«Qua si rischia la galera». Viaggi (e paure) per interrare rifiuti

Un’azienda “fantasma” e un sito di stoccaggio di rifiuti (anche pericolosi) di fatto utilizzato solo sulla carta. Nell’operazione “Rubbish circle” da cui emerge il ruolo cruciale della società Ecoloda il cui capannone non veniva, di fatto, mai utilizzato

di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME Un’azienda “fantasma” e un sito di stoccaggio di rifiuti (anche pericolosi) di fatto utilizzato solo sulla carta. È questo uno degli aspetti più importanti emerso dall’operazione “Rubbish circle” condotta ieri dalla Dda di Catanzaro e dalla Procura di Lamezia, guidate rispettivamente da Nicola Gratteri e Salvatore Curcio.
Un blitz che ha permesso di delineare alcuni degli aspetti fin qui rimasti nell’ombra. A cominciare proprio dal ruolo di tre delle persone arrestate, Angelo Romanello, Maurizio Bova e Antonio Domenico Sacco, e dalla società Ecoloda srl.
L’azienda intestata solo sulla carta a Sacco ma di fatto gestita da Romanello e Bova, si trova a Gizzeria, in località Mortilla. Ma, secondo quanto emerso dalle indagini condotte dagli investigatori, il sito di stoccaggio della Ecoloda non veniva quasi mai utilizzato. Una circostanza particolare e documentata in più di un’occasione grazie alle intercettazioni telefoniche, alle rilevazioni gps e alle riprese delle telecamere di sicurezza poste proprio all’ingresso dell’azienda a Gizzeria.
Secondo la capillare ricostruzione, infatti, Bova e Romanello acquisivano ingenti carichi di rifiuti da diverse società e destinati proprio alla Ecoloda, ma poi dirottati abitualmente verso i terreni di proprietà dei fratelli Parisi, in località Bagni e in località San Sidero su un terreno comunale del quale i Liparota avevano disponibilità. Era in questi siti che il gruppo interrava – senza alcuno scrupolo – tonnellate di rifiuti in apposite buche. Circostanza documentata in più di un’occasione e che ha portato, nel giugno del 2018, al sequestro prima dell’azienda Ecoloda, poi del fondo Parisi. Il punto di svolta, però, arriva poche settimane più tardi quando il Tribunale del Riesame di Catanzaro, ad agosto del 2018, dispone il dissequestro dei siti.
È da questo momento in poi che il gruppo criminale, rientrato in possesso della “società schermo” Ecoloda, riprende con le abituali attività di stoccaggio illecito di rifiuti, dirottando i carichi verso il fondo di proprietà della famiglia Liparota, in località San Sidero a Lamezia. Lo mette nero su bianco il gip distrettuale: «Tale ultima circostanza (il dissequestro, ndr) rappresenta un punto di svolta nell’attività delinquenziale dei Bova-Romanello; in quanto questi, finalmente “riappropriati” del loro schermo societario, riorganizzavano la loro illecita attività».
Il loro coinvolgimento è documentato in più di un’occasione dagli investigatori. In alcune riprese fatte degli agenti del commissariato di Lamezia si vedono, infatti, Giuseppe e Antonio Felice Liparota impegnati nelle attività di sotterramento dei rifiuti. Anche dopo il dissequestro della Ecoloda, dunque, continua il dirottamento dei rifiuti destinati, sulla carta, verso altri siti. E sebbene nei formulari del 29 agosto, 5 settembre e 8 settembre 2018 fosse indicato come luogo di scarico dei rifiuti proprio il sito di Gizzeria, in realtà le telecamere di sorveglianza della stessa Ecoloda non hanno mai ripreso alcun mezzo. Tranne in una circostanza, ovvero la mattina del 4 ottobre del 2018 quando un carico da 270 quintali, partito da Marcellinara, è stato stoccato proprio nella sede di Lamezia della Ecoloda, nonostante l’attività dell’azienda fosse stata sospesa, a causa delle avverse condizioni metereologiche. Il sistema Bova-Romanello preoccupava Giuseppe Leto, l’autotrasportatore impiegato della Itc di Collegno finito ai domiciliari, che temeva reati a proprio carico, a differenza del più ingenuo collega Fabiano Dell’Ungaro (che non risulta indagato in questo procedimento) che riteneva che, essendo un semplice trasportatore, non sarebbe incorso in alcuna responsabilità penale per il contributo da lui dato nel trasportare i rifiuti.
E ciò è emerso nelle intercettazioni captate dagli investigatori il 17 settembre 2018:
Leto Giuseppe: No, io appena arrivo giù, appena arrivo giù Fabià io basta. Parlo subito chiaro, glielo dico qua o si mettono a posto le cose altrimenti io qua a rischiare la galera per voi…
Fabiano: Ma le bolle… Ie bolle sono…
Leto Giuseppe: A rischiare la galera per voi io no!
Fabiano: Le bolle sono tutte regolari adesso!
Leto Giuseppe: Lo so che sono regolari! Però dove scarichi?
Fabiano: Eh, dentro ai magazzini!
Leto Giuseppe: E se ti beccano che scarichi lì dentro?
Fabiano: Cazzi loro!
Leto Giuseppe: No, sono pure cazzi tuoi!
Fabiano: Va bene, a te hanno detto di andare lì e tu sei andato lì, tu che cazzo ne sai, ti hanno parlato di un impianto e per te va bene!
Leto Giuseppe: E lo so però, lì è associazione…associazione a delinquere sono sei anni di galera eh! È un problema suo non mio. Io vado a rischiare la galera per voi e voi oggi o domani che prendete i soldi, prendete una bella barca di soldi, e io prendo una testa di cazzo!
Un piano criminale ben studiato e programmato in ogni suo aspetto, anche quello economico-finanziario. Ci sono, infatti, secondo gli inquirenti, flussi di denaro anomali provenienti dalla Ecoloda e diretti ad un’altra società, la Salcon s.a.s. «L’analisi dei flussi bancari ha fatto poi emergere la presenza di un’altra società, la Salcon s.a.s.», in cui «gli unici dipendenti per gli anni 2018 e 2019 risultano essere stati solo Angelo Romanello e la sua compagna», è scritto nei brogliacci dell’inchiesta. «Orbene, – afferma il gip distrettuale – tale società registrava flussi di denaro anomali provenienti proprio dalla Ecoloda e privi di una reale giustificazione, e che portavano, ragionevolmente, l’accusa a ritenere che si riferissero a versamenti di denaro derivante dall’attività illecita svolta».







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