«Alla Calabria non servono populismi, inquisitori e vecchi copioni»

di Emiliano Morrone

Politica e magistratura sono ambiti distinti e separati. Di norma la prima detta le regole della comunità, ne raccoglie le istanze e ne indirizza l’evoluzione; la seconda punisce chi quelle regole viola o scavalca. L’equilibrio si rompe quando i politici parlano come i magistrati e quando, a loro volta, costoro sconfinano nel discorso politico. La politica ha il compito di guidare la società, che la magistratura deve tutelare da arbìtri e abusi di rilevanza penale. Ciò è semplice ma sfugge, anche per via di trasmissioni televisive che riducono e spettacolarizzano i drammi, specie della Calabria, condendoli di suggestioni e ovvietà perfino di fronte alla morte, che invece esige silenzio e riserbo.
Dal ’92 succede che i piani della politica e della magistratura si incrocino e sovrappongano. Ma la politica è analisi, confronto, sintesi nelle sedi della dialettica democratica; è soluzione dei problemi delle vite umane: dalla nascita alla formazione, al lavoro, alla rimozione degli ostacoli allo sviluppo della persona, alla sepoltura e alla memoria di ciascuno. La giustizia penale è dibattimento, è sfida giuridica nelle aule dei tribunali. I politici sono eletti dal popolo, i magistrati vengono assunti per concorso.
Il quadro è per forza semplificato, però ci aiuta a fissare un punto: lo spazio della politica non dovrebbe mai confondersi con quello della magistratura e viceversa. Lo rammenterà bene il commissario del Pd calabrese, Stefano Graziano, che nel 2016 fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, per giunta su richiesta della Dda.
Luigi de Magistris ha il diritto di candidarsi a presidente della Regione Calabria. Tuttavia, non gli giova rispolverare il vecchio copione di generici luoghi comuni: «la sanità è stata derubata dalle organizzazioni criminali», «arriveranno fondi pubblici che dovranno essere controllati», «ci ricordiamo il sistema delle scatole cinesi». Il manicheismo politico da Why not ai V-Day, quello – per dirla con Vasco – dei «buoni o cattivi», ha mostrato tutta la sua insufficienza in campo politico, anche se ne sopravvive l’onda lunga, come insegna la parabola, la parola di Carlo Tansi. Non si può governare con la sola patente dell’onestà, autentica o falsa che sia. In politica servono visione e competenze, conoscenza delle procedure amministrative, dei processi culturali, economici e sociali. E ci vogliono realismo, coscienza e umiltà, anche per resistere alla tentazione di autocelebrarsi, di credere di (saper) camminare sulle acque o di (poter) scacciare i demoni altrui, mentre il mondo intero è infestato dall’individualismo e travolto dalla tempesta della recessione.
La realtà calabrese è più complessa dello schema, d’impatto emozionale e comunicativo, delle guardie contro i ladri. E risente della diffusa mancanza di orientamento politico, dunque dell’incapacità di leggere il presente nel contesto globale, di immaginare e costruire il futuro di là dalle logiche del clientelismo, dell’assistenzialismo e dell’opportunismo che hanno rovinato, depresso e spopolato il territorio regionale. Nella crisi sanitaria ed economica determinata dal Covid, i partiti e i loro leader si limitano a discussioni sterili, a quisquilie, a motti di spirito e provocazioni amplificate dai media e social. Si tratta di marketing senza prospettiva, senza la cognizione del tempo che scorre e del dolore collettivo che si consuma nelle case.
Produce clamore e consenso, come saprà anche il presentatore televisivo Lino Polimeni, proiettare nell’opinione pubblica l’immagine (dominante) dell’inquinamento mafioso del Servizio sanitario, della furfanteria e delle ruberie nell’amministrazione regionale. Ma a de Magistris, a Polimeni e a Massimo Giletti va ricordato che la sanità calabrese riceve meno risorse rispetto a quelle che spende per curare i malati cronici; che la disorganizzazione e l’inefficienza degli ospedali non dipendono della cosche, che pure hanno i loro referenti; che – come ha già scritto con rara chiarezza la nostra direttrice, Paola Militano – la Calabria ha urgente bisogno di speranze e di progetti audaci, tanto in campo economico quanto per il concreto rilancio delle sue aziende pubbliche della salute, oggi prive di personale, con bilanci tremendi e perciò non in grado di curare a fondo le persone né di rispettarne la dignità.
Davanti all’incertezza generale, alla disoccupazione, alla perdita di occasioni e redditività di imprese e singoli, la politica non può limitarsi al contingente, al qui ed oggi, alle invettive di palazzo o al gioco dell’“Inquisizione”. Soprattutto in Calabria, che sciupa risorse e potenzialità a causa dell’insipienza di parte della classe dirigente e della rassegnazione di massa; che non ha piani di sviluppo né la banda larga, non garantisce assistenza sanitaria e sociale di base, non possiede infrastrutture adeguate né gode di vantaggi fiscali.
Il cambiamento parte dalla proposta. Che deve essere riconoscibile, vera, profonda, condivisa. Diversa dal teatro degli attori vestiti da bisonti, missionari, conventuali o giustizieri della notte.





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