Latitanti a cinque stelle: i due boss “ospiti” nel resort di Stillitani

I pentiti Michienzi e Mantella raccontano l’ospitalità offerta al narcos dei Due Mondi Rocco Morabito e a Peppe De Stefano nel villaggio di Stillitani. La “fuga” del Tamunga dopo una notte («qui entra troppa gente») al “Garden” e la presenza di una coppia “inesistente” tra le prenotazioni dell’agosto 2005. Ma uno dei due collaboratori ha un dubbio dopo anni: «Era Tegano»

di Pablo Petrasso
LAMEZIA TERME Riguardo al primo latitante ospitato nel “Garden Resort” di Curinga c’è il dubbio persino su chi sia: Rocco Morabito o Giuseppe Tegano, a seconda delle due versioni fornite – a diversi anni di distanza – dal pentito Francesco Michienzi. Il secondo, invece, stando ai collaboratori ascoltati dalla Dda di Catanzaro, sarebbe Giuseppe De Stefano. Due soggiorni dorati, con vista sull’enorme piscina della struttura turistica. Il primo è durato pochissimo: una notte. Ha lasciato tracce riscontrate dagli inquirenti e un nome appuntato tra quelli prenotati dal concierge: Pasquale Ferraro.
In entrambi i casi – fatti salvi i dubbi sul nome – si tratta, per stare alle categorie care a Nicola Gratteri, di «’ndrangheta di serie A». Latitanti delle più importanti cosche reggine ospiti nell’hotel di proprietà di Francescantonio Stillitani negli anni in cui l’imprenditore si muoveva tra affari e politica. Fosse vero, di quegli affari non sarebbe stato esattamente (il solo) padrone, visto che gli accordi per nascondere le primule rosse dei clan nascevano su impulso della ‘ndrina Bonavota, per via della vicinanza con Antonio Facciolo, figura di raccordo, secondo l’antimafia catanzarese, tra la criminalità organizzata e il due volte assessore regionale (giunte Chiaravalloti e Scopelliti) fermato martedì nell’inchiesta “Imponimento”.

«Nel villaggio c’erano i latitanti»

Il boss Giuseppe De Stefano

È il pentito Andrea Mantella, il 3 novembre 2017, ad affrontare la questione con l’allora aggiunto della Dda di Catanzaro Giovanni Bombardieri, attuale procuratore di Reggio Calabria. «Sì, ma pure nel villaggio, c’erano i latitanti, c’era Morabito, c’era…», dice l’ex boss del Vibonese. Del resort gli sfugge il nome, ricorda che «è grandissimo» e che «lì inizialmente c’era Stillitani, poi hanno fatto una fusione, una società, questo è un business che non è che io posso capire». Segue un omissis, poi il magistrato chiede: «È lui che le diceva queste cose qua, poi lei ha detto pure che c’era stato Morabito in questo villaggio?». «Sì, latitante», replica Mantella. Che aggiunge l’altro asso: «Peppe De Stefano pure c’è stato là dentro, tramite Facciolo». Mantella ricorda che si trattava del 2003, 2004, quando in effetti il boss della cosca De Stefano era latitante. Sarà arrestato nel 2008, dopo cinque anni di ricerche. Su Rocco Morabito i tempi (e non solo, come vedremo più avanti), non tornano: U Tamunga, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe allontanato dall’Italia – per l’Uruguay – nel 2001. Il pentito vibonese dice di essere a conoscenza di queste storie «perché Morabito, da questo villaggio che adesso mi sfugge il nome, è salito a Francavilla… a Filadelfia per dare la Santa a questo signore qui».

«Si presentò come Morabito»

Rocco Morabito dopo la cattura in Uruguay. Il boss è evaso ed è tuttora latitante

Michienzi, nei suoi colloqui con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, è prodigo di dettagli. Ricorda che «il clan ‘ndranghetistico dei Bonavota, e per esso Francesco Fortuna, aveva “portato” nel villaggio turistico “Garden Resort”», nel quale lo stesso Michienzi lavorava come guardiano, «un latitante del Reggino presentatosi con il nome “Morabito” nonché boss di una grossa organizzazione criminale di spessore provinciale, con una condanna all’ergastolo». L’identikit tracciato dal pentito è quello di «un giovane dell’età apparente intorno ai quarant’anni, con capelli lunghi ed occhiali da vista; era in compagnia di una ragazza; aveva preso alloggio in una stanza, nella disponibilità di Facciolo, il quale si era adoperato a farlo registrare a nome di “Ferrari”». 
«Portano un signore con i capelli lunghi, diciamo occhiali da vista, con una ragazza, vanno in reception con Facciolo – dice Michienzi –, lo iscrivono a nome “Ferrari” e lo mandano in una stanza». Al futuro collaboratore di giustizia lo avrebbe presentato proprio Fortuna. «L’hanno portato con una Seat … una Seat station wagon grigia che aveva disponibilità Francesco Fortuna… Allora gli anni o non li dimostrava, però era giovane. Poteva avere… lui aveva detto che aveva la condanna all’ergastolo, non so se poi si è vantato oppure no, però poteva avere … più di quarant’anni non li aveva di sicuro».

«Il (brevissimo) soggiorno al Garden»

A «Morabito», però, la sistemazione non piace molto. La ritiene «pericolosa per il suo status di latitante, attesa anche la ressa e l’andirivieni di personaggi d’ogni dove». Così, decide «repentinamente di cambiare aria, tanto da contattare Michienzi e chiedergli energicamente di farlo portare altrove prima delle sette del giorno successivo, adducendo di essere responsabile di una provincia (ovviamente il riferimento è ad un’associazione mafiosa di dimensioni provinciali) e di non poter correre il rischio di essere individuato e quindi arrestato». Soggiorno lampo e check out di prima mattina. «Io domani mattina alle sette già qua non ci devo essere – avrebbe ordinato il latitante – perché è troppo movimentato… entra troppa gente di fuori… Fornitori… io ho sotto responsabilità una provincia… non posso giocare con Francesco Fortuna». A quel punto, per Michienzi, il problema è quello di avvertire la cosca di Sant’Onofrio del cambio di programma. Non trovando Fortuna, avverte un tale Carletto a Pizzo. E «il mattino dopo Morabito veniva prelevato da persone, non conosciute dal collaboratore stesso, mediante l’utilizzo di due o tre auto a mo’ di scorta e staffetta che lo conducevano ad altra destinazione». La breve visita al “Garden resort” finisce qui.

Pasquale e Alessandra, la coppia che non esiste

Gli investigatori si attivano per riscontrare le parole del pentito. I fatti si sarebbero «svolti certamente dal 28 luglio al 2 agosto 2005». Perché «in quegli stessi giorni una coppia, registrata come “Ferraro Pasquale” e “Cammara Alessandra”, ha occupato la stanza A310, sulla cui scheda di notifica è riportata la nota “Facciolo no vacanza”». Altri riscontri: Fortuna aveva effettivamente la disponibilità di un veicolo Seat in qual periodo; le generalità relative alla coppia «non risultano censite nella Banca dati delle forze di polizia, così come non risulta esistente a Milano la via Vitruvio, via indicata quale luogo di residenza. Sulla stessa scheda, curiosamente, non è stato neanche riportato il numero ed il tipo del documento d’identità». Infine, «nel periodo in argomento l’unico latitante appartenente alla Cosca reggina “Morabito” era Rocco Morabito, nato ad Africo il 13 ottobre 1966, che risulta tuttora ricercato da circa 20 anni, elemento di spicco della criminalità reggina, attuale reggente e “boss” della “cosca Morabito”, risulta gravato da numerosi precedenti penali e sulla sua persona pendono ben 6 ordinanze di custodia cautelare nonché condanne definitive». Per gli inquirenti, il fuggitivo transitato dal resort di lusso sarebbe proprio U Tamunga, tuttora irreperibile, forse nascosto al confine tra il Brasile e l’Uruguay dopo una rocambolesca fuga dal carcere.

«Non era Morabito ma Tegano»

A sollevare un dubbio sull’identità del latitante nascosto nel villaggio turistico è lo stesso Michienzi in un interrogatorio del 21 novembre 2019. «Ho già parlato – dice ai magistrati – del fatto che presso il villaggio di Curinga è stato ospitato un latitante che Francesco Fortuna mi diceva chiamarsi Rocco Morabito. Devo precisare che dopo aver reso queste dichiarazioni mi è capitato di vedere la foto, al telegiornale, di questo latitante che ho capito chiamarsi Giuseppe Tegano». Non un ripensamento, ma la conseguenza, secondo il collaboratore di giustizia del «fatto che Francesco Fortuna mi ha detto un nome per un altro perché non si fidava di me e Vincenzino Fruci. Comunque Facciolo era a conoscenza del fatto che la persona portata al villaggio da Francesco Fortuna era un latitante reggino per come ho constatato personalmente in quanto ricordo che chiesi alla reception a una ragazza di darmi una camera, la ragazza a me oppose il rifiuto, intervenne Facciolo a risolvere il problema». Normali scene di una calda d’estate per “quei bravi ragazzi” del clan Anello. (p.petrasso@corrierecal.it)





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