Salta il tracciamento dei contatti, la Calabria rincorre i tamponi e la politica è paralizzata. Il Covid fa (più) paura

Pericoloso aumento nel rapporto tra positivi e test. Troppi livelli decisionali, spesso in contrasto tra loro. Personale insufficiente in caso di seconda ondata. Precari in bilico a Catanzaro. Ecco perché la sanità gioca col fuoco della pandemia

di Pablo Petrasso
LAMEZIA TERME
Ogni pandemia è (anche) una questione statistica. Nei numeri si nascondono segnali da non trascurare. E i numeri dicono che in Calabria il tracciamento dei contatti è saltato. Il rapporto tra casi positivi al nuovo Coronavirus e tamponi è in crescita – nella sua evoluzione media – da giorni. Negli ultimi quattro, secondo i dati del bollettino regionale, l’aumento è costante. Dal 4,96% del 24 ottobre si è attestato all‘8,2% del 27, con tappe intermedie del 6,05 e 7,1%. Interrompiamo i numeri e passiamo all’analisi quantitativa. Si possono utilizzare, riferendole al caso calabrese, le parole del fisico Giorgio Sestili, fondatore e fra i curatori della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”. Queste cifre indicano «da un lato che il numero dei casi positivi cresce più velocemente rispetto alla capacità di fare i tamponi e, dall’altro, che il sistema di contact tracing è completamente saltato». Solo nel periodo più “caldo” della pandemia, intorno alla metà di marzo, si sono registrate percentuali più alte (tra il 13 e il 18%), ma in quella fase i test si effettuavano in misura ridotta e soltanto sui sintomatici.
Oggi, sette mesi dopo e con (almeno in teoria) tempo sufficiente per schierare in campo forze adeguate al momento, la Calabria si riscopre senza truppe a sufficienza: né in prima né in seconda linea. Al momento non ci sono emergenze nei reparti né nelle terapie intensive. Ma se la pandemia è (anche) statistica, la filiera Covid inizia da tamponi e contact tracing e finisce negli ospedali. Che hanno ancora “ossigeno”, la possibilità di ospitare nuovi pazienti e di ampliare le unità di rianimazione, ma in caso di una nuova onda basata su numeri più consistenti rispetto a quelli della scorsa primavera, non sono attrezzati a sufficienza per resistere. Ora come sette mesi fa. Giova ripeterlo: perché la sovrapposizione di livelli decisionali nella sanità commissariata ha finito per limitare gli interventi, in alcuni casi li ha addirittura bloccati. È l’ultimo pezzo del mosaico: perché la pandemia è (anche) politica. E la Calabria ha un commissario al Piano di rientro dimissionario ma non dimesso (il generale Saverio Cotticelli), un altro nominato dal governo che vorrebbe prendere il suo posto (il commissario delle Ao di Catanzaro Giuseppe Zuccatelli), un direttore generale “precipitato” nella Calabria delle emergenze dalle stanze ovattate di Agenas (Francesco Bevere), un soggetto attuatore per l’emergenza Covid (Antonio Belcastro). Sono così tanti livelli decisionali, spesso in contrasto fra loro, che è difficile finanche tracciare una mappa. E a questi si aggiungono il commissario nazionale Domenico Arcuri (che ha trattenuto le deleghe sulla Calabria perché non sapeva a chi assegnarle) e il presidente facente funzioni Nino Spirlì, espressione di un partito che ha tenuto sul virus una posizione quasi negazionista fino al termine dell’estate.

La (solita) rincorsa ai tamponi

Partiamo dal primo step della filiera pandemica. Dai territori arrivano segnali allarmanti. Cosenza è costretta a rivolgersi a Catanzaro per processare un numero sufficiente di tamponi. Il sindaco Mario Occhiuto lo ha detto apertamente: «In questi mesi non sono stati allestiti altri laboratori né assunti biologi e medici per processare i tamponi. Come si pensava di contrastare il virus senza neanche poter effettuare i tracciamenti?». Corigliano Rossano attende l’attivazione di un laboratorio: in questo momento, il solo attivo per una provincia di 150 Comuni e oltre 700mila abitanti è quello dell’ospedale Annunziata di Cosenza. Paradosso a Crotone: l’ospedale del capoluogo pitagorico si era attrezzato con un macchinario per processare test in loco anziché gravare su Catanzaro. Quel macchinario è fermo, secondo quanto si apprende, per problemi nel reperimento dei reagenti. A Lamezia, nel laboratorio di Microbiologia, si accettano i tamponi solo fino alle 10 del mattino: impossibile fare di più per le carenze dell’organico. Ci sono pochi cestelli, necessari per processare i test, e per i casi che arrivano fuori orario si ricorre alla navetta che porta le provette all’ospedale Pugliese di Catanzaro, con tempi di attesa tra 5 e 12 ore, durante le quali il malcapitato resta in barella al Pronto soccorso (se è un caso ritenuto urgente, altrimenti torna a casa). Vibo Valentia si appoggia sulle strutture di Catanzaro per processare i tamponi (in ospedale c’è un piccolo strumento che viene utilizzato in situazioni di emergenza) ma è, insieme a Crotone, la provincia meno colpita dal contagio ed è riuscita a garantire indagini epidemiologiche piuttosto precise. Il fatto è che in alcune aree del territorio intoppi burocratici o tecnici che hanno frenato la possibilità di migliorare le attività di contact tracing. È vero che si processano più tamponi rispetto a marzo, ma i numeri – come abbiamo rilevato in apertura di servizio – rischiano di andare fuori scala, e c’è da sperare più nelle misure di contenimento varate a livello nazionale (nonostante le non poche contraddizioni sulle chiusure) che negli interventi in corsa. La misura della “crisi” la offre – nel tentativo di rassicurare – una frase del commissario Zuccatelli, intervistato dalla Tgr Calabria: «Siamo passati dal processare 500 tamponi al giorno, fra gli ospedali Mater Domini e Pugliese-Ciaccio, a 2500: anche così diamo risposte alle Asp di Cosenza e Reggio Calabria». Che – completiamo la frase – altrimenti non saprebbero che risposte dare al territorio.

Cosa succede negli ospedali

La filiera pandemica continua negli ospedali. Ancora Zuccatelli: «Abbiamo a disposizione dei posti letto attivi al Mater Domini, altri sei attivi fra qualche giorno al Pugliese, ospedale nel quale siamo in grado di attivare 16 posti letto di Terapia intensiva. Se riuscissimo a sottoscrivere l’accordo con l’Università “Magna Graecia” per il trasferimento della Geriatria al Policlinico di Germaneto, saremmo in grado di attivare altri 12 posti letto di Terapia intensiva Covid. La potenzialità massima è di 40 posti letto di terapie intensive tra Pugliese-Ciaccio e Mater Domini e 40 nei reparti di Malattie infettive già attivi ed in parte occupati: questa è la situazione a Catanzaro». Fonti del Pugliese Ciaccio e del Mater Domini, confermano che non c’è – ancora – una situazione di allarme: riguardo a ventilatori e dispositivi di protezione non si segnalano carenze. Il problema è, semmai, il personale: soprattutto infermieri e Oss. Altro caso aperto: il progetto di ristrutturazione di Malattie infettive (la cosiddetta “Palazzina Covid”) presentato ad aprile-maggio è fermo per intoppi burocratici determinati dal Decreto Rilancio. Nell’ospedale Cosenza, sempre a detta del sindaco Mario Occhiuto, «non sono stati implementati neanche i posti letto nei reparti di Malattie infettive e di Pneumologia. Senza personale sanitario adeguato vengono meno anche gli altri servizi sanitari perché ci si concentra sul Covid 19, ma si muore anche d’altro». Crotone e Vibo Valentia sono pronti a fronteggiare l’eventuale saturazione degli ospedali Hub di Catanzaro: i posti letto al momento non sono impegnati, ma la disponibilità di personale è limitata. Gli organici sono stati rimpolpati (a Vibo nei prossimi giorni partiranno altre assunzioni) ma la preoccupazione è comune: evitare che l’ondata travolga le strutture sanitarie per non trovarsi sguarniti.
Al quadro si aggiunge l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Usb rispetto alla condizione dei precari del Pugliese Ciaccio. Il sindacato di base parla di una «assurda situazione per la quale, a meno di una settimana dalla scadenza del contratto, 70 operatori sanitari del Pugliese Ciaccio si stanno vedendo negato il rinnovo. Proprio mentre l’emergenza è più forte si rischia di perdere 70 figure formate, molte delle quali a lavoro presso reparti Covid, perché il commissario e il dirigente della Protezione civile non si mettono d’accordo su chi debba far fronte alla spesa». L’Usb annuncia una protesta in piazza per giovedì 29 ottobre e chiede «un piano speciale di assunzioni e stabilizzazioni. Un piano straordinario che dia la possibilità ai cittadini calabresi di curarsi in regione ponendo fine ai viaggi della speranza. Un piano speciale che doveva essere fatto mesi fa ma che oggi risulta ancora più necessario, per evitare di pagare un costo altissimo in termini di vite umane».

I nodi politici dell’emergenza

Il guaio è che la Calabria non è riuscita neppure a completare il proprio Piano operativo per l’emergenza Covid. Un tassello mancante alla base dell’ultimo, durissimo, scontro registrato al Tavolo Adduce. È dalla mancata redazione del Piano che è partito l’atto d’accusa dei funzionari ministeriali al generale Saverio Cotticelli. Il commissario al Piano di rientro avrebbe cercato, senza fortuna di addossare le responsabilità alla Regione. È iniziato in quel momento un pezzo dell’eterna crisi della sanità calabrese: dopo le accuse del Tavolo, Cotticelli ha annunciato le proprie dimissioni, poi le ha congelate per rispondere ai rilievi che gli sono stati mossi. Di fianco allo scontro sono fioriti rumors secondo i quali il collega commissario Zuccatelli si sarebbe fatto avanti per prendere il posto del generale e governare la fase (in effetti alcune uscite sono da commissario in pectore). La Regione non perde occasione per ricordare di essere stata «esautorata», più per calcolo politico – non manca molto al voto – che per convinzione. Mentre al decimo piano si attendono le indicazioni di Salvini per esternare sull’argomento del giorno (vedi chiusure di bar e ristoranti). Ufficialmente «la situazione è sotto controllo». E di sicuro al momento la Calabria non vive un’emergenza. I segnali preoccupanti, però, non mancano, tra tracciamenti che deragliano e (troppi) livelli decisionali che si scontrano tra loro. Si rischia di fare come quel tizio che cade da un palazzo di cinquanta piani e nel passaggio da un piano all’altro, per farsi coraggio, ripete: «Fin qui tutto bene». (p.petrasso@corrierecal.it)





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