La «conversione spirituale» e le “bugie” di Petrini ai magistrati di Salerno

Le nuove accuse della Procura campana al magistrato. I dialoghi con la moglie (indagata): «Non tornare a Lamezia, ti vogliono ammazzare tutti. E devi ascoltare solo me». Il gip: «Ha disconosciuto dichiarazioni che coinvolgono almeno tre magistrati»

di Alessia Truzzolillo
SALERNO Dichiarazioni “non veritiere”. Il giudice Marco Petrini torna in carcere, con l’accusa di inquinamento probatorio, dopo avere ottenuto gli arresti domiciliari che stava scontando, dall’11 febbraio, in un convento dei frati cappuccini di Sant’Antonio da Padova. Secondo l’accusa avrebbe reso dichiarazioni mendaci sotto istigazione della moglie Stefania Gambardella, oggi indagata con l’accusa di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria in concorso con persone allo stato ignote. Insomma Petrini sarebbe stato spinto dalla moglie la quale, a sua volta, avrebbe agito spinta da «complici e mandanti». Non si ferma l’attività di indagine della Procura di Salerno – competente per i procedimenti giudiziari sui magistrati del distretto di Catanzaro – e non si ferma la capillare attività di riscontro della Guardia di finanza di Crotone circa le dichiarazioni degli indagati implicati nell’inchiesta “Genesi” che contempla una serie di ipotesi di corruzione in atti giudiziari e che rischia di aprire una voragine sulle attività che orbitano intorno alla Corte d’Appello di Catanzaro, dove Petrini era (oggi è sospeso) presidente della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello. A collaborare con i pm campani, oltre a Petrini, ci sono il medico in pensione Mario Santoro (in qualità di faccendiere e tramite tra il togato e terze persone) e l’avvocato Francesco Saraco (accusato di avere cercato di “aggiustare” un processo che vedeva imputato il padre Antonio Saraco). Partita da un’inchiesta della Dda di Catanzaro – “Thomas” – che ha inviato i fascicoli ai magistrati competenti, l’indagine di Salerno non si adagia supinamente sulle dichiarazioni degli indagati.
LE ACCUSE ALLA MOGLIE DEL GIUDICE I riscontri e le perquisizioni da parte delle Fiamme gialle di Crotone marciano a ritmo serrato. Ultima, in ordine di tempo, la perquisizione effettuata nei confronti della moglie di Marco Petrini, Stefania Gambardella. Casa, auto e scrivania dell’ufficio (sempre presso a Corte d’Appello di Catanzaro dove l’indagata lavora come cancelliere) sono stati passati al setaccio perché «vi è fondato motivo di ritenere che possano rinvenirsi presso il domicilio, l’ufficio ed i veicoli in uso a Gambardella Stefania documenti in formato cartaceo, informatico e telematico idonei a riscontrare ulteriormente l’ipotesi accusatoria e, particolarmente, l’intento di quest’ultima di pregiudicare la genuinità delle prove già acquisite» e anche per «identificare i complici e mandanti della condotta delittuosa e alla ricostruzione di eventuali ulteriori reati o condotte finalizzate a minacciare o comunque ad esercitare pressioni su Petrini Marco per indurlo a rendere dichiarazioni mendaci».
Sarebbe stata la Gambardella, nel corso di due distinte telefonate, a esercitare pressioni sul marito: «Qua a Lamezia non ci puoi venire sicuro perché… veramente ti vengono e ti… ti sparano a qualche parte a te… E ti vogliono ammazzare tutti, non hai capito tu cosa hai combinato pure, tu non hai capito niente Marco?».
E ancora: «Tu d’ora in poi devi solo ascoltare me. Le cose che hai fatto da solo sono tutte sbagliate. Allora tu mi devi ascoltare, però, sennò non vengo più Marco… se non fai le cose che ti dico io… Non vengo più… non fare più le cose di testa tua perché sono tutte sbagliate… sono tutte deviate…».
Lui le risponde: «Cambierò indirizzo, capito Stefà».
CONVERSIONE SPIRITUALE Da allora, secondo l’accusa formulata dal procuratore Giuseppe Borrelli, dall’aggiunto Luca Masini e dal sostituto Vincenzo Senatore, Petrini in due diversi interrogatori avrebbe dichiarato «stravolto» la ricostruzione di una vicenda corruttiva. Dopo la telefonata del 22 febbraio scorso, Petrini ha reso altri due interrogatori il 25 e 29 febbraio. «Preso atto delle dichiarazioni rese dal Petrini – evocanti fatti di estrema gravità, rappresentati da corruzioni in atti giudiziari coinvolgenti numerosi soggetti appartenenti all’ordine giudiziario ed all’avvocatura) -, il pm procedeva a un ulteriore interrogatorio del Petrini, svoltosi il 17 aprile 2020». E qui i magistrati si rendono conto che i conti non tornano. È lo stesso Petrini che afferma di aver parlato nel corso degli gli ultimi due interrogatori (verosimilmente quelli del 25 e del 29 febbraio 2019) «in stato di profonda prostrazione», aggiungendo inoltre che «solo a partire dal 2 marzo, quando è partito un percorso spirituale e di purificazione interiore, ho potuto riflettere e mi sono riproposto di attendere un successivo interrogatorio per correggere talune delle mie dichiarazioni precedenti. Attendevo pertanto tale occasione per spiegare alcune circostanze su cui in precedenza avevo reso dichiarazioni. Resta ferma la mia volontà di collaborare sinceramente». «Petrini ha sostanzialmente disconosciuto la veridicità delle dichiarazioni rese, in particolare il 25.02.2020, ed aventi contenuto accusatorio nei confronti di almeno tre magistrati del distretto di Catanzaro, stravolgendo, al contempo la ricostruzione di una vicenda corruttiva», scrive il gip Giovanna Pacifico nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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