Pif al Civico Trame: «Ci chiamano terroni e poi ci chiedono il voto»

A Lamezia la presentazione del libro “Che Dio perdona a tutti”. «Sarebbe bello se anche in Calabria ci fosse qualche regista disposto a prendere in giro i boss»

di Francesco Donnici
LAMEZIA TERME A circa un mese dall’apertura del Festival che partirà dal prossimo 19 giugno e durerà fino al 23, al Civico Trame torna Pif per presentare il suo libro, “Che Dio perdona a tutti”, edito da Feltrinelli e per molto tempo in testa alla classifica delle vendite. L’occasione permette di spaziare su svariati temi, dal rapporto con la fede alla lotta alle mafie passando ache dalla politica in vista dell’imminente tornata elettorale.
Il libro racconta, con il solito stile ironico e dissacrante, le vicende di Arturo, «il tipico uomo che delega le sue responsabilità e vive felice». Così almeno finché non si innamorerà di Flora, ma il loro rapporto sarà messo a rischio dal suo essere non credente. Il protagonista deciderà allora di applicare la parola del Vangelo per tre settimane e la cosa gli complicherà non poco la vita, ma non lo farà desistere dalla sua impresa.
«Mi piace dire che questo è un libro sulla coerenza più che sulla religione», sottolinea Pif.
«L’Italia si dichiara un paese laico. Ma se fosse tale anche nei fatti, allora non dovremmo sorbirci, ogni Natale, le lamentele e i drammi di quei politici che non trovano il Presepe nelle scuole. In un paese laico, la scuola è l’ultimo posto dove dovrebbe stare un presepe». E ancora: «Se fossimo come dichiariamo, ad esempio, a Lamezia ci sarebbe un sindaco e non un commissario; non ci sarebbe il sovraffollamento nelle carceri e tanti altri problemi noti. Ma noi abbiamo sposato l’atto della fede più facile, quella da praticarsi a parole».
Nel raccontare di un rapporto con la fede travagliato e strumentale viene spontaneo il collegamento con la recente uscita del Ministro che bacia il rosario e invoca la Madonna per vincere le elezioni: «Da quando sono diventato agnostico ho cominciato a vivere di più la fede perché ho iniziato a farmi delle domande. Io non posso essere cristiano perché non credo a determinate cose. Ad esempio – aggiunge Pif – non credo a Satana: non c’è bisogno di inventare tali figure per giustificare la cattiveria dell’uomo. Come non c’è bisogno di invocare la Madonna per delegare a lei o a qualche altro Santo il nostro impegno e le nostre responsabilità. Bisogna essere coerenti. Se io giuro sul Vangelo, sventolo il rosario, ma il giorno dopo dichiaro “faremo un censimento dei Rom, ma purtroppo quelli italiani dobbiamo tenerceli”, non sono proprio un cristiano coerente con la sua fede».
Un atteggiamento che – stando ai sondaggi – in Italia paga. «Siamo il Paese dove tutto è permesso. Io sono libero di chiamarti terrone di merda e poi di venire a chiederti il voto. E tu me lo darai quel voto».
Pif ricorda poi le parole di don Tonino Bello secondo cui la fede va vissuta in maniera scomoda e racconta un aneddoto: «Monsignor Paglia, che mi ha aiutato nella stesura del libro attraverso delle consulenze, mi ha raccontato della figura di quello che va oltre. Lui mi ha fatto l’esempio di Papa Francesco, uno che è saputo andare oltre e che per questo è diventato una persona scomoda e non amata da tutti: spesso, quello che va oltre, proprio per questo non è compreso ed amato».
Conclude l’esempio parlando di San Francesco, cambiato dal suo incontro coi lebbrosi, «che sarebbero poi i rom di oggi. Lui, invece, oggi sarebbe etichettato come il radical chic figlio di papà con un attico ad Assisi», ma poi cambia tema per parlare di altri due uomini che seppero «andare oltre»: Falcone e Borsellino. «Durante una commemorazione della della strage di Via d’Amelio, ricordo una signora che non riusciva ad uscire dal garage perché bloccata dalla manifestazione e suonava il clacson. Ecco, non credo fosse mafiosa o odiasse Borsellino, ma sicuramente ignorava che parte della sua libertà – che in quel momento poteva essere fare la spesa in un negozio che non paga il pizzo – era dovuta a quegli uomini». Una forma di ignoranza che col tempo ha portato al radicarsi di determinati atteggiamenti diventati parte integrante dell’agire sociale di alcune zone. «Qui a Lamezia c’è la famiglia mafiosa dei Torcasio che possiede un palazzo nel quale anche i vigili urbani hanno avuto paura di entrare. – afferma Pif con un sorriso amaro ed ironico -. L’aura che si crea tutt’intorno a queste persone è la loro forza. A Palermo si diceva che nominare il nome del mafioso sottovoce è un segno di riconoscenza, di riconoscere e sottostare al loro potere».
Poi un suggerimento ricordando lo stile narrativo che lo ha contraddistinto anche nel campo della lotta alle mafie: «Quando Rai1 ha trasmesso “La mafia uccide solo d’estate”, mi è piaciuto immaginare che il vicino di casa dei Riina stesse con la tv accesa a guardare una serie tv che prendeva in giro il padre. Così conclude: «Sarebbe bello se ci fosse un regista calabrese disposto a girare “La ‘ndrangheta uccide solo d’estate” ed a prendere in giro gente come Antonino Pesce. Sarebbe bello ed anche molto pericoloso. Lo so. Ma contro chi vuol essere potente e non ha il senso dell’umorismo, la fine ironia può davvero essere lo strumento attraverso cui far crescere delle generazioni che non avranno problemi a pronunciare il nome dei mafiosi ad alta voce». (redazione@corrierecal.it)







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