«Asservito alle imprese dei clan», chiesti 16 anni per il maresciallo Greco

Una lunga requisitoria quella del sostituto procuratore Paolo Sirleo il quale ha sottolineato lo stretto rapporto esistente tra il comandante della stazione forestale di Cava di Melis e le ditte boschive vicine alle cosche cirotane. L’indagine “manipolata” sulla funzionaria di Calabria Verde e i risvolti che portano al processo di Salerno

di Alessia Truzzolillo
CROTONE
Sedici anni di reclusione sono stati chiesti – al termine di una lunga requisitoria davanti al Tribunale collegiale di Crotone – dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Paolo Sirleo, nei confronti del maresciallo dei carabinieri della forestale, Carmine Greco, accusato di associazione mafiosa, favoreggiamento, rivelazione di segreto istruttorio e omissione d’atti d’ufficio. 
Greco, difeso dagli avvocati Franco Sammarco e Antonio Quintieri, è stato tratto in arresto a luglio 2018 dai carabinieri del Noe coordinati dal maggiore Gerardo Lardieri. L’operazione è uno stralcio della maxi-inchiesta “Stige” condotta contro le ingerenze sul territorio crotonese e cosentino da parte della cosca Farao-Marincola di Cirò e da suoi affiliati e sodali. Secondo l’accusa, Greco avrebbe illecitamente favorito un cartello di imprese dedite al taglio boschivo, tra queste la ditta Spadafora di San Giovanni in Fiore. Il pm Sirleo ha sottolineato l’esistenza di un pactum sceleris tra Greco e le imprese in odore di mafia operanti sul territorio silano, fortemente inquinato dalla presenza delle cosche cirotane. Avere il monopolio delle imprese boschive era lo scopo di tali imprese che agivano con fare prevaricatorio nei confronti degli altri imprenditori e della stessa legge. 
Grazie all’appoggio del maresciallo, gli Spadafora secondo l’accusa potevano svolgere le loro attività illecite senza essere sottoposte a controlli, avvisati in caso di controllo di terzi. Greco, in qualità di comandante della Stazione di Cava di Melis, li avrebbe inoltre favoriti chiudendo un occhio in caso di segnalazione, intervenendo, semmai, per estromettere imprese concorrenti e effettuando attività di mediazione tra la ditta e coloro che volevano alienare un’area boschiva.

I RACCONTI DEL PENTITO Già in passato, com’è stato sottolineato dall’accusa, il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, ex capo del locale di Belvedere Spinello, nel Crotonese, ha raccontato la scalata criminale degli Spadafora. Secondo Oliverio l’azienda della famiglia Spadafora, di San Giovanni in Fiore, era vicina alla ‘ndrina di Cirò. In particolare Pasquale Spadafora aveva acquisito i gradi di picciotto, camorrista e sgarrista in seno all’organizzazione controllata da Oliverio. Attraverso l’azienda “F.lli Spadafora srl” la ‘ndrina di Belvedere Spinello controllava il lucroso settore dei taglio boschivo. Secondo quanto racconta Oliverio, i sangiovannesi avevano il compito di avvicinare le guardie forestali «che si ponevano a disposizione e orientavano i controlli secondo il gradimento dell’associazione criminali».
Il pentito ha parlato anche di “mazzette” e quote in denaro passate ad alcuni forestali per far funzionare il sistema dei tagli e fare in modo che a lavorare fossero soltanto le imprese amiche della cosca, effettuando tagli di legname anche senza autorizzazione. Uno degli ingranaggi del sistema sarebbe stato proprio Greco, ricompensato dagli “amici” al momento opportuno, con soffiate e denunce.

ASSERVITO AGLI IMPRENDITORI Carmine Greco, infatti, si dimostrava completamente asservito agli interessi della famiglia Spadafora e di Vincenzo Zampelli (anch’egli indagato in Stige). Il collaboratore Francesco Oliverio racconta che Greco rientrava tra coloro che venivano pagati dagli Spadafora che così si assicuravano il controllo dei tagli boschivi. Lo avevano chiaramente capito, come emerge dalle intercettazioni, alcuni sottoposti del maresciallo i quali commentano di aver percepito che gli interventi di polizia forestale erano spesso orientati ad eliminare “una ditta rivale”degli Spadafora così da aumentarne “l’egemonia sul territorio”. Capitava così che Greco contattasse l’imprenditore boschivo Vincenzo Zampelli e lo informasse delle modalità e dell’esito positivo di un controllo alla sua ditta prima ancora dell’intervento.
 Secondo l’accusa, Greco da una parte avrebbe favorito gli imprenditori Spadafora, ritenuti espressione delle cosche cirotane e finiti anche loro nell’inchiesta “Stige”, e dall’altra si sarebbe fatto aiutare proprio da loro per manipolare l’indagine su una dirigente di Calabria Verde e un agronomo poi arrestati dalla Procura di Castrovillari anche grazie ad alcune prove raccolte dal maresciallo. Il guaio è che tali prove sarebbero state confezionate ad arte.

L’INDAGINE MANIPOLATA Tanto stretto era il rapporto tra gli Spadafora e il maresciallo, secondo l’accusa, da consentire ai primi di orchestrare e manipolare l’indagine a carico di Antonella Caruso, con reciproco vantaggio. Carmine Greco, che indagava sul caso, ne riportava un vantaggio investigativo, con grande eco mediatica mentre Antonio Spadafora assumeva il ruolo di imprenditore concusso a fronte del ruolo sommerso di imprenditore egemone e facente parte della criminalità organizzata, come invece emerge nella maxi indagine “Stige” della Dda di Catanzaro che ha portato al suo arresto. Antonella Caruso, funzionario pubblico nell’ente regionale Calabria Verde, è accusata dalla Procura di Castrovillari di avere ricevuto 20mila euro da Antonio Spadafora per ottenere un importante appalto per un’attività di disboscamento nel territorio di Castrovillari. Secondo gli investigatori e il gip, la Caruso ha certamente ricevuto tale somma di denaro ma il ruolo di Spadafora nella vicenda sarebbe stato plasmato da Greco, a conoscenza delle attività di indagine, delle intercettazioni e quant’altro visto che ne era parte attiva. Greco, da regista, suggeriva ad Antonio Spadafora come scrivere gli sms e come cucirsi addosso il ruolo da concusso, una posizione meno grave di quella contestata in “Stige” inchiesta nella quale Spadafora è stato individuato come imprenditore organico ai clan nel settore dei tagli boschivi.

PROCESSO A SALERNO Le indagini dei carabinieri del Noe hanno ben presto disvelato condotte ritenute penalmente rilevanti a carico dell’ex procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, rinviato a giudizio lo scorso 19 ottobre dal gup di Salerno (tribunale competente per i reati che riguardano i magistrati del distretto di Catanzaro) con l’accusa di falso e corruzione. Il gup di Salerno che ha rinviato a giudizio, per tutti i capi loro contestati, anche il comandante della Stazione di Cava di Melis, maresciallo Carmine Greco, il poliziotto di Cosenza Vito Tignanelli, gestore di fatto della società di intercettazione Stm, la moglie di Tignanelli, Marisa Aquino, titolare della Stm, Alessandro Nota, carabiniere in servizio a Cava di Melis, e la stessa società Stm. Il processo avrà inizio il prossimo 19 gennaio. 
Le accuse per gli imputati riguardano diverse ipotesi di reato: il rilascio alla società di intercettazione Stm srl delle giustificazioni per le infrazioni al codice della strada; l’affidamento alla stessa società del servizio di intercettazione presso la Procura della Repubblica di Castrovillari; l’accusa di corruzione per avere conseguito quale vantaggio personale, per Facciolla, l’uso di un’utenza telefonica e la installazione di un sistema di videosorveglianza davanti alla propria abitazione; l’affidamento a terzi, con abuso della qualità, di atti processuali e dati giudiziari sensibili; vi è il reato di falso materiale ed ideologico per avere predisposto una annotazione di polizia giudiziaria concordata con il maresciallo Carmine Greco, nonché la consequenziale condotta gravemente scorretta di interferenza tenuta nei confronti dei magistrati della Dda di Catanzaro titolari dell’indagine “Stige”.
 Indagine che ha dimostrato tutta la potenza trascinate di un fiume degli inferi. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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