimento nasce «da una segnalazione di danno erariale pervenuta all’esito di alcuni procedimenti penali avviati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro a carico di taluni dirigenti apicali della Regione Calabria e culminati, tra l’altro, con il rinvio a giudizio dell’odierno convenuto per il reato di cui all’articolo 323 del codice penale».
Primo dato inedito: il caso Zito si inserisce in un contesto più ampio, quello di una serie di procedimenti penali avviati dall’ufficio giudiziario del capoluogo sulla dirigenza regionale. Potrebbe trattarsi di inchieste già note (non sono poche quelle emerse negli ultimi anni sulle nomine e sulla gestione dei fondi europei, solo per citare due settori lambiti da indagini della Procura). O forse no. Il dubbio non è forzato: per i fatti valutati dalla Corte dei conti, Zito sarebbe stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio in un procedimento finora mai venuto alla luce. E sul quale i magistrati contabili non forniscono altri dettagli.

LE ACCUSE A ZITO E’ ancora la Corte dei conti a riassumerne la sostanza utilizzando i dati trasmessi dalla Procura. Per l’accusa, «in qualità di Dirigente generale pro tempore del Dipartimento omissis della Regione Calabria dal novembre 2013, in violazione dell’art. 97 Cost., dell’art. 6bis l. n. 241/1990, degli artt. 3, 7 e 13 dPR n. 62/2013 e delle norme regolamentari afferenti alla cosiddetta “indennità di risultato” avrebbe rivestito la duplice posizione di soggetto valutatore dei livelli di performance e soggetto valutato, omettendo di astenersi e in tal modo procurandosi l’attribuzione della massima indennità di risultato per gli anni 2011 e 2013». Zito ha ricoperto, secondo quanto emerge dagli atti, «fino all’ottobre 2013 l’incarico di Dirigente di Settore omissis e che dal 16 ottobre 2013 ha, altresì, ricoperto l’incarico di Dirigente generale ad interim del Dipartimento omissis della Regione Calabria, cumulando pertanto le due posizioni». Ciò che gli si contesta «è che, nella predetta qualità di Dirigente generale reggente, abbia provveduto ad (auto)valutare la propria (pregressa) performance di Dirigente di Settore per due distinte annualità (il 2011 e il 2013) attribuendosi un punteggio elevatissimo e dunque conseguendo la massima indennità di risultato». Precisamente, «in data 15 luglio 2014, rivestendo le funzioni di Dirigente generale vicario del Dipartimento, ha sottoscritto la scheda di valutazione afferente alla propria performance realizzata quale Dirigente del Settore omissis del Dipartimento omissis per l’anno 2011, attribuendosi un punteggio pari a 98/100 e percependo così la liquidazione dell’indennità di risultato al 100%, pari ad € 20.889,21». Successivamente, «in data 20.5.2015, sempre in qualità di Dirigente generale vicario del Dipartimento, ha sottoscritto anche la scheda di valutazione afferente alla propria performance realizzata quale Dirigente del Settore omississ per l’anno 2013, limitatamente a dieci mesi, attribuendosi un punteggio pari a 98,50/100 e quindi percependo l’indennità di risultato al 100%, pari ad € 10.862,50».

LA CONTESTAZIONE DI ABUSO D’UFFICIO «Per questi fatti – scrivono i giudici – l’odierno convenuto è altresì sottoposto a un procedimento penale nell’ambito del quale gli si contesta il reato di abuso d’ufficio, per avere omesso di astenersi dal sottoscrivere le due schede di valutazione in presenza di una situazione di conflitto di interessi». La Procura di Catanzaro, peraltro, sottolinea che altri quattro dirigenti venutisi a trovare nella stessa situazione «si sarebbero astenuti dall’autovalutarsi, rimettendosi alle determinazioni dell’Organismo interno di valutazione».

DOPO LA CONDANNA La Procura ha chiesto la condanna al pagamento di oltre 30mila euro. Il manager, però, se l’è cavata sborsando una cifra minore: il procedimento contabile, nei giorni scorsi, si è concluso con una condanna per danno erariale quantificato in 6mila 350 euro oltre rivalutazione monetaria su base annua secondo indici Istat.
Resta ora da vedere cosa accadrà tra i corridoi della Cittadella. Dove al conflitto d’interesse del valutato che era anche valutatore potrebbe sommarsi quello del giudicato che (in teoria) potrebbe dover decidere sulla propria posizione. Zito, infatti, è anche membro dell’Upd (Ufficio procedimenti disciplinari), avendo rilevato nel ruolo il dirigente Alessandro Romeo, trasferito dalla giunta regionale (guidava il settore giuridico) dopo aver criticato l’iter che ha portato alla scelta del segretario generale (non è detto che le cose siano collegate ma il tempismo ha lasciato qualche dubbio). Dopo la condanna, per quanto non pesantissima nei contorni, e il rinvio a giudizio di cui si apprende soltanto adesso, la questione diventerà materia (scottante) per l’organismo che si occupa di comminare eventuali sanzioni disciplinari ai manager. (p.petrasso@corrierecal.it)





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