Lamezia, «il silenzio indifferente degli innocenti»

Carlo Puca racconta gli ultimi 50 anni della città. Soffermandosi sulla mancanza di identità («Qui i lametini non si definiscono tali») alla problema della ‘ndrangheta («Dovete rivendicare il bene che c’è qui»). La giornalista Federica Angeli sullo scontro Saviano-Salvini: «Non possiamo permetterci di far sorridere le mafie»

LAMEZIA TERME Cala il sipario su Trame 8, il Festival sui libri contro le mafie. Cala il sipario, soprattutto, su un’edizione che quest’anno ha portato con sé un fardello in più: l’ombra del terzo scioglimento per mafia del consiglio comunale. Uno degli ultimi incontri e uno dei pochi che si sono focalizzati sulla città, è stato il racconto che ha fatto Carlo Puca, giornalista di Panorama, sulla città di Lamezia. Storie degli ultimi 50 anni conosciute ai molti che nella tarda serata di domenica hanno riempito il chiostro di San Domenico, nel centro della città. «Lamezia ha tutto le manca solo credere in sé stessa». Esordisce così il giornalista, introdotto dalle rime improvvisare dal rapper lametino Dc aka Frank Dcnatra che lo ha accompagnato per i 45 minuti del suo racconto.
Parla di identità, Carlo Puca, mentre scorrono proiettate le immagini della città. Quella stessa identità che è mancata a Lamezia si dalla sua nascita nel lontano ’68. «Aspirava a diventare la Milano della Calabria ma non ha saputo coltivare la sua identità. I lametini non si definiscono tali ma preferiscono essere chiamati sambiasini o nicastresi. E guai a confonderli».
Legata all’identità è anche la «bellezza nascosta» e abbandonata della città. «Il castello, l’abbazia, gli scavi di Terina, è tutto chiuso – sottolinea Puca -. Al mare non si può andare perché dicono che i depuratori non funzionano mentre le Terme (di Caronte, ndr) sono aperte solo in certe stagioni e in certi orari».
Ma il suo racconto, inframezzato anche da aneddoti e di incontri fatti tra le strade cittadine, sfocia spesso in un appello che il giornalista fa ai presenti. «A Sant’eufemia c’è un pontile dove ci saranno tanti ricordi di molti di voi. Tiratelo su, fatelo presto. Anche per chi non ci crede più».
Passaggio obbligato sulla questione ‘ndrangheta e sul terzo scioglimento del consiglio comunale. «Qui i boss delinquono come negli anni 80. È una ‘ndrangheta vecchia che si può battere. Ma lo Stato – spiega – non può fare tutto da solo e vincere solo con la repressione. C’è un “silenzio indifferente degli innocenti” che bisogna abbattere». E poi la domanda che ha un po’ gelato la platea: «Siete tutti ‘ndranghetisti qui? Perché è questo che si dice di voi fuori da qui». «Ma io so – ha chiosato il giornalista – che qui c’è il bene, l’ho incontrato e dovete essere voi a rivendicarlo. Dopo lo scioglimento serve il ricongiungimento».
«Con Trame – conclude infine Puca – si deve esorcizzare il demone. Qui non serve un riscatto ma uno scatto di libertà che bisogna farlo con i fatti. Non sottovalutate le vostre potenzialità».

ANGELI: «NON POSSIAMO PERMETTERCI DI FAR SORRIDERE LE MAFIE» «In questi anni ho imparato a reagire col sorriso. Va bene quello che ha detto Saviano ma non con quella rabbia. Doveva mantenere il suo aplomb come fa sempre. Essere un gradino sopra e non mostrare la ferita che ha dentro». È stata questa la risposta che Federica Angeli, inviata di Repubblica, intervenuta all’ultima giornata di Trame, ha dato sul botta e risposta tra lo scrittore e il ministro degli Interni Matteo Salvini. «È stato un fatto grave – ha detto Angeli – perché quando Salvini ha detto quelle cose, chi ha minacciato Saviano, i camorristi, si è fatto una grossa risata davanti alla tv. E noi non possiamo permetterci di far sorridere la criminalità organizzata».
«Salvini è un grande comunicatore che sta creando delle paure nelle persone – ha detto Angeli incalzata dalle domande -. Ed è soprattutto una contraddizione in termini. I dati del suo Dicastero non sono allarmanti così come descritti da lui. Ed è ancora di più nella questione che riguarda Saviano. Non puoi attaccare una persona che è diventata un’emblema della lotta alla criminalità organizzata e poi parlare di contrasto alle mafie». «Addirittura – racconta la giornalista – qualche giorno dopo si è precipitato nella villa dei Casamonica dove la questione è già risolta. Feci un’inchiesta qualche mese fa quando la villa era ancora abitata e sollevai la giusta attenzione. La Prefettura ha già programmato i primi interventi. Ma lui, nonostante tutti, ha strumentalizzato la vicenda».
La giornalista, che da anni vive sotto scorta ha raccontato la sua esperienza. Agli inizi pensava che «la scorta fosse un privilegio. Quando me la diedero firmai molti fogli in cui sostanzialmente rinunciavo alla mia libertà».

Adelia Pantano
a.pantano@corrierecal.it







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