Ruberto sapeva di avere a che fare con il clan. Ma non ci sono prove di scambio per l’appoggio elettorale

I comizi, il servizio di attacchinaggio dei manifesti, gli stratagemmi per evitare contatti. La sentenza “Crisalide” racconta i comportamenti del candidato a sindaco di Lamezia assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. «Conosceva il contesto criminale di provenienza di Miceli»

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Pasqualino Ruberto era consapevole che a gestire il servizio di attacchinaggio dei suoi manifesti, e a sostenerlo politicamente durante le elezioni amministrative del 2015 a Lamezia, erano soggetti provenienti da un contesto criminale: la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri. Nonostante questo, il gup Pietro Carè, che ha assolto Ruberto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo antimafia “Crisalide” (qui il nostro primo servizio sulle motivazioni della sentenza), ritiene che non emerga dalle indagini la prova di ciò che il politico avrebbe dato o promesso di dare in cambio dell’appoggio elettorale degli uomini del clan. Ad ogni modo, le parole del gup, e le sue conclusioni, non sono tenere nei confronti dell’ex candidato a sindaco (poi divenuto consigliere comunale d’opposizione). «Quanto al candidato sindaco Ruberto – scrive Carè –, non risulta possibile ridurre la natura dei rapporti con il Miceli (Antonio Miceli, reggente del clan condannato a 20 anni di reclusione, ndr) alla mera prestazione di un servizio di attacchinaggio, dovendosi ritenere, per l’esperienza pregressa dell’uomo politico, per la circostanza di abitare nel quartiere Capizzaglie, regno della cosca Torcasio, per l’intermediazione di personaggi di evidente scaltrezza e forte compromissione (Antonio Mazza e Giuseppe Paladino), per le accortezze utilizzate nei rapporti in pubblico etc., la certa conoscenza del contesto criminale di provenienza del Miceli». Il giudice sottolinea una serie di episodi che evidenziano come Pasqualino Ruberto fosse a conoscenza del curriculum criminale di coloro che stavano sostenendo la sua campagna elettorale.

COMIZIO DAVANTI AL BAR ROYAL Il 24 marzo 2015 il reggente Antonio Miceli viene intercettato mentre parla con Domenico De Rito (condannato a 10 anni e 20 giorni) e gli raccomanda di tenersi libero per il successivo sabato (28.3.2015) poiché nel quartiere Capizzaglie, nel piazzale antistante il bar Royal, si sarebbe tenuto il comizio del candidato a sindaco Pasqualino Ruberto (appellato con l’epiteto dì “Morbidone”). Il giudice stesso la considera una «importante conversazione». Anche perché Miceli sostiene che «Morbidone con noi si è comportato bene… si comporta bene», «con ciò alludendo – scrive il giudice – sia all’esistenza di un pregresso rapporto con la cosca, individuata dall’uso del pronome plurale “noi”, sia di un’intesa attuale, tale da giustificare, al di là dell’accordo già emerso con il Paladino, l’attivarsi del clan per sostenerne la campagna elettorale».
Quello stesso giorno, il 24 marzo 2015, viene fuori che Antonio Mazza, personaggio vicino al clan (condannato a 5 anni un mese, 20 giorni e 8mila euro di multa) aveva deciso di candidarsi nelle liste di Ruberto. Durante una conversazione tra De Rito e Miceli, il primo sosteneva che Mazza avesse deciso di appoggiare Ruberto perché questi gli aveva promesso l’assunzione alle dipendenze della Sacal, società che gestisce l’aeroporto di Lamezia. Secondo Domenico De Rito, Antonio Mazza nutriva malumore nei confronti di Gianpaolo Bevilacqua, già vicepresidente della Sacal, poiché quest’ultimo, in passato, quando era ancora in carica, non lo fece assumere alle dipendenze della società, favorendo invece l’assunzione di De Rito.
Il 28 marzo 2015, alle ore 18, Pasqualino Ruberto tiene il suo comizio elettorale nello spazio antistante il bar Royal a Capizzaglie. A partire dalle quattro del pomeriggio, la telecamera di videosorveglianza puntata sul bar Royal inquadra la presenza, fra gli altri, di Giovanni Paladino (assolto dal concorso esterno in associazione mafiosa), Mattia Mancuso (condannato a 2 anni e 8 mesi), Michele Caruso, Paolo Strangis (condannato a 2 anni, 4 mesi e 6mila euro di multa), Domenico De Rito (condannato a 10 anni e 20 giorni), Giuseppe Grande (condannato a 14 anni e 6 mesi), Vincenzo Grande (condannato a 10 anni e un mese), Antonio Miceli (condannato a 20 anni), Giuseppe Paladino (condannato a 6 anni) e Antonio Mazza (condannato a 5 anni un mese, 20 giorni e 8mila euro di multa).

SALUTI DA LONTANO Secondo il gup il 28 aprile 2015 vi è una conversazione intercettata che rivela «la piena consapevolezza delle parti dell’accordo elettorale – Miceli e Ruberto – dell’inopportunità di saluti che possano dar luogo al sospetto dell’appoggio di ambienti criminali in favore del candidato». Secondo Miceli – emerge dall’indagine dei carabinieri coordinati dalla Dda di Catanzaro – i politici aveva paura che vicino alla sede elettorale di Paladino, su corso Numistrano, fossero state impiantate delle telecamere e per tale motivo volevano evitare di essere rispesi in compagnia di soggetti appartenenti alla cosca lametina quali erano Antonio Miceli e la consorte Teresa Torcasio («Che da lontano mi può salutare, si spaventano che qua davanti, no… eh… dice che ci hanno messo le telecamere… e vedono con chi parlano, con chi non parlano… per vedere a chi cercano i voti, capito?… Se ci… che vedono la gente che parlano con me… che io gli do il voto…omissis… Uh… però da lontano, hai capito?… “Da lontano ti posso salutare” mi ha fatto»).

ATTACCHINAGGIO Quella per l’attacchinaggio dei manifesti fu una vera e propria guerra, così appare dalle indagini. Gruppi contrapposti si scontravano nel coprire i manifesti dei vari candidati. Il gruppo di Miceli si vantava di terrorizzare («li stiamo acchiappando a uno a uno e li terrorizziamo») i concorrenti. L’attacchinaggio selvaggio, però, a Ruberto non piaceva e se ne lamentava spesso con il reggente. A chi attaccava i manifesti venivano promessi 50 euro per la benzina e un euro e 50 per ogni manifesto affisso.
Secondo il gup una serie di scelte fatte da Ruberto, come quella di affidare a Miceli il servizo di affissione «e, soprattutto, di tenere un comizio elettorale presso il bar Royal, implicano la consapevole ricerca e/o accettazione dell’appoggio elettorale degli uomini del clan».
Nonostante ciò manca «sia la prova di un’offerta di denaro (la remunerazione per il servizio di attacchinaggio risultando tutto sommato congrua) che la promessa di una qualche specifica utilità, sia presente che futura, da parte del candidato, che possa integrare l’ipotesi della corruzione elettorale». Mancherebbero, inoltre, «gli indizi di un accordo che vada al di là di una generica disponibilità verso il “portatore di voti” ma che importi una stabile “messa a disposizione” del Ruberto per il soddisfacimento degli interessi del sodalizio».
E per quanto riguarda l’ipotesi dello scambio elettorale politico-mafioso il giudice alza le mani: è fuori dal panorama applicativo, anche perché la nuova formulazione delle legge «nella quale potrebbe astrattamente sussumersi il fatto concreto» è stata introdotta dopo la pronuncia delle sentenza (avvenuta il 15 maggio 2019), esattamente 14 giorni dopo. (a.truzzolillo@corrierecal.it)





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