Lamezia, Pronto soccorso al collasso. Ma per i manager va tutto bene

Un corridoio angusto e male areato per togliere i dispositivi di protezione. Infermieri ridotti all’osso con carichi di lavoro estenuanti. Nessuna sostituzione dei filtri d’aria. Pazienti costretti ad aspettare anche dieci ore per accedere alla saletta screening (sempre affollata). Nessun percorso per portare i bambini nella stanza Covid di Pediatria. Ma sui media passa un messaggio ben più roseo

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME Un corridoietto con due finestrelle per l’areazione, un lavandino e tre scatoloni per buttarci dentro mascherine, sovrascarpe e tute dopo una giornata di lavoro al Pronto soccorso. Un corridoio stretto tra due porte: quella che prima dell’emergenza era la porta di entrata nel Pronto soccorso e una porta che immette direttamente nella saletta d’attesa. Questa (la vedete in foto) è l’area di svestizione per coloro che hanno lavorato con pazienti Covid o sospetti tali. Niente doccia, sarebbe un lusso, nessuna possibilità di mettere dei sovrascarpe in sostituzione di quelli tolti, solo uno spruzzino con varichina portato da una infermiera, un tavolo con carta e una scatola di guanti.
Quello che non si vuole fare vedere della scarsa organizzazione e dell’emergenza nella quale versa il reparto front office dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, viene tenuto ben celato all’occhio delle telecamere e cucito dentro la bocca del direttore sanitario Antonio Gallucci, del primario Antonio Lucchino, del responsabile di Rianimazione Anna Monardo (che ha in carico la sala ex obi per i pazienti intubati e da rianimare sospetti Covid) e di tutti coloro che si fregiano di far parte della task force anti coronavirus all’interno del nosocomio lametino. Va tutto bene è il messaggio che deve passare. Le cose, spiace dirlo, non stanno così.
Che il personale lavori in condizioni inumane e non dignitose e che a farne le spese siano le attese estenuanti, e pericolose, alle quali, oggi più che mai, sono sottoposti i pazienti, nessuno lo dice. Nessun grido d’allarme, nessuna protesta, nessuna richiesta d’aiuto. Sindacati muti. Le sole barricate e la richiesta d’intervento al sindaco e ai consiglieri comunali si sono verificate quando c’è stato il pericolo che un ospedale non attrezzato come quello lametino potesse ospitare una bomba batteriologica come gli anziani della casa di riposo di Chiaravalle. Cessato il pericolo – perché di reale problema si sarebbe trattato in un ospedale sguarnito come quello di Lamezia – il messaggio è che va tutto bene e si parte con interviste e dichiarazioni rosee. Ma procediamo con ordine.
POCHI INFERMIERI Di norma sono previsti due infermieri al triage, due ad assistere i medici nei box del pronto soccorso, uno al pre-triage a smistare i pazienti sospetti da quelli non sospetti e uno nella tenda blu davanti al Pronto soccorso per i sospetti contagiati. Ma le assenze per malattia e le aspettative hanno ridotto il personale medico e infermieristico. Così ci si ritrova con un infermiere al pre-triage, uno al triage, uno ai box ad assistere i medici, uno nelle tenda per i sospetti covid. Funziona così: tutti coloro che arrivano in Pronto soccorso devono passare dal pre-triage che si trova nell’area ambulanze del Pronto soccorso dove si fa un primo screening del paziente: chi non è sospetto Covid va al triage e poi accede al Pronto soccorso, chi è sospetto Covid deve passare prima nella tenda blu che si trova all’esterno e poi attraversare un percorso (cosiddetto percorso sporco) dedicato ai sospetti contagiati che passa da quella che prima era l’entrata delle barelle dell’ambulanza e che porta fino a un ascensore dedicato che si blocca al primo piano dove c’è la cosiddetta area screening (6 posti letto: 4 per adulti, uno per pazienti pediatrici e uno per pazienti ginecologiche) dove sostano coloro che sono in attesa dei risultati del tampone e che hanno, nelle more, bisogno di assistenza.
VIA CRUCIS Problema numero uno: non vi sono filtri di areazione separata all’interno del Pronto soccorso. Chi passa nel percorso sporco che conduce all’ascensore condivide la stessa aria degli altri, che vi siano contagiati o meno. I sei posti al primo piano – dedicati a coloro che aspettano il risultato del tampone e che sono sintomatici o hanno bisogno di terapie – sono perennemente occupati perché i tempi di attesa per un tampone sono di almeno 48 ore. Il problema è che al Pronto soccorso arrivano parecchi anziani con tosse o febbre e quasi tutti, prima di essere presi in carico da un reparto, vengono sottoposti a tampone. Se poi arrivano da una casa di cura l’ordine fare il tampone è tassativo. Così, in attesa che si liberi un letto, il paziente è costretto in un corridoio, in attese lunghe anche 10 ore con un bagnetto a disposizione, troppo stretto per una carrozzina, a meno che non si voglia usare il bagno chimico messo a disposizione fuori per tutti coloro che aspettano, per ore, in macchina. Se arriva un codice rosso sospetto Covid, l’unico infermiere nella tenda deve mollare il posto e portare il codice rosso nell’ex obi, oggi convertito a saletta rossi Covid (quindi se arriva qualcuno con dispnea o febbre o tosse deve aspettare). A questo punto, mentre la tenda resta sguarnita, l’infermiere si prende cura del codice rosso in attesa che arrivi il rianimatore, il quale però deve indossare prima le protezioni, e altro tempo passa per coloro che sono in coda alla tenda. Se il paziente rosso Covid non è di competenza della Rianimazione, resta in carico al Pronto soccorso e qui la macchina dell’assistenza può anche bloccarsi per ore in attesa che arrivi il risultato del tampone e si possa decidere se mandare il paziente negativo nel reparto di competenza o positivo a Catanzaro.
A disposizione del Pronto soccorso dovrebbero esserci due operatori socio sanitari (oss) a turno a supportare il lavoro degli infermieri. Ma, da quando lo scandalo dell’inchiesta giudiziaria “Quinta Bolgia” ha travolto anche la gestione dell’area morgue sospendendo (senza mai sostituirli) i due infermieri che vi erano addetti, se muore qualcuno sarà un oss del Pronto soccorso a doversi occupare dell’obitorio e delle pratiche per restituire la salma. Doveva essere una soluzione temporanea ma si è ormai cristallizzata così, nonostante l’arrivo della pandemia. Inoltre, su direttiva del primario, un oss è addetto a sanificare anche altre aree e altri reparti se necessario. Insomma, la coperta è cortissima e a restare fuori sono spesso e volentieri i piedi del Pronto soccorso. Per salire nella saletta screening al primo piano possono passare ore infinite. Così capitano giornate durante le quali un paziente sospetto Covid attende che il medico si vesta per fare una radiografia, poi si attendono circa 50 minuti perché la stanza Rx venga igienizzata. Nel frattempo un altro paziente di 82 anni ha atteso ore su una sedia per fare un Rx, senza bere, né mangiare o andare in bagno. Le sanificazioni della tenda, dell’ascensore per i sospetti Covid, della sala raggi, delle stanzette d’attesa al primo piano e quant’altro richiedono tempo e attese tecniche, sono necessarie. Ma con due oss e quattro infermieri che devono occuparsi di tutto – correndo dalla tenda alla saletta Rx, al primo piano, alla saletta codici rossi – i tempi si dilatano all’infinito.
DELIBERE IGNORATE Eppure sono datate 26 marzo le delibere 172/173 con le quali è stato indetto l’avviso della manifestazione di interesse per il reclutamento a tempo determinato di 54 infermieri e 33 oss da distribuire tra Lamezia, Soverato e Soveria Mannelli: 30 infermieri e 18 oss per Lamezia, 18 infermieri e 10 oss per Soverato e 6 infermieri e 5 oss per Soveria Mannelli. Così avevano stabilito la terna commissariale Latella, Tancredi, Gullì e il direttore sanitario Ilario Lazzaro. Al momento di queste forze necessarie l’Asp ha inviato solo 5 infermieri e 8 oss al policlinico universitario “Mater Domini” che ha accolto gli anziani di Chiaravalle. E gli altri? Non si sa e nessuno protesta mentre le giornate proseguono a ritmi frenetici ed estenuanti per tutti coloro che arrivano in Pronto soccorso. Come se non bastasse il primario Lucchino ha autorizzato un infermiere a prestare servizio nella saletta screening al primo piano sottraendo forze a un reparto già sguarnito.
BAMBINI Il problema non investe solo gli anziani ma anche i bambini. Al secondo piano, il reparto di Pediatria ha previsto una stanzetta Covid per i bambini con febbre o con sintomi sospetti. Ma l’ascensore in cui transitano i sospetti Covid si blocca al primo piano. Come si porta il bambino su? Per le scale seguendo un percorso non dedicato? C’è la stanzetta pediatrica al primo piano dove però capita, com’è capitato, che il letto sia già stato occupato da un paziente in attesa dell’esito del tampone.
La coperta è cortissima. Ma va tutto bene. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto