Rinascita, le confessioni di Cannatà: «Un carabiniere ci avvisava delle indagini sulla cosca»

Il neo-collaboratore di giustizia racconta alla Dda di Catanzaro le fughe di notizie da parte di un militare vicino alla ‘ndrina. «Me lo disse Damiano Pardea, ci avevano denunciati e dovevamo stare attenti»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Un carabiniere “infedele” avvisava la cosca in occasione degli arresti. È una delle tante rivelazioni di “Sapi tuttu”, al secolo Gaetano Antonio Cannatà, 46 anni, esternata, fresca di collaborazione, davanti al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo, il 30 luglio scorso. Cannatà rivela, di avere scoperto in carcere, dopo l’arresto nel corso dell’inchiesta “Rinascita-Scott” contro le cosche vibonesi, che alcuni coimputati, arrestati con lui «avevano avuto notizie antecedentemente agli arresti». Una notizia che non meraviglia visto che gli inquirenti furono costretti, a dicembre 2019, ad anticipare di 24 ore l’operazione a causa della grande fuga di notizie che si era diffusa tra la criminalità organizzata. E l’operazione Rinascita-Scott non è stato certamente il primo caso di fuga di notizie.
Nel 2014, infatti, Gaetano Antonio Cannatà venne arrestato, con altre persone, a causa dell’usura praticata ai danni del testimone di giustizia Giuseppe Sergio Baroni, titolare in passato di due attività commerciali a Vibo nel campo dei gioielli e dell’abbigliamento. All’epoca – racconta Cannatà – «Damiano Pardea (componente della Società Minore ed esponente della ‘ndrina Ranisi, dedito ai reati contro il patrimonio, all’usura, all’investimento dei relativi proventi in attività commerciali intestate a prestanome, imputato anch’egli in Rinascita-Scott, ndr) aveva ricevuto notizia che eravamo sottoposti ad indagini già antecedentemente il nostro arresto. Il Pardea mi disse che aveva ricevuto la notizia da un carabiniere suo amico… Infatti, il giorno in cui siamo stati arrestati e ci trovavamo ancora presso la caserma dei Carabinieri ricordo che il Pardea si è intrattenuto a parlare con un carabiniere in abiti civili che era lì presente e poco dopo, avendo avuto la possibilità di incrociare il Pardea, quest’ultimo mi ammise che quello con cui aveva appena interloquito era il carabiniere che gli aveva fornito le informazioni sulle indagini».
Pardea, racconta il collaboratore, gli aveva confidato che proprio un carabiniere – quando Baroni si era allontanato da Vibo Valentia facendo perdere le proprie tracce – lo aveva avvisato che il testimone di giustizia li aveva denunciati facendoli sottoporre a indagine. E la fonte proveniva, stando alle parole che Pardea aveva confidato a Cannatà, sempre da un carabiniere “amico”. Pardea, alla luce delle confidenze che aveva raccolto, raccomanda ai propri uomini di stare attenti.
«Quando Pardea – racconta Cannatà – mi disse che il carabiniere era un amico, lo definiva “un amico nostro”, facendomi intendere che quel carabiniere forniva informazioni non solo a lui ma al suo gruppo di riferimento ed io ricollegavo il Pardea anche a Vincenzo Barba (considerato tra i promotori, organizzatori, capi e finanziatori della ‘ndrina Lo Bianco-Barba e della società di ‘ndrangheta di Vibo Valentia, inserito nella Società maggiore). Quest’ultimo infatti era non solo un suo compare, ma ha anche seguito il processo del Pardea, decidendo persino l’avvocato che quest’ultimo doveva nominare». (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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