Pazienti obbligati ad attendere i tamponi in macchina, freddo e disagi. A Lamezia è (ancora) emergenza

In ospedale non ci sono aree per i sospetti contagiati. I percorsi costruiti per la crisi Coronavirus rendono la vita difficile agli operatori sanitari. Dall’Asp replicano che un termoventilatore è stato montato e che i nuovi percorsi sono in fase di messa in opera

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME Il cartello parla chiaro: «I pazienti non critici devono attendere l’esito del tampone in auto. Se rifiutano firmano in merito e si avvisa il 112». In sostanza, un paziente, che non presenti sintomi critici, arrivato davanti all’ormai famosa tenda blu del pre-triage del “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme con sospetto contagio da Covid-19, dopo il tampone deve aspettare l’esito in auto. È una misura precauzionale necessaria ma che, tradotta in termini concreti, racconta le carenze e le criticità nelle quali l’ospedale versa nella gestione dei sospetti contagi da coronavirus. La misura adottata dal Pronto soccorso di Lamezia Terme ci dice, innanzitutto, che non esiste un posto dedicato a coloro che arrivano per sospetto contagio. Dovrebbero sorgere delle aree al primo piano ma nulla è ancora pronto. Nell’ex ambulatorio codici bianchi è stata creata una sala di isolamento per pazienti sospetti che arrivano in condizioni critiche (insomma che stanno male e non possono aspettare in auto). Ma nella stanza dedicati ai sospetti critici può stazionare un solo paziente per volta perché, nell’attesa che arrivi il risultato del tampone, inviato al Pugliese-Ciaccio di Catanzaro – attesa che può prolungarsi anche per un giorno e mezzo – due pazienti sospetti non possono restare nell’unica stanza di isolamento disponibile perché l’eventuale positivo potrebbe contagiare l’eventuale negativo. Se dovesse arrivare un paziente sospetto in codice rosso, invece, questi viene portato nell’ex stanza della Osservazione breve intensiva (Obi) che in questi mesi di pandemia è stata dedicata ai codici rossi sospettati di avere un contagio. Ma anche qui si presenta il problema di contenimento del numero delle persone nella stessa stanza. Ci si affida, insomma, alla statistica: che non arrivino troppi casi di sospetti contagiati critici o in codice rosso contemporaneamente. Gli altri attendono in auto, per ore. Attese lunghissime per poter essere visitati e altrettanto lunghe nell’attesa del risultato. Attese con un bagno chimico allestito fuori. Attese al freddo, in auto ma anche nella tenda pre-triage, dove è inizialmente era stata allestita una stufetta che non risolveva affatto l’inclemenza del clima e solo domenica sera è arrivato il termoventilatore. Nella tenda non esiste un team che lavora ma un unico infermiere. Perché i presidi di sicurezza individuale (tute, mascherine, sovrascarpe, guanti) sono pochi e non ci si può concedere il lusso che le indossino più persone a turno. E, se non sarà il coronavirus, a logorare medici e infermieri ci stanno pensando lo stress e gli agenti atmosferici. Uno dei commissari dell’Asp di Catanzaro – commissariata, ricordiamo per infiltrazione mafiosa –, ci aveva assicurato, ormai più di una settimana fa, che sarebbero presto arrivati dei termoventilatori per la tenda pre-triage.
Avevamo anche chiesto di parlare con il direttore sanitario Antonio Gallucci che ci aveva dato appuntamento sabato 21 marzo dopo le 13. Abbiamo mandato messaggi e abbiamo chiamato ma non abbiamo ottenuto risposta.

IL PERCORSO Come già riportato sopra, chi sta male viene trasportato in una sala di isolamento ricavata da un ex ambulatorio dei codici bianchi. Per arrivarci è stato creato un percorso, un corridoio, che attraversa la sala d’attesa dell’ospedale. Il corridoio è stato creato mettendo dei paraventi. Questi, però, non arrivano fino al soffitto, l’aria condizionata che si respira è la stessa per tutti. Tra l’altro, il percorso passa davanti ai bagni della sala d’attesa che vengono, quindi, inibiti a coloro che aspettano il proprio turno o accompagnano un parente. Altro percorso è quello che porta i sospetti contagiati, in condizione da codice rosso, nell’ex Obi. Il corridoio, in questo caso, che passa dal percorso ambulanze ed entra nel Pronto soccorso, è fatto con pannelli alti fino al soffitto. C’è un problema però: questo percorso è obbligatorio per accedere ai bagni, all’infermeria e ai depositi. Nei momenti di calma lo usano tutti. Il problema sorge nel momento in cui diventa off limits a causa del passaggio di un paziente sospetto di contagio.
La vita non è facile, in queste condizioni, per i pazienti. Lo è ancora di meno per chi è di turno al pre-triage, unico a indossare la preziosa tuta protettiva. Unico a ricevere i pazienti nella tenda, accompagnarli nei vari percorsi e assisterli nelle criticità (dargli medicine o cibo, per esempio). Si corre avanti e indietro. Per tutto il turno, per evitare contagi, per evitare di spogliarsi dei presidi di protezione, si cerca di non mangiare, bere e andare in bagno. Il personale è stremato. Qualcuno ha ancora la forza di scherzare: «Se non ci becchiamo il coronavirus possiamo ancora scegliere tra una polmonite o una cistite».
REPLICA DELL’ASP Dagli uffici commissariali dell’Asp replicano che la stufetta nella tenda pre-triage era una soluzione temporanea e il termoventilatore, o meglio il riscaldatore professionale, è stato montato ed è funzionante e tra qualche giorno ne arriverà uno anche a Soveria Mannelli. Noi abbiamo verificato che il termoventilatore è arrivato domenica sera. Per quanto riguarda i percorsi, quelli presenti sono temporanei e l’unità di crisi ha predefinito il perfezionamento del percorso e la ditta incaricata sta provvedendo alla messa in opera. Non resta che attendere.
(a.truzzolillo@corrierecal.it)







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