I passaggi tra Lamezia, Milano e Ginevra: le triangolazioni finanziarie dei “bond della ‘ndrangheta”

Financial Times e Fatto Quotidiano ricostruiscono le tappe delle cartolarizzazioni partite da una società finita nelle carte dell’inchiesta “Quinta Bolgia” e approdate sui mercati finanziari. Cosa c’entra il Cara di Isola e come si difendono le società in cui sono passati i crediti. «Impossibile immaginare legami con la criminalità organizzata»

di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME
La ‘ndrangheta spiegata agli inglesi, con qualche particolare inedito anche per noi italiani, e calabresi in particolare, che ormai non ci meravigliamo più di niente. Il Financial Times di giovedì ha dedicato all’affaire delle obbligazioni legate alle cosche calabresi 21 pagine nelle quali il fenomeno viene analizzato in maniera capillare, con passaggi anche all’interno delle vite di coloro che la ‘ndrangheta la combattono da decenni. «Io non conosco la città nella quale vivo. Non posso avere normali relazioni con le persone. Non posso andare al cinema. Non posso uscire per una passeggiata o andare in spiaggia a sei chilometri da casa mia. Esco al mattino, mangio in ufficio e torno a casa», racconta il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri al Financial Times. Il giornale ripercorre la vita del magistrato dagli anni della fanciullezza, durante i quali andava a scuola con un ragazzino il cui padre era stato ucciso dalla ‘ndrangheta, quando stava in classe con la figlia del boss e con ragazzi che si sarebbero affiliati alle cosche e lui avrebbe poi perseguito in un’aula di tribunale. La realtà nella quale siamo immersi, e che conosciamo bene, viene letta con occhi nuovi ad altre latitudini. Si racconta la vita blindata del procuratore e il fatto che negli ultimi anni “sia aumentato il numero delle persone che lo vogliono morto”, scrive il giornale. «Mi hanno dato automobili che dovrebbero resistere agli esplosivi, mi hanno dato maggiore sicurezza a casa e sulla strada che percorro fino all’ufficio – racconta Gratteri –. Sto molto attento. Cerco di evitare situazioni pericolose ma recentemente è diventato ancora più difficile».

QUINTA BOLGIA L’indagine giornalistica del Financial Times arriva al centro della Calabria, letteralmente: a Lamezia Terme. Perché «il sistema» contro cui combatte Gratteri si è infiltrato nel mondo della sanità pubblica «dove enormi budget creano un’arena perfetta per far convergere politiche locali corrotte, interessi commerciali e criminalità organizzata», scrive Ft. E a Lamezia ci troviamo davanti a diverse strade. Ma la matassa, qui, va dipanata con ordine.
A novembre 2018 viene portata a termine dal Comando provinciale della Guardia di finanza di Catanzaro e dalla Dda l’operazione “Quinta Bolgia” nel corso della quale vengono tratti in arresto dirigenti medici, infermieri, imprenditori nel settore delle onoranze funebri (e loro dipendenti) e politici, tutti legati all’Asp di Catanzaro (e all’ospedale di Lamezia Terme in particolare). Un’indagine che ha dato la stura all’insediarsi della commissione d’accesso antimafia all’interno dell’azienda sanitaria. Gli imputati sono accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso (i Putrino, i Rocca, Torcasio, Strangis e Di Spena) quali appartenenti a due sottogruppi associativi di stampo ‘ndranghetistisco a loro volta inseriti nel contesto criminale lametino della consorteria Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. I due sottogruppi sarebbero capeggiati da Pietro Putrino e dai fratelli Silvio e Pietro Rocca. Rocca e Putrino, stando alle accuse, si sarebbero contesi l’accaparrarsi i servizi di onoranze funebri all’interno del Giovanni Paolo II di Lamezia perpetrando illecita concorrenza con violenza o minaccia. Lo racconta, con afflato e partecipazione, anche il Financial Times che attacca il proprio articolo narrando l’odissea di chi muore all’interno dell’ospedale di Lamezia: «Il corpo di suo figlio era a malapena freddo quando il padre in lutto fu minacciato dagli uomini della compagnia funebre. All’interno dell’obitorio di un austero ospedale di Lamezia Terme, una città del sud Italia, i morti non sono stati lasciati in pace». Eccoci, siamo noi. Siamo le sofferenze che abbiamo patito per anni e che forse ancora non sono finite. Lasciamo per un attimo da parte la vicenda giudiziaria.
CHIRON E CREDITI PER QUASI 50 MILIONI «Una delle aziende che hanno contribuito alle fatture di Chiron è stata Croce Rosa Putrino srl», scrive il Ft. Ma chi è Chiron? Chiron, finanziariamente parlando, è un veicolo attraverso il quale – come scrive il Fatto Quotidiano – «i crediti delle Asl italiane sono stati trasformati in titoli finanziari, impacchettati fra loro e sottoscritti da Banca Generali, con la consulenza di Ernst & Young, per poi essere venduti ai clienti finali». Funziona così: le strutture sanitarie che vantano crediti verso la pubblica amministrazione, per sbloccare liquidità si affidano a banche e società che trasformano quei crediti in titoli commerciali, obbligazioni collocate sui mercati. Un’operazione, va specificato, assolutamente legale. I crediti vantati dal cedente e venduti arrivati a Chiron, società basata a Milano, erano verso le aziende Asp Cosenza, Asp Vibo Valentia, Asp Reggio Calabria, Asp Catanzaro, Asp Crotone, Regione Calabria – Settore Politiche Sociali, Asl Avellino, Asl Benevento, Asl Caserta, Asl Salerno, ASL Bari, Asl Foggia, Asl Napoli 1 Centro, Asl Napoli 2 Nord, Asl Napoli 3 Sud e Azienda Ospedaliera Mater Domini. Praticamente tutto il Sud e tutta la Calabria. Si tratta di un ammontare di 47,4 milioni. Torniamo alla cronaca di Lamezia: il Financial Times afferma che «una delle aziende che hanno contribuito alle fatture di Chiron è stata Croce Rosa Putrino srl, una compagnia funeraria e di ambulanze al servizio dell’ospedale di Lamezia Terme».
R GROUP Ma non finisce qui, perché i Putrino sono legati anche alla R Group con sede a Lamezia e «tutt’ora attiva e in rapporti economici con le aziende sanitarie del territorio calabrese». La R Group è un’impresa di Lamezia Terme connessa alle famiglie Putrino e Strangis. «Le fatture emesse da questa impresa nei confronti delle aziende sanitarie locali venivano poi assemblate insieme ad altri elementi di garanzia per creare un prodotto nuovo. Un’operazione di accorpamento gestita dalla Corporation Financière Européenne», banca con sede a Ginevra, scrivono sul sito “Oggi e Domani”. Inoltre le fatture entrate nel pacchetto finanziario – poi venduto tra gli altri anche a Banca Generali – proverrebbero proprio da questa impresa, come viene raccontano sul sito. «La R Group è intestata ad Angelina Strangis, in passato socia di Putrino». Lo dicono, in un breve passaggio, anche le carte di Quinta Bolgia quando in una nota specificano: «R Group srl il cui socio al 100% e amministratore è Angelina Strangis, moglie di Silvio Rocca».

LA SOCIETÀ DI MEDIAZIONE A Lamezia vi è anche una delle sedi di una società con «otto dipendenti e un fatturato di 9,6 milioni di euro (nel 2018)… controllata da una società anonima lussemburghese», racconta il Fatto Quotidiano. Anche questa società compra i crediti dai fornitori delle Asl italiane. Si sfrutta il fatto che le Asl paghino a rilento i propri fornitori e le strutture convenzionate sono propense a vendere i crediti in cambio di liquidità immediata. Così si punta a comprarne i crediti e rivenderli sul mercato sotto forma di obbligazioni.
A vendere i proprio i crediti sono la maggior parte dei fornitori e strutture in Calabria. Lo ha fatto anche la confraternita Misericordia di Isola Capo Rizzuto la quale ha un ambulatorio convenzionato con l’Asp. Lo ha fatto anche ai tempi in cui a governarla c’era la longa manus della cosca Arena, prima che venisse mozzata dall’operazione “Jonny” della Dda di Catanzaro.
«FATTI TUTTI I CONTROLLI» Il nodo della faccenda sono i controlli. Riguardo ai quali tutti i soggetti interessati dichiarano di non avere responsabilità. Lo fa Cfe, che ha spiegato di non aver mai acquistato consapevolmente crediti legati ad attività criminali, e di aver fatto la necessaria due diligence prima di comprarli. E anche le altre società toccate dal giro di cartolarizzazioni. Secondo un portavoce di Banca Generali (lo riporta ancora il Fatto Quotidiano) la spiegazione è semplice: «Le notizie delle indagini giudiziarie sulle aziende sono emerse nell’autunno del 2019, quando ormai gli investitori erano già stati rimborsati e l’operazione era finita». Insomma, per gli intermediari – questa è la loro versione – era impossibile immaginare dei legami con la ’ndrangheta. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

error: Contenuto protetto